Tout pour le mieux

La citroën era ferma al centro del cortile, vecchia e di un verde ridicolo. Il cane aveva abbaiato una volta soltanto, ora la guardava senza interesse dall’ombra della tettoia. Nell’aria restava un sibilo, come di una radio che non prende niente.
Faber lasciò cadere la tenda e tornò all’acquaio. Con il coltello divise in quattro una patata bollita. La mise in bocca e masticò lento sentendo l’amido farsi dolcissimo e dopo amaro.
Sulle piastrelle azzurrate restava un adesivo del lago Maggiore dove non era mai stato. Poi altri segni di chi aveva abitato le stanze.
La porta alle sue spalle s’aprì.
Per un istante tutto quello che si sentì fu il ronzio del frigo, poi i passi dell’uomo presero il centro della cucina e una sedia scricchiolò sotto un peso non grande.
Faber senza voltarsi riempì la moka e la mise sul gas. Sfregò un cerino e accese, poi tirò fuori di tasca una sigaretta già fatta e attraverso il primo fumo guardò l’uomo.
- Quando sei rientrato?
L’uomo sorrise mezzo. Aveva i capelli ricci, la pelle oliva, una giacca leggera, un segno nuovo sotto l’occhio sinistro.
- L’anno scorso.
Il caffè cominciò a salire. Faber versò metà nella tazza grande e celeste che era la sua, il resto in una tazza piccola che usava per misurare il riso.
Fece due passi, posò la tazza sul tavolo.
- Non ho zucchero – disse, poi tornò al lavandino.
L’uomo prese la tazzina con due dita e la fece girare cercando di portare alla sinistra il manico che non aveva. Oltre il vetro la campagna era ferma come una bestia che aspetta di mangiare. Da sei settimane non pioveva.
- Martina è morta due anni fa – disse.
Faber pensò le mani di lei come uno che ricostruisce il particolare di un incidente. Nel silenzio un trattore passò distante.
- Dove?
L’uomo disse il nome di una città che Faber non sapeva, poi sollevò la tazzina e bevve un sorso.
Squillò un telefono. L’uomo prese il portatile che teneva in tasca e lo portò all’orecchio.
- Si – disse.
Faber spense sulla ceramica del lavabo e puntò il campo di granturco oltre il pozzo. A fissarlo forte pareva un fuoco che consumava.
L’uomo diede un’occhiata al mobilio diseguale, poi al viso fermo di Faber.
-  Non ancora – fece, e rimise il telefono in tasca.
Rimasero in silenzio, le tazze di caffè in mano. Due mosche correvano sulla cerata del tavolo alzandosi  in un ronzio metallico. L’uomo prese dall’interno della giacca un pacchetto morbido e accese.
- Tu hai qualcuno?
Faber pensò che nessuno glielo aveva mai chiesto e si disse che era un modo ben triste di capirlo. Scosse la testa, arrotolò una mezza cartina e la mise in bocca corta come gli era venuta.
- Fumi ancora quella roba?
- Ho ripreso una volta fuori – chiuse accendendo da un cerino.
L’uomo si alzò e andò alla finestra. La luce cambiava, il sole ora pioveva sulle cose segnando contorni purissimi.
- Qualcuno ha saputo che sono rientrato e si è messo in contatto.
Due rondoni tagliarono l’azzurro e si posarono sul filo della luce che dondolava sopra il cortile.
- Chi?
- Gente nuova.
Faber guardò la schiena dell’uomo. Sulla giacca i segni del viaggio.
- Come sono?
- Appena nati. Cercano qualcuno che gli insegni – disse.
Faber portò la sigaretta alla bocca e mise l’altra mano in tasca. Per un po’ fumarono e basta. Dal cortile venne il cigolio di una catena; il cane si spostava a cercare ombra nuova.
- Mentre salivo le scale ho pensato che potevi anche spararmi.
Faber gli vide il bracciale di cuoio al polso.
- A suo tempo ci ho pensato.
Uno dei rondoni si lasciò cadere. L’altro rimase fermo e solo, come una scarpa spaiata.

Viaggiarono tutta notte senza superare i cento.
L’autostrada era sgombra, l’asfalto nero, la luna netta e bianca come un fondo di latte in un secchio.
Alla prima luce fermarono nel parcheggio di un autogrill e abbassarono i sedili. Faber prima di dormire pensò cose passate che nel sonno divennero un segno di vernice sul petto e centinaia di topi che mordevano ferro.
