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BAGHDAD: PALLA AL CENTRO
(GQ, settembre 2003)
L’ultima partita della passata stagione si è giocata a fine marzo, quando la guerra era iniziata da un pezzo. Di quella che inaugurerà il prossimo campionato non si conosce invece ancora la data, ma una cosa è certa: non potrà assistervi Uday, figlio di Saddam Hussein. Il tiranno del calcio iracheno, di cui si narrano crimini e orrori, è stato ucciso nei giorni scorsi a Mossul. Cioè a centinaia di chilometri da Baghdad, dove la guerra è finita da un pezzo ma, come e più che nel resto dell’Iraq, la guerriglia continua. E dove si gioca a calcio pressoché ovunque, tra i carri armati abbandonati in periferia e lungo i vicoli del centro, nei campetti disseminati in questa città abitata da più di cinque milioni di abitanti e da quasi settantamila soldati americani. Perché «gli iracheni sono pazzi per il pallone», come sintetizza con un sorriso Bernd Stange, l’allenatore tedesco della Nazionale, tornato da pochi giorni nella capitale per riprendere il suo lavoro.
Nazionale senza maglie
Una ventina di giocatori riuniti al centro del campo ascoltano in silenzio il suo discorso. Stange parla in inglese e ogni tanto fa una pausa per consentire all’uomo al suo fianco di tradurre in arabo. «Lo so, nemmeno oggi sono arrivate le nuove maglie e ci mancano molte altre cose», sta dicendo ai suoi atleti. «Mi rendo conto delle difficoltà personali che la guerra ha provocato a voi e alle vostre famiglie, ma vi chiedo di tenere duro e di impegnarvi, perché questo è il solo modo che abbiamo per tornare a essere competitivi». L’allenamento comincia così, alle sei del pomeriggio. Perché solo a quest’ora la temperatura rovente dell’estate di Baghdad – che sfiora i 50 gradi durante il giorno – comincia a scendere.
Siamo nel vecchio e derelitto stadio Al Kerkh, a ridosso del quartiere di Mansur: i giocatori sono arrivati fin qui alla spicciolata, a bordo di macchine e furgoni. Tutti già cambiati e con gli scarpini chiodati in mano. «Gli spogliatoi sono stati devastati durante i giorni del saccheggio, subito dopo l’ingresso dei marines in città», ci spiega sconsolato uno di loro. «Si sono portati via tutto, anche i lavandini». Un premuroso dirigente ha invece salvato le coppe e i trofei esposti nella stanza trasformata in ufficio provvisorio della Federazione Calcio. «Non sappiamo ancora quando potrà riprendere il campionato», dichiara il segretario generale Jamal Mahmoud. «La stagione solitamente iniziava a ottobre, speriamo di farcela almeno per novembre». Ai bordi del campo, Stange distoglie per un attimo lo sguardo dai suoi ragazzi per aggiungere: «Negli ultimi 15 anni la vita di questo Paese è stata resa difficile dalle guerre, dalla dittatura e dall’embargo. Ora c’è bisogno di pace e sì, anche di calcio. Ma abbiamo bisogno di aiuti, perché tra guerra e saccheggi qui non è rimasto nulla. Ripartiamo da zero».
