ANGOLA. A GAMBA TESA
(GQ, ottobre 2005)


Le regole sono semplici: «I giocatori possono avere due braccia e altrettante mani, ma soltanto una gamba (con relativo piede), per i portieri invece sono ammesse due gambe e una mano». Questo è il calcio con le stampelle, amputee football, giocato da uomini e ragazzi che hanno subìto amputazione agli arti. Roba tosta, insomma. Si lasciano le protesi negli spogliatoi, poi (sette giocatori per squadra) si scende in campo, dove è possibile calciare soltanto con il piede: i contatti tra palla e stampelle (o moncherini) debbono essere involontari, «altrimenti chi ha subito un’amputazione sotto il ginocchio sarebbe avvantaggiato rispetto a chi è stato privato dell’intero arto», spiega Victorino Jose, capitano e goleador della squadra che ha per nome una data: 3 de Dezembro, in onore della giornata internazionale dei disabili. A Luena, nella regione orientale dell’Angola, di squadre che si cimentano con l’amputee football ce ne sono altre due: 4 de Abril (per ricordare il giorno del 2002 in cui vennero firmati gli accordi di pace) e 11 de Novembro (data che ricorda l’indipendenza dal Portogallo, ottenuta nel 1975). «Ma presto nasceranno altre formazioni e il nostro obiettivo è diffondere la pratica di questo sport in tutta l’Angola», afferma Tracy Brown, coordinatrice canadese di Vietnam Veterans of America Foundation, l’organizzazione nata dal proposito di portare aiuti alle popolazioni reduci dalle guerre da parte di due ex soldati americani. Dal 2003, con il programma Sport For Life, hanno introdotto Victorino e decine di altri ragazzi e uomini all’amputee football. «In Angola si contano oltre 80.000 amputati, 3.000 soltanto nella zona di Luena, dove siamo attivi dal 1996», spiega a GQ Tracy Brown. «Sono gli “effetti collaterali” di una guerra civile durata 27 anni, che ha lasciato sul terreno migliaia di mine e ordigni inesplosi». Così, oltre all’attività svolta dagli sminatori e a quella di medici e volontari del centro ortopedico, a Luena ora si gioca a calcio. Con le stampelle.«L’amputee football facilita il reinserimento sociale di chi ha subìto amputazioni agli arti», aggiunge Tracy Brown. «Perché la disabilità fisica, unita ai traumi psichici causati dalla guerra, provoca emarginazione sociale». A Victorino e agli altri invece è successo di essere chiamati a parlare all’Assemblea nazionale, dopo la partita giocata a fine estate nello stadio Citadela di Luanda, la capitale. «Ora la gente si rende conto della difficoltà di questo sport e ci ammira», dice Gabriel, attaccante del 4 de Abril. «Noi non vogliamo essere compatiti: vogliamo giocare e vincere».
Gabriel durante la guerra lavorava come autista e meccanico della polizia militare. Finché non gli capitò di inciampare su una mina: per il piede destro non ci fu nulla da fare. Ma cinque anni dopo con il sinistro tira micidiali punizioni liftate. E in occasione dell’esibizione di Luanda  si è pure ritrovato addosso la maglia del Porto: effetto del contributo di Handicap International, organizzazione che ha vestito le squadre di Luena con i colori degli ex campioni del Portogallo e di squadroni come il Milan e il Manchester United (Victorino ha fatto vincere i 3 de Dezembro con una doppietta e con la divisa dei Reds). Anche per questo oggi Gabriel non ha dubbi e sostiene di voler ricordare «il giorno in cui in ospedale mi proposero di reagire alla mia condizione attraverso lo sport, questo sport». Ma i giocatori angolani di amputee football non sono soli: il calcio con le stampelle è infatti disciplina praticata in gran parte del mondo (non in Italia, almeno per il momento). E non soltanto da reduci o vittime di guerra. Esiste una federazione internazionale (con relativo regolamento, che prevede «campi all’aperto, 50 metri per 30, oppure palestre di varia misura»), che organizza campionati mondiali e prevede una versione “4 contro 4” del gioco. E non poteva mancare la miscela di storia e leggenda per raccontare le origini di questo sport, nato una ventina di anni fa negli Usa. A Seattle, in un pomeriggio qualsiasi della primavera del 1980, Don Bennett stava attraversando un parcheggio sopperendo alla mancanza della gamba con le sue stampelle. Quando, dal vicino campetto di basket, rotolò fino a lui un pallone, Don istintivamente lo colpì con il piede rimastogli: traiettoria perfetta. E applausi. Nessuno sa se tutto iniziò davvero con quel “rinvio”. Certo è che due anni dopo si giocava la prima partita di amputee soccer tra Stati Uniti e Canada. E oggi già si tramandano le gesta di giocatori mitici: come l’americano – di origini somale – Farah Aden, che perse l’arto traforato da una mitragliatrice mentre giocava a pallone con i suoi amici in un campetto di Mogadiscio. Oppure Celso Santos, brasiliano dal tiro devastante («che piegava le stampelle») nonostante gli mancasse un pezzo di gamba a causa del morso di un cobra. Steve Johnson, già capitano della nazionale inglese e ora responsabile della federazione britannica di amputee football, perse un arto giocando a calcetto in palestra, per colpa di una rovinosa caduta contro una vetrata. E cosa dire del portiere russo Ramazanov? Durante la finale mondiale del 2001, dopo essersi scontrato con la stella brasiliana Fernando “Pitbull” Maldonado,  beccandosi una prima ammonizione, incappò nel secondo “giallo” per tocco non regolamentare. Ovvia-mente espulso,  si avventò con il solo braccio a disposizione contro l’arbitro inglese: partita sospesa e rissa generale. Calcio vero, insomma, quello con le stampelle. A Luanda, durante la partita dimostrativa giocata alla fine dell’estate, gli scontri si sono limitati ai violenti tackle esibiti in campo dai giocatori. E in tribuna, oltre a tifosi, notabili e politici, c’erano alcuni rappresentanti del Comitato Paralimpico, a cui viene rivolto l’invito a includere l’amputee football tra le discipline paralimpiche.  Magari fin dalla prossima edizione: Gabriel e Victorino già sognano di segnare a Pechino, nel 2008.

 

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