Si svegliarono alle otto e trenta, appiccicosi e già stanchi.
Al bancone Stefano ordinò una spremuta e Faber un bicchiere di latte tiepido. Il televisore mostrava tre uomini discutere attorno a un tavolo a forma di pallone da calcio. Il ragazzo dietro il banco ascoltava serio. Quando comprarono da fumare disse loro che l’Italia non avrebbe vinto, che magari sarebbe arrivata terza o seconda. che sarebbe arrivata terza, o seconda, ma che comunque non avrebbe vinto.
Ripartirono alle nove e dieci e tennero la corsia di destra, tra un camion belga e un’auto guidata da un vecchio col cappello. Stefano parlò di cosa sarebbe accaduto l’indomani con parole vecchie di vent’anni: si concentrò su posto, ora e il perché dei due. Faber non fece domande né obiezioni.
Alle 11,40 uscirono allo svincolo di Finale Ligure.
Mangiarono spaghetti alle vongole in una trattoria e bevvero una bottiglia di Pigato. Dopo il caffè Stefano si fece portare un bicchiere d’acqua e prese due pastiglie. Disse di aver fatto la malaria, qualcosa a proposito di un progetto in Africa andato male. Usò spesso “noi”, ma non fece mai il nome di Martina.
Risalirono in auto alle 13,34 e percorsero un tratto di statale verso ponente con i finestrini abbassati. In alto correvano i viadotti dell’autostrada, sotto era una scala di terrazze e serre fino a mare.
Prima di Ventimiglia lasciarono l’Aurelia e svoltarono nell’interno.
Venti minuti dopo Stefano fermò in un borgo, tra case strette e cadenti.
Scesero dall’auto, presero le due borse che avevano viaggiato con loro e infilarono uno dei carruggi.
- E’ fresco – disse Stefano.
Faber cambiò mano alla borsa.
Era la più pesante perché conteneva una beretta e due pistole inglesi che non aveva saputo riconoscere.

Sopra un divano una ragazza sedeva come fanno i gatti, le zampe ritirate sotto il corpo, gli occhi aperti verso la voce. L’impressione di produrre calore.
- Valeria – disse quando furono tutti e due dentro.
Faber salutò facendo di si, come quelli che si incrociano in bici. Stefano mandò dalla bocca un suono che non voleva dire niente e posò a terra la sua borsa.
- Tomàs? – chiese.
Lei fissò un istante le pedule di Faber e il suo giubbotto troppo pesante.
- Arriva più tardi. Ha una partita di calcetto.
Era una stanza grande: pareti bianche, una vetrata, poco mobilio, travi a vista. Il pavimento di cotto aggiungeva ocra ai colori delle cose. Lei aveva i capelli di mezza lunghezza e ancora bagnati. Un asciugamano blu attorno alle gambe.
Stefano mosse in giro gli occhi cercando qualcosa.
- Quello…
- C’è un sacchetto in macchina – fece lei.
Stefano si voltò: c’erano tre chiodi da cui pendevano due mazzi di chiavi. Prese l’unico che poteva essere di un’auto, poi senza dir niente andò alla porta e uscì.
Rimasero soli. Faber mise a terra la borsa e lei girò una pagina della rivista che leggeva quando erano entrati.
- Se vuoi dormire, puoi stenderti di là.
Faber ringraziò di no. La luce entrava appena smorzata dalle gelosie. Fuori si intuivano un terrazzo, piante di ulivo e laurocerasi.
- Mettiti comodo – disse lei e fece cenno verso un grande tavolo antico.
Sul piano restavano dei quotidiani, i resti del pranzo e una lima per unghie. Faber scostò una sedia e sedette.
- Noi siamo già stati sul posto. Tu vuoi vederlo?
Faber aveva già tirato fuori il tabacco e curvava una cartina. Da fuori venne il verso di una cicala non molto diverso da quello del condizionatore che ronzava in qualche angolo.
- Stefano c’era?
- Si.
Annuì che andava bene così. Lei sorrise e riprese a sfogliare il rotocalco.
Il silenzio durò il tempo di chiudere la sigaretta, poi un orologio da qualche campanile batté le quattro.
Faber appoggiò sulle labbra e accese. Pensò la luce che faceva adesso sotto la gaggia dove si fermava a fumare ogni pomeriggio in quell’ora.
