Davide Longo
Il mangiatore di pietre

 

 

Rossella Bo
"L'Indice"

           “Luogo simbolico per eccellenza, il confine racchiude in sé il doppio movimento dell’apertura e della chiusura, la tensione che porta ad attraversarlo – palesemente, nascostamente – o piuttosto a erigerlo come protezione per cose e persone.
            Lungo il filo conduttore di questa dialettica fra interno ed esterno, in cui sembra prevalere l’istinto al riserbo e alla difesa, ma che è percorsa da un respiro lirico che ci costringe a guardare più in là, si snoda il secondo romanzo di Davide Longo, che dopo Un mattino a Irgalem (Premio Grinzane Cavour 2001 per il migliore esordio) si misura con il fascino misterioso di una terra a lui cara, la Val Varaita.
            Territorio, appunto di confine, che si incunea  fra il Piemonte e la Francia, la Val Varaita offre uno sfondo ideale (ma non idealizzato, perché il romanzo è permeato da un realismo fedele ed essenziale che concede all’elegia uno spazio minimo) per una vicenda che ha come protagonisti i passeur, personaggi  a metà strada tra i contrabbandieri e gli esploratori, che per lungo tempo hanno sfidato la durezza del paesaggio e la legalità affinché cose  - sale, tabacco, acciughe – e uomini potessero passare non visti la frontiera fra  due paesi. Longo, che per frequentazione personale conosce bene e ama questa terra “scabra ed essenziale”, per rubare le parole a un poeta che sicuramente ne avrebbe apprezzato le doti di narratore, importa da altri luoghi, anche vicini, la tradizione di questi contrabbandieri rudi ma fedeli a un codice d’onore, secondo cui  non si lascia a metà nessuna impresa: il coraggio, come si legge nella citazione di McCarthy posta in epigrafe al libro, “è una forma di costanza”. Così, prima fra tutti viene alla mente la vicina Liguria di cui scrive, ad esempio, Biamonti (autore di cui ci si ricorda, scioccamente, troppo poco), il cui nome è già stato messo più volte, e appropriatamente, in relazione con quello di Davide Longo, con il quale condivide l’attaccamento viscerale alla propria terra – stessa cosa potrebbe dirsi anche per il Mc Carthy prima ricordato – e la capacità di evocare situazioni e sentimenti con un linguaggio dosato e distillato. Pieno di vento e profumi e del giallo delle mimose quello biamontiano, più monocromatico e roccioso quello del giovane scrittore di Carmagnola, che dà voce al silenzio di un mondo poco propenso a esibire sentimenti e  paure.
            L’occasione che mette in moto la narrazione è un misterioso delitto, che scuote gli animi e la curiosità degli abitanti di un piccolo paese frantumato in un mucchietto di borgate. Cesare, passeur a riposo, un trascorso straniero che gli vale il soprannome di Francese, trova una notte il cadavere di Fausto, poco più giovane di lui, suo figlioccio ed erede nel mestiere di «passatore». Fra i due un’antico sodalizio si era trasformato in ostentata indifferenza, da quando la vittima aveva accettato di trafficare in sostanze stupefacenti, una merce di cui Cesare non accetta di sentire neppure il nome. Un cammino comune, poi la separazione, che porta il più anziano a rinchiudersi in un’esistenza scandita dal consumarsi delle Gitanes, che Cesare fuma continuamente, in omaggio alla sua gioventù marsigliese, dagli sguardi languidi di Micòl, lupa silenziosa e vigile, e dal ricordo lancinante di Adele, la moglie morta “troppo presto”.
Ora l’assassinio di Fausto (in un romanzo dove padri e figli vivono rapporti conflittuali e durissimi, valori e affetti si tramandano in modo più trasversale, fra amici, ma anche nel rapporto «adottivo», per così dire fra padrino e figlioccio) rimette tutto in questione e in movimento: la tragica circostanza costringe Cesare a ripensare al passato e, complice l’intervento del giovane Sergio, cui Fausto in un certo senso stava insegnando il mestiere, il ripensamento si trasforma in azione e in recupero (una volta sola, e poi mai più) dell’antico ruolo di «attraversatore di spazi».
Tornando a essere agente e non più solo pensoso spettatore della vita, Cesare segna il proprio destino insieme a quello di chi gli sta accanto: Sergio, che attraversa il confine fra Italia e Francia liberandosi di un padre-padrone anaffettivo e rozzo, i clandestini, abbandonati involontariamente da Fausto, che tornano a sperare in un futuro possibile, e ancora Sonia, donna coraggiosa e rispettosa del dolore altrui…Un movimento che per alcuni significa apertura, fuga, speranza, per altri chiusura e immobilità e abbandono: un movimento che costringe Cesare a varcare – con una consapevolezza che è solo apparentemente disincantata – la soglia fatale tra la vita e la morte.
È un piacere leggere il libro di Davide Longo. Lascia nei pensieri un sapore che deriva, nonostante la crudezza degli argomenti e di certe scene, dall’equilibrio di una lingua in cui l’autore mescola sapientemente francese, italiano e patois, dalla ritrosia e dalla dolcezza di personaggi che con pochi tratti si imprimono nella memoria, e, soprattutto, da una scrittura che, come i passeur, arriva da lontano ed è capace di attraversare confini, unire e separare mondi, resuscitare gesti e cose piccole, spalancare una finestra per far passare un vento insieme antico e nuovo.”

