Identita' glocal 165.000 soci: democrazia Barca
Attualità Identità glocal & 165.000 soci: democrazia BarÇa Omaggio alla catalogna Come dicono qui, "molto più che un club". Un'idea vincente che va oltre il calcio (e altri dodici sport). Un sistema applicabile alla nostra vita. Al presente. E soprattutto al futuro (gioco di squadra) europeo
Pensi Barça e scopri un mondo. Poi guardi giù dal terzo anello del Camp Nou e vedi un tappeto verde con gli omini piccoli che si muovono sopra. Circondati da muri di facce, occhi, grida e applausi. Qui la partita è spettacolo per centomila (98.772 la capienza esatta dello stadio). E lo stile prevede gioco d'attacco, sempre. Anche se si vince già. Football tradotto in sinfonia geometrica di movimenti semplici. Organizzati. Triangoli, soprattutto. La squadra? Un'orchestra del mutuo soccorso: chi ha la palla si gira, si volta, controlla. Con grande tecnica, certo. Ma intanto i compagni intorno si muovono per proporre tre, quattro soluzioni di passaggio. Roba difficile che diventa facile. Naturale. Ognuno che si fida dell'altro. Ci si affida. Calcio, ma non solo: in campo ognuno sa cosa fare, tutti si esprimono al meglio delle loro possibilità. Mica solo sport. E chi è più forte vince. Nel 2009 loro, il Barça appunto. Campioni di Spagna, d'Europa e del mondo. Sei coppe alzate al cielo. Dietro, un'idea vincente: organizzazione, economia, identità, cultura, educazione e impegno sociale. Democrazia? Anche. Una città dentro la città: impianti sportivi, una Fondazione e 165 mila soci (in tutto il mondo, ci si può iscrivere sul web) che ogni tre anni eleggono il presidente, 106 squadre divise per 22 sezioni (e altrettanti sport). Eccellenza e Catalogna. Più storia e memoria. Ovvero, il terzo museo più visitato di Spagna, dopo Prado e Reina Sofia a Madrid. E prima di quelli dedicati a Picasso e Gaudí, qui in città, ma anche del Guggenheim di Bilbao. "La Barça experience ormai è inserita nei pacchetti turistici", si compiace il direttore Jordi Penas. Il biglietto costa 17 euro, ne bastano 5,50 agli studenti. E i soci non pagano. "Il museo delle emozioni" genera profitti da 12 milioni di euro annui: 18 milioni di visitatori nei 25 anni di apertura, 1.250.000 nel solo 2008. Non solo uomini, anzi: donne, intere famiglie, scolaresche e tifosi. Fanno la coda per vedere la maglietta indossata da Johan Cruyff, protagonista del "calcio totale" olandese adottato da Barcellona nel 1973 (prima in campo e poi in panchina) e dalla Catalogna (di cui oggi è allenatore), nel leggendario 5-0 con cui il Barça umiliò i rivali di sempre. "Quelli del Madrid" come dicono qui omettendo volutamente la dicitura "Real". Da dieci giorni qui è arrivato il futuro: schermo da 40 metri per tre, "per rivivere le emozioni del campo", si inorgoglisce Penas. Nella pancia dello stadio, dove puoi scoprire gli spogliatoi - stanzoni spogli, consumati - e, a ventuno gradini di distanza dal campo, la cappella, sul lato destro; a sinistra invece il ministudio televisivo, tempio pagano del futbol. Puoi visitare quasi tutto, nel Camp Nou-museo: le scarpe di Bakero, Ronaldo, Maradona e gli altri campioni che hanno firmato dichiarazioni di appartenenza al club. In catalano, come le didascalie dei trofei che raccontano una storia orgogliosa. Catalunya y marketing Josep Sunyol, per esempio: ucciso nel 1936 dalle milizie franchiste "perché catalano, catalanista e presidente del Barça", ricorda Penas. Poi non è un caso che l'uscita del museo attraversi il negozio, due piani di mercanzie esposte e code alle casse. Ogni cosa blaugrana è possibile. In vendita. Pigiama? C'è. Quaderni? Pure. Gagliardetti, pennarelli. E foto ricordo sullo sfondo del Camp Nou gremito, con il montaggio del tuo calciatore preferito. Basta scegliere. Victor Valdes, Dani Alves, Piqué, Marquez, Pujol, Xavi, Iniesta, Ibrahimovic, Messi, Bojan, Henry: è la formazione titolare dei manichini con le magliette ufficiali. In due versioni: blaugrana a strisce verticali la prima, arancione quasi rosa, la seconda. Ovunque, come sugli spalti, c'è anche il giallo e il rosso della senyera, bandiera catalana. Marketing e autonomia, sport e indipendentismo, come da proclami presidenziali (vedi box a pag. 31). "Non vogliamo politicizzare lo sport", frena Joan Boix, vice-presidente e tesoriere, "noi siamo radicati nel nostro territorio, con uno spirito globale: questa è la nostra forza". La prossima