- E’ dei miei la casa, ma sono anni che non ci vengono.
Faber forzò un sorriso e uno sguardo attorno.
Contro la parete stava sistemata una vetrina alta e stretta con poche ceramiche e qualche coccio archeologico. Sullo sfondo, nella parte in ombra, un quadro che poteva avere qualche valore. Vicino alla vetrata due statue africane alte un cane di grossa taglia.
Guardò Valeria convinto di dover dire qualcosa, ma lei s’era rimessa a leggere. Masticava una matita o un fermaglio per capelli o un bastoncino cinese.
Dal corridoio venne lo scatto di una serratura, poi dei passi.
Stefano entrò, sfilò la giacca e la gettò poco distante dai piedi di lei insieme a una busta di carta da pane.
- Mancano i guanti – disse come uno che ha fatto un lavoro e tira le somme.
- Li porta Tomàs – fece Valeria.
Stefano annuì, prese una delle borse rimaste sul pavimento e andò al tavolo.
Sedette all’altro capo, lontano da Faber.
- Tu cosa vuoi?
Faber cercò un posacenere, poi vide un barattolo vuoto di yogurt. Spense.
- L’italiana – disse.
Stefano tirò fuori la beretta e prese a pulirla con uno straccio giallo.
Gettò uno sguardo di là dalla vetrata al mare e agli ulivi che ci scendevano.
- Bello questo posto – disse.
Valeria si tese a vedere anche lei come fosse la prima volta. La stoffa della canottiera si curvò assecondando la forma dei seni piccoli.

  1. Troppo lontano da Milano – disse tornando alla rivista.

Dopo le nove arrivò Tomàs.
Baciò Valeria su una guancia e strinse la mano a Faber. Con Stefano scambiò un sorriso, poi sedette scoperchiando il piatto tenuto in caldo per lui.
Era più di uno e ottanta, biondo, magro, spalle da nuotatore, i capelli di un disordine ponderato. Le mani lunghe e abbronzate senza molti dubbi. Come Faber l’aveva pensato.
Mangiarono quel che restava, ripassarono i tempi, la posizione delle macchine, disegnarono una piazza e due strade su un tovagliolo di carta. Valeria fece il nome di un uomo che Faber non conosceva, Stefano disse che Arles era troppo lontano, disse un altro posto che aveva il mare nel nome, Tomàs gli diede ragione.
Finita la cena Tomàs prese dalla borsa una bottiglia di rum.
Valeria raccontò di quando aveva telefonato a Stefano con la scusa di una tesi. Fece la voce di Stefano che la mandava a cagare. Poi Tomàs chiese qualcosa del carcere e Faber rispose breve, come avrebbe potuto fare chi non c’era mai stato. Tagliarono un melone.
Alle undici Faber si alzò e uscì sul terrazzo.
Valeria venne poco dopo e si appoggiò al balcone. Guardarono per un po’ un grosso cargo lento percorrere l’orizzonte. Aveva due luci in testa, una in coda e rossa sul pennone.
- Ho letto un romanzo dove succedeva una cosa come questa, sai?
La valle era aperta. La luna marcava le colline. Qualche nuvola s’affacciava dalla Francia, ma come chi guarda dalla finestra senza idea di scendere.
- Come finiva?
Lei sorrise del silenzio e nel farlo mosse i capelli. Aveva una tazza con un fondo di grappa, un pacchetto di sigarette nell’altra mano. 
- Finiva male. Ma era francese, i francesi raccontano sempre di gente a cui va male.
Faber si disse che le donne hanno voci accordate ai rumori di fondo, poi cercò alcuni momenti per dimostrarlo. Martina faceva parte di ognuno.
- Quante volte l’hai fatto tu?
Faber non ci pensò nemmeno.
- Non molte – disse.
Valeria si tirò indietro i capelli con un gesto che aveva il suo nome. Rigirò la grappa e bevve un sorso.
- Siete stati fortunati a vivere quegli anni, sai?
Faber si vide ragazzo in una giacca di pelle beige, davanti la fabbrica, lo stesso tabacco di ora. La stufa nella soffitta, un ciclostile. Stefano già bravo a dire, già pronto, una maglia che costava con buchi di sigarette e libri che lui non poteva comprare.
Ruotò appena il polso a nascondere il segno tondo che la pallottola gli aveva lasciato al posto dell’orologio.
