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AMSTERDAM, LA FABBRICA DEI CAMPIONI
(GQ, dicembre 2004)
I borsoni biancorossi sono più grandi dei bambini che li trascinano con sé oltre il cancello, dopo aver lanciato saluti e occhiate furtive al gruppone di genitori in attesa.
Nessuno degli adulti supera l’invisibile confine che divide il selciato di questa strada periferica di Amsterdam dall’ingresso della scuola calcio più famosa del mondo. Un luogo chiamato Toekomst, che in olandese significa “futuro” e che da anni garantisce quello dell’Ajax, club specializzato nella produzione di giovani campioni.
Ma del futuro importa ancora poco a Dico, dodici anni di lentiggini, occhi verdi e una spazzola di capelli biondi corti tirati su con il gel: lui è già riuscito a realizzare un po’ di quel sogno che accomuna i bambini di mezzo mondo. Anche se il nome della sua squadra per ora è soltanto una sigla, D3, che nel linguaggio del vivaio biancorosso è la formazione di chi deve ancora compiere 13 anni. Partecipa a un campionato in cui si gioca 8 contro 8: una partita e tre allenamenti a settimana per diventare calciatori veri. «Ma noi continuiamo a ripetergli di non illudersi, perché alla sua età è facile sognare e le delusioni sono in agguato», riflette il padre dall’altra parte della strada. Peter Koppars ha 50 anni e un lavoro da funzionario pubblico a Utrecht: sia lui, sia la moglie Willy, 48 anni, sono tifosissimi dell’Ajax, ma ammettono che gli impegni del giovanissimo calciatore hanno già stravolto la vita familiare. «All’inizio ci dividevamo il compito di accompagnarlo, poi abbiamo deciso di prendere un appartamento in affitto qui ad Amsterdam». Il doppio domicilio della famiglia Koppars è conseguenza della relazione con cui uno dei 25 osservatori volontari sguinzagliati dall’Ajax in giro per l’Olanda segnalò le potenzialità del piccolo calciatore. Come da prassi, dopo ulteriore verifica arrivò un altro osservatore (quelli professionisti sono 6) e l’invito ad Amsterdam per bambino e genitori: visita al centro d’allenamento, incursione nella sala trofei del club, sbirciatina allo stadio dei grandi e poi via con il provino. Dico è stato arruolato così, come altre centinaia di giovani aspiranti campioni, suddivisi in 13 categorie: dall’under 9 all’under 19, poi chi è più bravo passa in prima squadra, mentre gli altri provano a dimostrare il loro valore con lo Jong Ajax (Under 21). «L’importante è che i nostri figli si divertano e siano felici», sdrammatizzano i genitori di Dico. «Sappiamo che per il club tutto questo è anche un business. Ma se serve a realizzare i sogni dei nostri bambini per noi è ok…».
Oltre il cancello
Non ci metti molto a capire chi comanda al Toekomst: l’uomo in tuta con gli occhi di ghiaccio e i capelli ricci, che si aggira dietro la vetrata della caffetteria affacciata sui campi d’allenamento. «Non tutti i ragazzi devono diventare medici o ingegneri, ma la nostra regola è semplice: se vai male a scuola qui non giochi», ci spiega senza sorridere Danny Blind, 43 anni e un passato glorioso da difensore dell’Ajax e della nazionale olandese. «Qui non abbiamo metodi speciali, né segreti: l’unica cosa che conta per noi è lo sviluppo e la crescita dei giovani di talento». Il giocatore prima della squadra, dunque. Ma individualismi e indisciplina sono banditi dal Toekomst. «Teniamo molto al comportamento dei ragazzi», sentenzia infatti il direttore. «Ne abbiamo discusso a lungo e abbiamo stilato regole chiare». Ovvero? «Non è permesso entrare al centro con orecchini e cappellini, per esempio. E siamo inflessibili sugli orari: i ragazzi devono presentarsi in anticipo di mezz’ora sull’orario degli allenamenti, un’ora nel caso delle partite». Alla faccia della tradizionale tolleranza olandese... Blind scuote la testa, infastidito: «Sono cose normali, di