                                             


Marco Belpoliti
L’Espresso
dicembre 2004

GIALLO COME IL DESTINO

Davide Longo è uno scrittore dal passo lento e calmo e dal periodare breve e secco. Scrive badando a dire solo l’essenziale, così che le sue opere possiedono una moralità intrinseca, la stessa che si ritrova nei racconti di Silvio D’Arzo. Al suo secondo romanzo, "Il mangiatore di pietre", Longo conferma di amare i personaggi solitari e duri, perdenti di qualità. Così era Pietro, protagonista di "Un mattino ad Irgalem", e così e Cesare, il contrabbandiere di una valle del Piemonte al confine con la Francia, protagonista del "Mangiatore di pietre". Il libro racconta una storia gialla; inizia infatti con un omicidio, quello di Fausto, un giovane spallone a cui Cesare, che lo ritrova riverso nel torrente, è legato sin dalla nascita. Come nei gialli di Simenon, in questo romanzo il delitto è il modo per far venire a galla i rapporti tra le persone, le amicizie, gli odi e i tradimenti di una piccola comunità. Funziona proprio perché il delitto non è lo scopo, il fine del racconto, con i suoi portati di esagerazione, come accade in molta letteratura noir di oggi, ma una forma necessaria che non prevarica mai i personaggi. Longo possiede uno sguardo austero, una visione del mondo che mescola malinconia e severità, struggimento e senso del destino. Questo perché la lingua che usa è asciutta come la storia che racconta. Per fare un paragone, Longo scrive nello stesso modo in cui Morandi dipinge le sue bottiglie: meditando. Tuttavia le riflessioni non sono mai nel quadro, o sulla pagina, bensì fuori, al di là; si trovano a portata del lettore, ma bisogna incamminarsi per raggiungerle, come accade in tutti i romanzi che hanno al centro l’idea di destino. La storia di Longo è imperniata su un doppio destino, quello di Cesare, uno di quei déraciné che possiedono una propria radice in un passato perduto, nel mondo contadino e nel paese, e Sergio, un giovane che ne ripercorrerà inconsapevolmente i passi. "Il mangiatore di pietre" è un libro vero, leggerlo significa incontrare un mondo, un piccolo cosmo.