- Comunque non vado a letto con Stefano –  disse lei.
Faber cercò una faccia che dicesse che non importava.
- Nel romanzo lei finiva a letto con uno, un tale più vecchio che era stato in prima linea. Qui non succede niente del genere. Mi sembrava giusto dirtelo.
Due lampare piccole lasciarono la costa per il largo.
- Si – disse Faber.
Restarono appoggiati alla ringhiera senza dire altro e fumarono, ognuno le sue.

Alle 11 e trenta dell’indomani uscirono e raggiunsero le auto ferme sulla piazza. Valeria e Tomàs salirono su un’audi. Faber e Stefano presero la citroën.
Fecero la statale fino a Ventimiglia, poi l’audi si fece sorpassare da qualche auto e si tenne a distanza.
Mentre la citroën sfilava davanti alla dogana, Faber vide dentro un ufficio un televisore acceso e uomini in divisa che premevano uno sull’altro per vedere. Nessuno fermò le due macchine.
A Menton fecero benzina, due self-service diversi, e si ritrovarono all’uscita del paese.
Viaggiarono per una mezz’ora, poi Stefano accese la radio e cercò con pazienza una stazione dove non ci fosse musica. Fermò dove un uomo parlava un francese veloce e concitato. Mentre leggeva dei nomi si sentivano il vociare di una folla e trombe in sottofondo.
Stefano prese il portatile e compose un numero.
- Passate – disse, e riattaccò.
Faber vide le sagome incerte di Valeria e Tomàs ai finestrini dell’audi che li superava. Stefano spense la radio proprio sul fischio d’inizio.
Guardò Faber.
- Oggi che facevi?
- Dovevo dare il verderame.
Stefano allargò per sorpassare un vecchio in bici dall’aria spaesata. La strada era deserta, le persiane delle case abbassate a metà. I pochi negozi aperti avevano l’aria di aspettare da anni.
Faber tirò fuori dalla tasca del giubbotto una mela e cominciò a sbucciarla con la lama. La mela aveva un lato fiacco. Faber lo mangiò per primo.
- Avete avuto figli?
Stefano scosse la testa.
- Martina non ne ha voluti.
In distanza il mare era bianco, negli sprazzi di sabbia oltre la passeggiata si intuivano poche figure. Passarono un cartello bianco con la scritta nera.
- Ecco – disse Stefano.
Faber gettò dal finestrino quel che restava della mela, si voltò e prese dalla borsa la beretta e la pistola inglese.
- Con un figlio forse non saresti qui - disse infilando la sua sotto la camicia azzurra.
Stefano prese l’arma che Faber gli passava e la mise nella tasca del giubbotto.
- L’aveste fatto voi non avremmo neanche cominciato.
Faber pensò al cane che dalla sera avanti girava la campagna senza più catena. Si disse che una cosa poteva essere sperata e triste nello stesso momento.

La guardia slacciò le mani da dietro la nuca e con la sinistra indicò il taschino della propria divisa grigia.
Faber fece cenno di sì.
Quello prese una sigaretta senza tirar fuori il pacchetto e l’accese con uno zippo alluminio. Faber studiò le braccia forti che gli uscivano dalle mezze maniche e i capelli corti. Si chiese che cosa fossero la spiga di grano e il pugnale tatuati sul polso.
Da venti minuti erano nella stanza delle cassette di sicurezza. L’uomo seduto a terra, Faber su di un tavolo basso. Nessuno dei due aveva fatto parola.
Valeria e Stefano tenevano sotto tiro la vicedirettrice e due impiegati nel salotto. Tomàs controllava l’entrata.
Faber guardò l’ora, ma senza bisogno di veder correre le lancette. La luce nella stanza era leggera, l’aria condizionata faceva il suo lavoro. La voce del telecronista arrivava dall’apparecchio in salotto come una preghiera infinita fatta di nomi.
- E’ una buona pistola quella – disse la guardia in un italiano sicuro.
Senza togliergli gli occhi di dosso Faber prese di tasca il suo tabacco e girò con la mano libera dalla pistola. Il braccio con cui reggeva l’arma cominciava a fargli male. Spostò appena l’apertura del passamontagna e mise in bocca la sigaretta.
- Ne ho avuta una così in passato. Non in dotazione, personale – aggiunse quello.
Faber lasciò cadere a terra la prima cenere e guardò un calendario dei donatori di midollo appeso alla parete.