questi tempi», replica. «I nostri giocatori devono sentirsi liberi, ma nel rispetto delle regole e imparando a controllare se stessi e gli altri». Poi però scopri che c’è anche la regola dello sponsor... «Sì, è vero: in campo e fuori i ragazzi sono autorizzati a indossare soltanto scarpe Adidas». Il complesso del Toekomst è una palazzina completa di spogliatoi e refettorio, caffetteria e sale riunioni, palestre e campi d’allenamento. Ma non prevede l’ospitalità: «Perché i ragazzi stanno a casa loro, a parte poche eccezioni, che sistemiamo presso famiglie in città». Parola del direttore, a cui chiediamo da dove vengono tutti questi giovanissimi aspiranti. «La maggior parte dei ragazzi proviene da località a una distanza massima di 80 km da Amsterdam. Per arrivare da più lontano devi già essere un piccolo campione». L’ex capitano dell’Ajax prova poi a paragonare vecchie e nuove generazioni sfornate da questo laboratorio calcistico. «Ciò che è cambiato di più è la personalità», risponde fissando lo sguardo glaciale sul muro tappezzato di trofei. «Ora i ragazzi hanno tutto. Forse troppo: playStation, computer. Una volta per noi c’era soltanto il pallone. E la maggiore disponibilità rende i ragazzi di oggi più deboli». Anche i soldi? «Qui iniziamo a fare qualche contratto solo ai migliori Under 18 e 19. Non ci piace che vengano fatte firmare procure a giocatori di 14 o 15 anni: le famiglie che decidono in questo senso privilegiano l’aspetto economico, ma non necessariamente fanno il bene dei ragazzi…». Blind tace per un attimo, poi offre la percentuale del successo targato Ajax: «Nel 95% dei casi, i ragazzi che completano la trafila delle giovanili diventano calciatori professionisti». Incredibile, ma vero al punto che nella serie A olandese militano ben 120 giocatori di scuola Ajax. Senza contare quelli in forza ai club di mezza Europa. Ma il successo del vivaio biancorosso è segnato anche da altri numeri, quelli (4-3-3) di un modulo buono per tutti: dalle compagini dei più piccoli fino alla prima squadra. «Qui si gioca all’attacco, è la nostra mentalità», conferma Blind. «Per questo motivo ogni anno le nostre formazioni giovanili partecipano a tornei all’estero, per confrontarsi con altri modi di intendere il calcio». Pausa, poi aggiunta velenosa:«Sì, anche con quello più difensivo che si gioca in Italia…».
Una questione di cromosomi
Il direttore guarda l’orologio e si lamenta del tempo perduto: gli allenamenti incombono e le interviste non gli piacciono. «Tutto il mondo vuole sapere e vedere quello che succede qui, cercando di scoprire chi sarà il nuovo Cruijff. Ma così facendo si rischia di mettere un’eccessiva pressione sui nostri ragazzi». Messaggio recepito: ci sono dunque altri pericoli da cui difendere gli aspiranti campioni, oltre all’indisciplina, al calcio difensivo degli italiani e all’invadenza dei media?
«I genitori», ribatte Blind. «Loro vedono sempre e soltanto il lato buono dei figli. Ogni anno organizziamo una riunione e chiediamo esplicitamente che non provino a sostituirsi agli allenatori». Anche lui dirige spesso i ragazzi più grandi dalla panchina, ma aspetta «dieci, anche quindici minuti prima di dare loro indicazioni, perché devono imparare a trovare la posizione e a cavarsela da soli». Così funziona dunque il laboratorio calcistico dell’Ajax, dove si analizzano le prestazioni dei ragazzi secondo un criterio ribattezzato «TIPS». Che, oltre che per consigli, sta per «Tecnica, Intelligenza tattica, Personalità e Velocità (Speed): sono queste le caratteristiche più importanti da valutare in un giocatore». Prima di salutarci, l’inflessibile Blind deve però ammettere che «ci sono alti e bassi, grandi annate e ottime squadre. Eppure alla fine non possiamo fare magie e dipendiamo dal talento trasmesso al bambino dai cromosomi dei genitori».



