ALBA ROHRWACHER: "Ora non ho più paura"
L'inizio è nella fine. Nello schermo del cellulare che si illumina, al buio. Sms: "Grazie. Mi sono fidata, e non avevo paura di cadere all'indietro. Alba". Il prima, allora: giorni di inseguimento a una voce, la sua, dolce, morbida, gentile: rinviava, spiegando e scusandosi, al telefono, l'appuntamento con questa intervista. Per le ultime scene da girare a Torino (di La solitudine dei numeri primi, diretto da Saverio Costanzo e ispirato dal romanzo di Paolo Giordano), per la febbre e le partenze improvvise (Berlino, poi Londra). Intanto arrivava la prima risposta: "Per raccontarmi ho bisogno di vedere l'altra persona, non facciamola al telefono questa intervista". Così sia. Sul treno per Roma, Alba Rohrwacher è ovunque. In copertina del magazine ferroviario, quindi moltiplicata per sedili, tavolini e pavimenti. Glielo scrivo, via sms. Risposta: "Che paura. Quella non sono io, o comunque non del tutto". Riflessi di notorietà. E paure, dunque. Alba ha trentun anni (e due settimane), ma sono già più di venti i film da lei interpretati. Tutti la cercano, vogliono, apprezzano. "Il mio è un percorso di crescita, una piccola valigia dove dentro metto tutto e non butto via niente", mi dice qualche ora più tardi. Fuori, c'è la faccia grigia della città fradicia di pioggia e attorcigliata nel traffico. Dentro, la tranquillità di una fabbrica convertita in cioccolateria e ristorante. E due tazze di tè scuro appoggiate sul tavolino. Tra domande e risposte. Tra me e la sua alluring innocence, come scrissero gli americani dopo averla conosciuta, due anni fa, al Sundance. Affascinante innocenza. Parole che accarezzano e intanto descrivono le espressioni di passaggio sul suo viso. I capelli (corti e scuri per esigenze di scena) sono una cornicetta arruffata. Alba potrebbe sembrare nordeuropea, per i tratti, lo sguardo, il pallore. I ricordi infatti vanno lì: "In Scandinavia arrivai in treno, ero in vacanza con l'inter-rail". E il suo sorriso inizia nello sguardo: luce di occhi, mentre parla di "natura e fiordi", e "viaggi che erano avventure". A 19 anni, pensava ancora che si sarebbe laureata in medicina, a Firenze. Poi invece deviò su Roma, Centro sperimentale di Cinematografia. "Me ne aveva parlato un ragazzo incontrato proprio in quel viaggio. Al ritorno chiesi consiglio a Valeria Sabel, attrice a cui ero molto legata: lei, che aveva abbandonato l'insegnamento per dedicarsi al teatro, mi suggerì di provare a cercare la strada da attrice attraverso lo studio". Alba racconta così, tutto d'un fiato, poi si ferma e quasi si astrae per tornare, "dove Valeria mi fece quel discorso, a casa dei miei: tutte le cose importanti sono avvenute lì, anche la telefonata con cui ho saputo che al Centro mi prendevano, e quelle di Soldini che mi voleva nei suoi film". La casa è in campagna, Poggio del Miglio, venti chilometri da Orvieto, dove i genitori (tedesco lui, umbra lei) si erano trasferiti. Undici anni dopo quel giorno Alba dice: "Mi sento fortunata, capii di aver sbagliato scelta. La mia famiglia mi appoggiò e rimase a guardare quel che succedeva. Io pensai soltanto a mettere tutte le mie energie in questo nuovo pezzo di vita, senza preoccuparmi di dove potevo arrivare". Le chiedo se ora sia invece possibile fare un bilancio, e lei scuote la testa, ripete di essere "fortunata, perché amo recitare e sul set mi sento a mio agio. Mi piace sapere come tutto funziona, anche se non sono una che, a seconda della lente usata, sa già dove mettersi. E poi, film per me sono come parentesi di tempo". Alba si guarda intorno con rapida circospezione. Accompagna le parole con piccoli gesti. Tocca e sposta