Sferisterio

Savino mise il polso sinistro sotto l’acqua e sentì il freddo portare sollievo.
- Meglio – pensò.
Dalla finestrella sopra l’orinatoio entrava l’ultimo sole della domenica. Le voci della gente che scendeva verso le case erano ormai un ronzio. Lo sferisterio stava alla sommità del borgo, il paese facevano corona più in basso.
Si rivestì presto e prima di uscire nascose il polso gonfio sotto la giacca.
- Bravo Vespro! – gridarono due di Treiso che davanti ai cancelli aspettavano la corriera che li riportasse. Savino alzò una mano a salutare anche lui.
Lungo viottoli silenziosi scese fino alla piazza.
Pochi vecchi tiravano il fiato sotto la topia dell’osteria. Il sole tiepido incollava polvere e colori. Un’Aprilia nera se ne stava silenziosa accanto alla fontana, come una bestia che gli fa gola bere, ma nessuno l’aiuta.
- Oggi meglio non potevi, Vespro! – gli strinse la mano il gommista uscendo dal locale.
 - E’ andata bene.
- Sei te che la fai andare bene.
Ai tavoli restavano quattro con le carte e uno che dormiva. Due anziane con il vizio del Vermouth e della briscola. Rita faceva un caffè alla macchina e dava le spalle al locale. Savino si avvicinò al banco dove non c’era nessuno. La segatura per terra ricordava la sabbia fina del campo da gioco. Dal fondo gli gridarono di andare a berne uno per la vittoria. Lui disse “dopo”. Quelli guardarono Rita e risero di quando erano giovani e che adesso non potevano più.
- E’ vero che se vincete il campionato l’anno prossimo ti prendono ad Alba?
- Cosa cambia?
Lei tirò dal rubinetto un bicchiere d’acqua, poi si asciugò le mani sul grembiule che le copriva il corpo magro e ben fatto.
- Mio padre dice che il Commendatore di Alba è capace di darti un posto pur di averti in squadra. Sposare con un contadino non consente, ma se entri in ufficio è un’altra musica
Savino bevve l’acqua che non aveva chiesto.
- E se domenica perdiamo?
Rita storse la bocca per dire che non poteva essere, poi si voltò e riprese il suo da fare.
Cenarono alle sette com’era abitudine: il padre capotavola, la madre e Savino al fianco.
- Coi soldi del premio arrangiamo la leva del pozzo – fece l’uomo, la testa bruciata dal sole. Savino annuì. La madre aveva il pallore e il silenzio degli spiriti. La lampada ad olio gettava una luce che cullava le cose.
Dal cortile arrivò l’abbaiare di uno dei cani. Il padre alzò il mento dal piatto. La madre per rispetto smise di mangiare anche lei. Quando bussarono alla porta era già in piedi.
- Buonasera, c’è vostro figlio? – chiese qualcuno dalla fessura della porta che la donna aveva schiuso. Savino prima che qualcun altro parlasse si mise in piedi e andò all’uscio.
Gianni aspettava fermo nell’ombra del cortile. Quando furono faccia a faccia sorrise sotto i baffi curati.
- Al partito sono molto orgogliosi di te.
Savino masticò un morso di pane che s’era messo in bocca prima di uscire. Era alto due volte l’altro. Le braccia grosse di nervi.
Si avviarono verso il centro dell’aia. Gianni camminava elastico e nobile come quando erano entrati in Alba tre anni prima, fianco a fianco, il mitra allacciato dietro la schiena perché da quel giorno non si sarebbe sparato più.
- Domenica sarà un gran giorno. Non c’è mai stato un campione comunista da queste parti – fece Gianni tendendogli la mano.
- Non so se sono comunista.
- Quando contava avevi il fazzoletto rosso. E dopo non sei stato né coi preti né con il re, questo ci basta.
Il lunedì passò lento e non piovve.
Il martedì il parroco fece la strada a piedi fino alla cascina. Sedette sotto l’ombra del ciliegio e discorse a lungo con Savino. Nubi livide transitavano sulla langa, ma senza bagnare.
L’indomani il sindaco venne a offrire a Savino un posto da custode del campo sportivo, poi il giovedì finalmente cadde qualche goccia che subito asciugò. Il venerdì vennero due dei compagni di squadra e il messo.
Il sabato Savino lavorò mezza giornata  e andò a dormire presto come ogni volta.
La domenica perse. Non si può dire che sbagliò un colpo, ma perse.
Giocò ancora tre campionati senza vincerli mai, poi a trent’anni lasciò il pallone elastico e prese in moglie una vedova minuta con due figlie piccole. Rita s’era sposata da tempo ad un commerciante di granaglie ed era andata a vivere a Savona.
Lavorò la sua terra tutta la vita e oggi all’osteria del paese quasi più nessuno si ricorda di lui. Mio nonno è uno di quegli uomini mai stati leggenda, nemmeno per un giorno, nemmeno per un pugno di case e una valle.
Di loro è sempre il primo bicchiere che si beve.

 

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