La voce del telecronista si bloccò per un secondo, poi si sentì un boato e dal salotto arrivò l’urlo di uno degli impiegati.
Faber strinse le dita sulla pistola e irrigidì i muscoli della schiena.
Nella stanza accanto ci fu trambusto, poi si sentirono passi rapidi percorrere il corridoio verso di loro.
Faber tese il braccio verso la porta.
- Ne tirez pas! – disse una voce che non conosceva.
Un nero giovane in camicia e cravatta s’affacciò con cautela alla porta. Era magro, sudato, gli occhi pronti a cadere in fuori.
- On a marqué. Papa Djop – disse.
Faber pensò qualcosa da dire comunque, ma si accorse che il nero fissava la faccia della guardia e il sorriso gli era diventato quello di un cane. Rimase così a lungo, le labbra cominciarono a tremargli. Poi alzò verso l’uomo il dito medio e lo tenne teso con rabbia, disse qualcosa tra i denti e tornò di là.
Faber abbassò la pistola e guardò l’uomo in divisa: nel suo sguardo, di quel che era appena accaduto non restava niente. Teneva le gambe incrociate come fanno i soldati e continuava a fumare.
- Hai visto quel negro? – disse dopo qualche tiro.
Faber non rispose, si mise a sedere meglio.
- Non so come, ma l’ha annusato.
Dalla strada venne il suono di un clacson, qualcuno nell’altra stanza gridò merde!
- Del resto io non ho proprio niente da nascondere. Sono stato decorato per quella roba.
Faber studiò l’uomo. La sua pelle era asciutta e ambrata, l’uniforme perfetta, senza tracce di sudore. Capì che se un giorno aveva avuto paura doveva essere stato molti anni fa.
L’uomo fece ancora un tiro calmo, poi la spense sotto la suola e mise il mozzicone nel taschino.
- C’è stato un periodo che gli sparavamo dagli elicotteri, ai neri. Ed era la cosa che preferivo perché non dovevo averci a che fare – disse l’uomo - Era un lavoro pulito.
Faber gettò a terra il resto della sigaretta e la chiuse con il piede.
- Adesso invece li paghiamo per giocare a football.
Una goccia di sudore costrinse Faber a chiudere gli occhi. Quando li riaprì l’uomo era come lo aveva lasciato: occhi azzurri purissimi, le vene della fronte in rilievo, ma senza tensione. Appuntato sulla camicia, uno stemma con un paracadute aperto.
- Ammazzavamo anche le donne.
Con calma la guardia rimise le mani dietro la nuca senza che Faber glielo chiedesse. Come lo aiutasse a raccontare.
- Le raccoglievamo e le portavamo al campo. Ci restavano un mese, massimo due, poi le facevamo fuori. Non volevamo sapere niente, non avevamo niente da dire, le torturavamo e basta. Questo ci rilassava. Non era un lavoro che richiedesse precisione.
Faber sentì mancanza del silenzio della sua cucina. Delle uova che faceva bollire ogni giorno. Del male solo suo che si era scelto.
- Ti dico questo perché hai una pistola – fece l’uomo con il tono di chi concede qualcosa.
Faber si passò una mano sul collo e sentì la pelle tesa come di chi sta per saltare senza vedere il fondo. L’uomo dovette leggere nel gesto una domanda.
- L’idea che mi sono fatto è che siete comunisti, magari anarchici – scosse la testa come la cosa gli paresse sbagliata anche nel nome - Ma stimo chi prende in mano una pistola. Questo è certo.
Faber si voltò di scatto e trovò Stefano sulla porta.
Un uomo basso con una giacca vinaccia dal taglio elegante gli era al fianco. Il viso molto fresco e composto. Dietro loro Valeria.
- Tout bien? – chiese l’uomo fissando con molta serietà la guardia seduta a terra.
La guardia ricambiò.
- Bien, Directeur Maren.
Stefano gli puntò la pistola all’orecchio. L’uomo annuì e senza bisogno d’altro si diresse alle cassette.
– Je n’aurai pas du m’absenter - disse compitando il codice sulla tastiera.
- N’importe pas, Directeur – fece la guardia – tout le monde s’est conduit pour le mieux.
La porta s’aprì con uno scatto elettrico. L’uomo, con un passo unico e solenne, si fece da parte.