gli oggetti sul tavolino. Alba apre gli occhi e sorride, quando lo fa sa essere irresistibile. E se ride timidamente, sembra tornare bambina nella campagna di Orvieto, quando andava per mercati con suo padre apicoltore: "Non mi piaceva quel lavoro, e comunque sul furgone ascoltavo Isoradio, e andavo via lontana con i pensieri. Mentre quelli parlavano sempre del traffico tra Busto Arsizio e Gallarate, pensavo cosa ci sarà mai tra Busto Arsizio e Gallarate". Altri luoghi, altri ricordi allora. Come la settimana trascorsa a Tokyo, stupore, passione, e il Giappone tutto da scoprire, però le arrivò lì la notizia della morte del nonno materno, Vladimiro, quello che "aveva scritto il dizionario di orvietano". A lui, come alla famiglia intera, ma a lui di più, Alba teneva "moltissimo, era stato coraggioso, forte, capace di superare difficoltà grandi come montagne", dice. E capisci che fu ispirazione e riferimento per lei. "Poi, quel momento strano e doloroso: fuori dall'hotel, all'improvviso c'era una tempesta e io che avevo detto a mia madre non ci sentiamo invece poi l'ho chiamata e lei allora mi ha dato la notizia". Il dolore. E sembra di vederla, Alba lost in Tokyo e pure dentro sé, intanto che la guardo oltre le tazze di tè e il tavolino e mi viene da dirle che la leggerezza non abita lì, dietro i suoi occhi chiari e il suo corpo minuto, dentro quel fascino semplice e però tormentato che si modella sugli umori e le riflessioni, mentre i pensieri portano via. "Non sono una che prende le cose alla leggera, anzi. Francesco Piccolo ha detto che sembro una che vive sul bordo della tragedia. Ero a Tokyo per la settimana del cinema italiano, mi trovai davanti a mille giapponesi in sala: pensai di raccontare quella definizione da scrittore e aggiungerci "se non avessi fatto cinema, insomma, mi sarei potuta suicidare". Reazione: gelo in sala, io che aggiungo "era una battuta", ma nessuno proprio nessuno che ride". Anche qui ti viene da immaginarla, con il suo timido imbarazzo, ma lei già vola via a raccontarti del fascino del Giappone, le città e la natura, e invece la notorietà Alba, ti pesa, ti piace, che effetto ti fa? "Faccio rientrare tutto nella normalità di quel che ho scelto di fare", risponde di slancio, poi si ferma. "Una volta, al Centro ognuno doveva raccontarsi come fosse un altro e la mia amica mi descrisse proprio come non volevo, né credevo di essere. Mi sentii tradita. Ed è successo pure con qualche intervista, forse anche quelle mi hanno insegnato a fidarmi di meno, ad aver paura". Nella vita, invece? "Ho momenti di felicità e altri di spaesamento", svicola. La fisso e mi ritrovo a pensare che sia fragile all'apparenza e d'acciaio dentro. Testarda? Nega con la testa, e con gli occhi che aggiungono: "Dillo a tua sorella che è testarda". Glielo faccio notare, e lei ride. "Sono fedele a me stessa, sono una che combatte, lotta, prende botte e poi riporta tutto a casa, magari ferita". Capisci che non sta parlando di cinema. Non più. Ma è veloce a scartare da quel che non vuole raccontare. "La donna nel cinema italiano è spesso una figura stereotipata, però ho avuto la fortuna di lavorare con registi come Soldini, bravissimo a raccontare con sensibilità femminile". Tradotto? "La delicatezza", dice lei in un soffio, prima di citare Battiato e la sua "Canzone dei vecchi amanti": "So tutto delle tue magie e tu della mia intimità, sapevo delle tue bugie, tu delle mie tristi viltà". Come possa essere davvero Alba, lo intuisci per un attimo di sguardo, in un gesto dolce, ma lei è già via e chiede di parlare "di queste foto che mi avete fatto", nella Torino che la "incanta" e dov'era stata anni prima per trovare