sfida, piuttosto. "I mercati emergenti: paesi arabi, Giappone, Cina e Stati Uniti", dice Boix. "Perché il punto chiave è il bilancio del club, dipendiamo ancora troppo dalla vendita dei diritti televisivi". E poi c'è lo sponsor solidale: il Barcelona Fc, unico caso al mondo, paga (1,5 milioni di euro) per poter esibire sulle maglie il marchio (dell'Unicef). "La squadra di calcio sostiene l'intero sistema Barça, è il padre del club: grazie al calcio in tutto il mondo ora sanno della Catalogna", risponde a poche centinaia di metri Roger Grimau, capitano della squadra di basket che gioca e si allena nel Palau Blaugrana. "Més que un club significa un sentire speciale, condiviso: quando giochiamo, sappiamo di rappresentare una nazione". Non ancora riconosciuta. E niente a che vedere con la Padania. Storia, cultura e lingua si mischiano anche qui, nell'anticamera della palestra con il pavimento in legno chiaro e le pareti decorate da pannelli fotografici per raccontare le facce e i gesti degli altri protagonisti della polisportiva Barça. C'è anche un italiano: Gianluca Basile (non il primo, in passato hanno giocato Fucka, Marconato e il meno conosciuto Camata, più Zambrotta, calciatore). "Tutto è speciale: la gente, il club e la città", racconta Gianluca. "Tornare in Italia? Non ci penso nemmeno, la qualità della vita non è nemmeno paragonabile". Un addetto sistema i canestri, mentre i giganti si riscaldano in palleggio. Crepitio di colpi di gomma contro il parquet, altri passi e stridori, dopo la sessione del futsal (calcio a 5), sul legno lucido dipinto di blu e granata. Blaugrana, appunto. A seguire, hockey su pista: cinque contro cinque, venti rotelle per squadra, pattini, parastinchi, gomitiere, ginocchiere, guanti e mazze che sembrano uncini di legno. I portieri inginocchiati, accucciati con le imbottiture più alte delle ginocchia. "Per le partite importanti ci vengono a vedere in tremila e se giochiamo prima del calcio allora c'è il pienone", traduce Mia Ordeig, 28enne capitano catalano. Pionieri del ghiaccio Molti meno gli spettatori della Pista de Gel, versione contemporanea della pista da pattinaggio inaugurata nel 1972. "Si sparse la voce in città", ricorda José Luis Gallardo, veterano oggi aggregato come dirigente a questa sezione dilettantistica del Barça. "Ci ritrovammo in quindici ragazzi: avevamo visto l'hockey soltanto in bianco e nero, in tv, e volevamo essere una squadra, ma il nostro materiale era approssimativo: pantaloni di lana e guanti da sci, protezioni da motocross. Come allenatore un ex giocatore di hockey su pista". Che poi lasciò il posto a Juhani Wahlsten, leggendario finlandese reduce dal trionfo olimpico. Pionieri dello sport nordico importato in riva al mare e oggi interpretato dai ragazzi che si allenano tre volte a settimana e per qualificarsi alla sfida con i francesi dei Pirenei devono battere le altre quattro squadre spagnole, Madrid compresa, "ma non è il Real", tengono a precisare. "Ci sentiamo catalani e questo club è speciale", ripete Enrique Zapata, 41 anni, una carriera intera in maglia blaugrana. "L'amicizia, questo è il valore fondamentale in questo ambiente, fin da quando sei bambino", spiega Bojan Krkic, nato a Linyola il 29 agosto 1980, da padre serbo e madre catalana: la sua storia calcistica nel Barça è iniziata quando aveva nove anni. Iscritto ai Benjamin, i nostri Pulcini, poi la trafila: Alevi, Infantil, Cadet, Juvenil e Barça B, prima dell'esordio con i grandi. "Questo club rappresenta il sentimento di tutta la Catalogna", dice il giocatore simbolo del sistema Barça attraversando i vialetti della Ciutat Esportiva: nove campi da calcio, tre palestre, uffici e sale da pranzo, riunione, conferenza. A pochi chilometri dal confine della città, sembra esserci tutto ciò che è necessario a programmare e organizzare un sistema sportivo vincente. Nel nome di Pep (Guardiola) Te lo conferma, di sera, un signore in tuta e piumino davanti al campo numero 9. "Qui la cura del settore giovanile è speciale", sorride Xavier Llorentes, 51 anni, allenatore da quando ne aveva 30. "Nessuno mi ha mai detto "devi vincere", ma piuttosto "devi farli giocare bene"". Vale anche per le ragazze, ché oggi Xavier è responsabile della sezione femminile del Barça calcio. Dilettanti. Giocano seguendo lo stile della casa. Palleggi e triangoli. All'attacco sempre. Come piace a Pep Guardiola, allenatore che alla prima stagione alla guida dei "grandi" (dopo essere stato protagonista da calciatore e sulla panchina del Barça B) ha già vinto tutto. 