Faber e Stefano si studiarono nei fori del passamontagna. Faber capì che Stefano pensava l’ultima volta che s’erano visti così, ma era troppa fatica tornarci e preferì parlare.
- Dai – disse facendo cenno a Valeria.
Valeria incastrò la pistola nella tasca dei pantaloni stretti.
 - Vous savez qu’on a perdu – disse il direttore con l’aria di chi ride di qualcosa.
Valeria sollevò appena la camicia per prendere le due borse che teneva alla cintura.
- J’ai su – disse la guardia e seguì il profilo di lei fermandosi sulla pelle nocciola del ventre.
Stefano guardò l’ora al polso.
- Sveglia! – disse.
Valeria sorrise smorzato dal passamontagna, poi prima di entrare nel caveau ricambiò veloce gli occhi alla guardia.

- Io non ci credo – disse Valeria sciogliendosi la coda troppo tirata che le faceva il viso incerto.
Stefano le diede un’occhiata da sopra le pagine, poi richiuse il giornale e lo posò sulle ginocchia.
- Ci provano, tutto qui – continuò lei cercando di sciogliere un nodo con il fermacapelli.
Faber portò alle labbra la birra, la sentì tiepida e riabbassò il collo della bottiglia. Tomàs annuì.
Sedevano sotto un pergolato. Sul tavolo un succo di frutta, un’acqua tonica e un piattino con del limone. Tutto intorno sabbia grigia, dune coperte di sterpi, rari bagnanti, alcuni nudi.
Faber provò a guardare verso l’acqua, ma il calore sembrava tirare fuori il bianco da tutte le cose. Un uomo gonfiava il salvagente di un bambino piccolo e nudo. La madre stendeva un telo rosso.
Tomàs prese il giornale.
- Dodici – disse Stefano guardando due bambini che cercavano di seppellire un caimano di gomma.
Dalla radio del chiosco venne una canzone che parlava di pioggia.
- Chi dice che non li rimborsano? – chiese Tomàs.
Stefano non tolse gli occhi dai bambini.
- I clandestini non andranno dalla polizia con il tagliando della vincita.
Faber seguiva una linea di formiche al lavoro tra gli interstizi delle mattonelle.
- Quanti? – chiese.
Tomàs avvicinò il viso alla pagina.
- Dice forse la metà di quelli che avevano dato Senegal vincente.
Valeria aveva finito di pettinare i capelli, ora cercava tra quelli al polso un elastico adatto a fermarli.
- Non potevamo sapere che la banca teneva i fondi del betting.
Tomàs annuì. Stefano e Faber continuavano a fissare bambini e formiche.
Valeria si alzò di scatto.
- Io vado in acqua – disse. Tomàs si mise in piedi, fece un mezzo sorriso a nessuno, poi la seguì.
Attraversarono la spiaggia come due animali giovani: i corpi esatti, i costumi pastello, l’abbronzatura già da fine estate.
Faber accese una sigaretta che era la quinta e diede un sorso alla birra.
- Martina l’avrebbe messa sul ridere – disse Stefano.
Il caimano di gomma era scomparso, i due bambini ora si picchiavano con una paletta. Il cameriere venne al tavolo e lasciò una tonica che nessuno aveva ordinato.
- Papa Djop – disse Faber.
Il cameriere lo guardò senza capire, non sorrise, se ne andò.
S’era levato un po’ di vento: nella sabbia che si alzava i bagnanti parevano gente persa da anni. Oltre le dune sembrava non esserci nulla.
- Credo che io e Martina non ci si sia mai amati – disse Stefano.
Faber mandò giù la birra e fece per voltarsi, ma vide una vacca sbucare da una delle dune e restò con gli occhi dov’era.
- Se non ti fossi fatto prendere, non saremmo mai rimasti insieme.
La vacca scese decisa verso la spiaggia puntando le cose della famigliola col telo rosso. Faber si voltò quanto bastava a vedere che Stefano seguiva l’animale, poi appoggiò la schiena alla sedia.
- Non mi sarei fatto prendere se non vi avessi visto quella notte – disse.
La vacca si fermò sopra il telo, allungò il collo e prese a frugare le borse lasciate sotto l’ombrellone.
Stefano prese il bicchiere di tonica e bevve un sorso.
La vacca tirò fuori una baguette e la strinse fra le labbra gommose.
- Martina l’avrebbe messa sul ridere – disse Stefano.
Faber cercò la famiglia: sguazzava dando le spalle.

 

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