sua sorella più piccola ("alla Scuola Holden"), poi ci è tornata per undici settimane di riprese (film di Costanzo, appunto). E a Casa Mollino, per le nostre foto. "Ogni angolo di quel posto nasconde qualcosa di speciale, mi è venuta voglia di interpretare storie di donne, di scrittrici dentro le cui autobiografie mi sarebbe piaciuto stare: Virginia Woolf, Colette. Mi sono abbandonata, guardandomi da fuori, spettatrice di me stessa. Era tutto strano: il silenzio della casa, la finestra che si apriva sul Po e sul freddo dell'inverno, più tutto quello che il fiume si porta dietro, addosso". Come le paure, per Alba. Ma lei, prima di salutarmi e di scivolare via veloce nelle strade buie di pioggia del quartiere San Lorenzo, si illumina in un altro sorriso che inizia negli occhi chiari. E racconta "quando facevo uno di quegli esercizi che fanno gli attori, per cui devi lasciarti cadere all'indietro. Ecco, sai cosa? Io a far quello non ho mai avuto paura". RECITARE IN LEVARE di Gabriele Porro Quando i critici scrivono, di un'attrice o un attore, che recita in levare (prendendo il vocabolo in prestito dalla musica), o meglio ancora per sottrazione, non è detto che sia un complimento. In scena, sullo schermo, molti, molte vogliono farsi valere, schiacciare i colleghi/concorrenti, ipnotizzare il pubblico, specialmente in un cinema spesso gridato, per far ridere o commuovere, come quello italiano di oggi. Invece un complimento lo è, nel caso di Alba Rohrwacher, ma anche di Margherita Buy, Valerio Mastrandrea, Anita Caprioli, Luigi Lo Cascio, Carlo Verdone (quando ci crede), e tanti altri, che non essendosi mai iscritti al club dei pesi massimi della recitazione (definizione che anni fa, un po' ingiustamente, un critico americano affibbiò a Meryl Streep e Jack Nicholson, insieme in Ironweed) entrano nei film, nei soggetti, nelle inquadrature, in punta di piedi. E non per scarsa convinzione o mancanza di personalità: al contrario, perché credono, il più delle volte giustamente, che non occorre urlare le battute per farle arrivare al pubblico, e non tutte le sequenze in cui appaiono loro debbano essere la scena madre, il momento fondamentale di tutta la storia. Anche perché, quando si dice che il cinema è un prodotto collettivo, non significa solo che ci sono registi, attori, direttori della fotografia, muscisti, scenografi, ma che la recitazione è sempre un fatto corale e la riuscita di un film si basa sulla bravura di tutti. La Rohrwacher è al cinema, in questi giorni, accanto a Tilda Swinton, in Io sono l'amore di Luca Guadagnino, in un ruolo importante anche se un po' discosto, laterale, quello della sorella del protagonista che scopre un amore lesbico assoluto. Una nota positiva in un film piuttosto cupo. A fine aprile sarà poi la sensuale amante di Pierfrancesco Favino in Cosa voglio di più di Silvio Soldini, reduce da Berlino. Intanto la si può ancora ammirare nel bellissimo L'uomo che verrà di Giorgio Diritti (regista Il vento fa il suo giro), dove recita con coraggio e sommessa disinvoltura in un dialetto dell'appennino emiliano che non è certo il suo. Nel film ha una parte da ribelle, odia i tedeschi e ha misteriosi traffici a Bologna: forse si vende, ama i compaesani con tutto il cuore ma è insofferente ovunque la metti, in città e in montagna (il contesto, certo, non aiuta: la miseria, la guerra, l'occupazione). Per questo in molti la guardano con diffidenza. Un ruolo perfetto per acuti da primadonna, smanie da protagonismo? Forse, ma non è il suo caso. Nel compatto affresco popolare di Diritti, Alba tiene perfettamente il posto suo: importante ma non prepotente, affettuosa ma anche scontrosa. Con misura.