Squadre di regime
Furono gli inglesi, nel 1916, a introdurre in Iraq quello che è ormai da tempo lo sport più popolare. Delle 20 squadre che hanno partecipato all’ultima edizione del campionato di serie A, nove sono di Baghdad. Quasi tutte espressione dei cardini del regime: Esercito (Al Jaash), Aviazione (Al Tairan), Polizia (Al Shurta, campione in carica), ma anche ministero del Petrolio (Al Nafut) e dell’Industria (Al Senaar), come racconta Mohammed Ibrahim, cronista sportivo del neonato settimanale interamente dedicato al calcio (Al Kora). Molti dei nuovi quotidiani e settimanali pubblicati in Iraq sono venduti ogni giorno sulle bancarelle di Rashid Street, la strada più antica di Baghdad, che accompagna parallelamente il corso del fiume Tigri e fornisce l’unico elemento di riferimento in mezzo al dedalo di vicoli e viuzze che circondano l’antico bazaar. Fin dalle prime ore del mattino i marciapiedi sono invasi da venditori ambulanti che espongono ogni genere di mercanzia. Gruppi di uomini affollano i bar: giocano a backgammon e domino, leggono i giornali e chiacchierano sorseggiando tè o caffè turco. Sono poche invece le donne in giro, spesso il loro viso è coperto dai veli, gli stessi che vengono esposti sui banchi del suq Al Arabi, accanto alle coloratissime maglie da calcio. Dal Milan al Manchester United, dalla Roma alla nazionale cinese: tutto il calcio internazionale è rappresentato, secondo interpretazioni più o meno rispettose dei modelli originali. Poco lontano, i rotoli di filo spinato delimitano il check-point americano che interrompe il caotico traffico di Rashid Street. Un uomo di mezza età indica i soldati e impreca: «Sono arrivati qui ad aprile e chissà quando se ne andranno... Siamo riconoscenti perché ci hanno liberato da Saddam, soprattutto noi sciiti che eravamo perseguitati, ma Baghdad è ancora in mano ai banditi, manca l’elettricità e i telefoni non funzionano. Spesso scarseggia anche l’acqua. Ci aspettavamo altre cose, avevamo altre speranze o forse è questa la democrazia?». Gli effetti di un dopoguerra molto difficile sono condivisi anche dall’altra parte del filo spinato. «Siamo venuti qui per fare la guerra e vincerla rapidamente», ci confida più tardi un anonimo marine, appoggiato al carro armato di guardia in Saadun Street, dietro il Palestine Hotel. «Adesso però ci viene chiesto di fare i poliziotti e di sorvegliare su una pace difficile, ma questo non è il nostro mestiere. Siamo qui da troppi mesi e ci siamo rotti i coglioni di farci sparare addosso». Prima e soprattutto dopo il coprifuoco delle undici di sera, in questa antica metropoli polverosa che si sta rivelando una moderna frontiera del conflitto mondiale. L’integrazione tra la popolazione di Baghdad e i soldati americani, se vista da vicino appare davvero come una storia complicata, se non impossibile.
Giochi di guerra
«Per noi non c’è differenza tra Saddam e gli americani», ripetono con strafottenza alcuni ragazzi iracheni in un vicolo di Al Amel, zona periferica di Baghdad dove l’asfalto, quando c’è, è pieno di buche e le case sono basse e di-sadorne. «Quello che vogliamo è soprattutto un po’ di sicurezza, ma i marines sono molto aggressivi con noi», argomenta invece Faruk Abdul Jabbar, 50enne maestro elementare avvolto in una tunica bianca e appoggiato al muretto alle loro spalle. Un’estenuante partitella a calcio tra i bambini del quartiere occupa il vicolo battuto dal sole cocente e viene interrotta soltanto dal volo radente di un paio di elicotteri in perlustrazione. Allora tutti smettono di inseguire il pallone e iniziano a simulare gesti di guerra: le mani che sparano colpi immaginari verso il cielo, mentre le urla simulano esplosioni di bombe invisibili. «All’inizio il partito Baath, che portò al potere Saddam, sembrava animato da buone intenzioni», ricorda Tarik Rahdi, che con i suoi 67 anni ha attraversato le diverse fasi della recente storia irachena. «Costruirono case e infrastrutture, investirono nell’educazione e nello sviluppo tecnologico, trasformando l’Iraq in un Paese moderno. La nostra vera rovina fu l’inizio della guerra contro l’Iran, vent’anni fa: da allora le cose peggiorarono drammaticamente». Quasi a sottolineare le sue parole, dalla fila di palazzi affacciati sul Tigri arriva l’eco di uno scambio di colpi. «Sono armi automatiche», sentenzia Ahmed Marouf, medico trentenne in servizio al Baghdad City Hospital, che abbiamo incontrato in questo chiosco di Haifa Street, una delle vie principali del centro. Si guarda intorno, prima di aggiungere: «Qui non muoiono soltanto soldati americani. Ogni notte nel nostro ospedale arrivano quattro o cinque uomini uccisi da armi da fuoco, non posso sapere se siano vittime di scontri con i marines o di scontri tra gang, ma di ospedali come il nostro, in città, ce ne sono altri sei. Fate voi i conti».