39 anni e idee chiare: "La gente può interpretare il calcio anche attraverso i singoli giocatori, ma la mia idea è diversa e corale". E poi: "Senza gioco non segni e non vinci". Semplice, no? "Facciamo spettacolo, non dobbiamo dimenticarlo". Modernità e tradizione, un modo di intendere lo sport. E la vita. Compresa quella di queste ragazze innamorate del calcio, che alle dieci di sera ancora inseguono pallone e schemi d'attacco. Voci femminili che rompono il silenzio della Ciutat Esportiva. Respiri in affanno e rumori sordi di palloni colpiti, sotto i manifesti dello sponsor con i comandamenti firmati dalle facce guerriere dei grandi. Eroi pubblicitari, oltre che simboli di identità e campioni di tutto. "Barça? Passa al livello successivo". Destinazione futuro. Blaugrana. Il presidente, la politica e (anche) il pallone "Il mio primo ricordo blaugrana? Allo stadio con mio nonno, la partita credo fosse di sera e in campo c'era Rexach, ma poi iniziai a seguire davvero il Barça quando arrivò Johan Cruyff: stagione 1973/74, le vincemmo tutte fino allo scudetto". Joan Laporta si accende un Cohiba e sorride. "No, da ragazzino non sognavo di fare il presidente, volevo diventare il numero 9 del Barça". A 47 anni, invece, non nasconde l'orgoglio presidenziale: eletto dall'assemblea dei soci nel 2003 e poi ancora nel 2006. "Il Barça è l'arma più potente per promuovere l'identità catalana nel mondo". Politica e calcio si mischiano nelle risposte. "Perché rappresentiamo l'eccellenza della società catalana e i nostri sono valori applicabili anche fuori dallo sport". Laporta parla di "autonomia catalana in una grande Europa" e insiste sulla "possibile indipendenza della nostra nazione". Dopo l'imminente fine del mandato (a giugno) si dà per certo il suo ingresso in politica. "Forse. Ho diverse proposte e progetti, prima però voglio concentrarmi su questi ultimi mesi di presidenza". Bilanci, intanto? "Lascerò un club migliore di quello che ho trovato, una squadra vincente e giovane. Abbiamo appena approvato il più importante budget della nostra storia, migliorato il valore degli asset e progettato l'ampliamento della Ciutat Esportiva". Mès que un club, perché? "Siamo un club catalano con vocazione globale, e i nostri pilastri sono: potenza economica, eccellenza sportiva, identità catalana. E solidarietà, perché vogliamo restituire alla società parte di quanto ci viene dato". Violenza: come avete fatto a eliminarla dallo stadio? "Non abbiamo accettato il ricatto degli ultras, anzi dei criminali, perché così bisogna chiamarli: tolleranza zero, in collaborazione con la polizia. Sono stato minacciato, però nel giro di due stagioni li abbiamo esclusi dal Camp Nou. E nelle due successive abbiamo normalizzato la situazione anche per gli altri tifosi, ché erano stati necessari controlli rigidi e invasivi per tutti". La Catalogna che si sente lontano da Madrid, nel calcio è avanti anni rispetto all'Italia. Sarà perché, per dirla con Laporta, qui preferiscono "essere i migliori, piuttosto che i primi". Poi vincono pure. Non soltanto nello sport. Da Barcellona al Senegal Da bambina giocava con le figurine dei calciatori blaugrana di cui era già tifosissima (tradizione di famiglia). Da grande, Marta Segù, medico specializzato in sanità pubblica, è andata in Senegal per scoprire che "i bambini sapevano tutto dei giocatori del Barça: non soltanto dei campioni, ma addirittura del portiere di riserva". Era lì per inaugurare il primo dei 12 centri educativi (in quattro continenti) aperti dalla Fundació Fc Barcelona, che lei dirige dal 2006. Budget annuo di cinque milioni di euro ("metà dal club, il resto dall'agenzia spagnola di cooperazione internazionale, sponsor e altre fondazioni catalane"), collaborazioni con Unhcr e Unicef. Lo sport? Non è l'obbiettivo, "ma il mezzo per aiutare i bambini del mondo in difficoltà: i nostri progetti riguardano educazione, nutrizione e salute". Ecco cosa intende Marta quando dice che "il Barça apre le porte". Anche della consapevolezza, ci spiega mostrando la mascotte (orsacchiotto con sciarpa blaugrana) della campagna per combattere l'Aids. "Utilizziamo la popolarità globale dei calciatori del Barça per esportare la nostra visione solidale". Figurine moderne (e vincenti) per aiutare il mondo.