La città degli sciiti
Piccole nuvole di terra, sabbia e polvere nascondono alla vista i contrasti tra i giocatori in maglia azzurra e quelli in giallo, mentre la voce gracchiante di un improvvisato commentatore viene diffusa dagli altoparlanti. Alcune centinaia di spettatori seguono la partita tra Habiby e Al Nahda in questa spianata più simile a una discarica che non a un campo di calcio. Le due squadre rappresentano i diversi quartieri di quella che fino alla caduta del regime era conosciuta come Saddam City. Ora si chiama Al Sad’r City, in onore di Muhammad Sadeq Sad’r, guida e riferimento degli sciiti, quasi la totalità degli abitanti di questo ghetto voluto da Saddam, dove oggi si celebra la festa di uno dei partiti politici che vorrebbe rappresentarli. «Da qui viene la maggior parte dei giocatori iracheni», ci spiega Ammo Baba, acclamato campione del passato che presenzia all’incontro. È stato lui a guidare la protesta per ottenere la restituzione, da parte dell’esercito americano, dello stadio Al Shaab. «Quello è l’unico impianto attrezzato a ospitare partite internazionali, dove durante la settimana si svolgevano molte attività sportive, compresi gli allenamenti della mia scuola calcio, che coinvolgeva oltre duecento bambini di età tra gli otto e i dodici anni». I piccoli calciatori hanno ricominciato a esercitarsi da qualche giorno, radunati da Ammo Baba in un angolo del campo Al Senaar, ma il problema rimane. «Gli americani hanno trasformato lo stadio in un parcheggio di carri armati e blindati, distruggendo il prato e il sistema di irrigazione. Non è colpa del calcio se c’è stata la guerra», ci aveva detto Stange, preoccupato del fatto che le prossime partite casalinghe della sua nazionale, a cominciare da quella contro il Vietnam in programma a settembre e valida per le qualificazioni all’Olimpiade , si dovranno disputare in Siria. «So bene che ci sono altre urgenze e priorità, ma la ripresa del calcio può davvero aiutare il ritorno della pace in questo Paese», aggiunge ora Ammo Baba, «eppure sembra che gli americani facciano fatica a capire quanto possa essere importante il calcio per gli iracheni».
Si continua a giocare
A qualche chilometro di distanza, il tetto della moschea Al Hekmah ospita l’esposizione di uno dei trofei dei giorni del saccheggio. Mani anonime hanno consegnato qui uno degli strumenti di tortura trafugato dai sotterranei della sede del Comitato Olimpico presieduto da Uday, il figlio di Saddam che governava da despota lo sport iracheno. L’imam sciita Abdul Al Zahra ci mostra l’imbragatura in ferro che paralizzava i presunti oppositori al regime durante la loro immersione dentro vasche d’acqua gelata. A Baghdad, dalla fine della guerra si sono moltiplicati i racconti relativi ai crimini del regime e molti di questi riguardano anche il calcio. «Uday chiamava la sera prima delle partite importanti e ci minacciava di morte in caso di sconfitta», ricorda Ahmed Radi, autore dell’unico gol mai segnato dall’Iraq in un Mondiale e oggi Presidente dell’Al Zawraa (Rivoluzione), uno dei club più popolari in città. «La paura tra noi giocatori era diffusissima, spesso al ritorno in patria dalle trasferte con la nazionale qualcuno di noi veniva prelevato e condotto in carcere, poi costretto ai lavori forzati o umiliato in pubblico». Di fronte a noi si sta svolgendo l’ennesima seduta di allenamento dalla nazionale, questa volta sul campo Al Zawraa. Ma né gli spettatori sugli spalti, né tantomeno i giocatori in campo sembrano far caso al crepitio di fucili mitragliatori che da quasi mezz’ora rompe il silenzio della zona, oltre la fila di palme che delimita lo stadio. «Lo so, era impossibile non sentire quegli spari», ammette poco dopo Arkan Najib Shamoun, il 21enne centrocampista indicato da Stange come la migliore promessa del calcio iracheno. «Mentre giocavamo pensavo soprattutto a come tornare a casa sano e salvo…». Accanto a lui Haidar Sabah, ala tornante diciassettenne, si toglie la maglia verde fradicia di sudore e aggiunge: «Abbiamo paura degli “alibaba”, i ladri e i banditi che sono ormai dappertutto, qui a Baghdad. Da quando la guerra è finita mi sento al sicuro solo quando vengo al campo». I compagni di squadra si affrettano a guadagnare l’uscita: vanno via con le scarpe in mano, facendosi largo tra la piccola folla che si è radunata per festeggiarli, incurante delle pattuglie americane che sfrecciano verso il luogo da cui continua ad arrivare il rumore degli spari.