Giovanni Pacchiano
Il sole 24 ore
novembre 2004

STORIA DI ANIME FUGGITE DA UN CONFINE

Valle Varaita, in Piemonte, ai confini con la Francia, verso la fine degli anni Ottanta. Un gruppetto di persone sta salendo con fatica verso il colle, oltre il quale c’è la frontiera: sono uomini, donne e due bambini, clandestini extracomunitari. Li accompagnano due passeur, un uomo di mezza età e un ragazzo, o poco più.
È una splendida notte di luna d’autunno; con la neve che è un "vetro purissimo", su cui passa l’ombra di qualche nuvola; è l’incanto della natura, dolorosamente astratta rispetto alle sofferenze del mondo. Li vediamo arrivare sul colle, poi piegare verso una cresta esposta: di lì restano tre ore di discesa per raggiungere la salvezza. Ma rimbalza nell’aria una detonazione: c’è qualcuno che gli sta sparando addosso, appostato dietro una roccia. Ecco il gruppo sbandarsi nel panico: c’è chi dietro il passeur più anziano, Cesare, s’è gettato giù dal versante francese; mentre Sergio, il ragazzo, è scivolato senza controllo per un angusto canalone. Sulle spalle ha un bambino piccolo, la cui giovane sorella (occhi bruni, bellissime, impassibile, e "labbra di legno scuro" che lo hanno fatto innamorare) si è buttata appresso a lui, sino in fondo, a un falsopiano. Per fortuna sono illesi. E però chi ha sparato è ancora là in alto, dietro il suo riparo…
È la scena più bella ed emozionante dell’ottimo, sorprendente romanzo (il secondo, dopo l’esordio di Un mattino ad Irgalem, una convulsa storia africana) di Davide Longo, Il mangiatore di pietre. Un romanzo costruito con notevole, voluta sobrietà di mezzi; con scrittura nitida, fatta di brevi frasi e molti a capo: intervalli che cantano, riempiti dell’attesa di qualcosa che deve arrivare.
C’è in questa storia di anime fuggitive – e non solo i clandestini, ma, anche e soprattutto due passeur, che sono i protagonisti del libro - , il modello della grande narrativa di confine di Francesco Biamonti. Un autore fra i pochissimi eccellenti scrittori italiani di fine millennio e ancora non abbastanza riconosciuto. Che, ligure dell’estremo ponente, ha ambientato parecchie delle sue trame (d’obbligo leggere almeno il suo capolavoro, Vento largo) nel mondo di una frontiera ancora chiusa tra Italia e Francia: teatro di oscuri, spesso drammatici passaggi di notte. Storie vissute con un malinconico e insieme furibondo lirismo.
C’è un lirismo, forse più compresso, ma altrettanto doloroso, nel libro di Longo. Che è anche vicenda di stagioni, di cieli, di laboriose vite in valli che si spopolano. Ma è anche romanzo di molte ombre e poche fioche luci (il motivo ossessivo delle finestre da cui i personaggi vivono, più che vedere, uno squarcio di mondo; così come le nuvole d’improvviso si aprono a rivelare tratti di cielo azzurro: piccole, enigmatiche epifania). E che narra le storie parallele, ma destinate ad incontrarsi, di due personaggi. Uno è Cesare, detto il Francese. Che ha alle spalle una giovinezza di duro lavoro, poi di galere (ingiusta) a Marsiglia. Ritornato al paese, ha fatto per molti anni il passeur, s’è sposato per amore, ha perso la mogli, Adele, e ogni giorno vive nel suo rimpianto, lasciandosi andare. L’altro è Sergio , un ragazzo che è turbato dal ricordo martellante della madre: lei, un giorno, bruscamente, ha lasciato la famiglia; ora vive a Marsiglia, facendo la cameriera. L’assassino misterioso del giovane e ambiguo passeur Fausto, che, figlio della civiltà di oggi, è invischiato anche in traffici di droga, indurrà Cesare e Sergio a portare a compimento il suo ultimo "lavoro", lasciato a metà. E sarà per entrambi, lungo la resta del confine, il passaggio decisivo della loro vita.


Ermanno Paccagnini
Corriere della Sera
novembre 2004
AMORI E VENDETTE DEL PASSEUR OCCITANICO
Accolto calorosamente all’esordio con Un mattino ad Irgalem , col Mangiatore di pietre Davide Longo (1971) offre un romanzo scabro, essenziale, ma affascinante per la risonanza amplificata creata da tale essenzialità. Un romanzo di dosati silenzi e minuziosa costruzione di scene (Longo è pure sceneggiatore e regista di cortometraggi).
Un romanzo maturo per la capacità di equilibrare una scrittura dalla medesima eloquente reticenza dei personaggi, montanari di confine le cui poche parole sembrano strappate a un silenzio da diffidenza autoprotettiva, e una storia che ruota attorno a un omicidio. Ove la vittima è Fausto, passeur che ha tradito la tradizione dei passatori di montagna trasmessagli da Parin Giors, ma soprattutto da Cesare, col quale i rapporti si sono spezzati da anni proprio per questo, e che lascia incompiuto il suo ultimo viaggio in Francia con un "carico" di extracomunitari. Ed è proprio Cesare, detto il Francese, a scoprire il cadavere: così tornando a rivivere, nella solitudine che condivide con una lupa (dalle delicate e crude atmosfere da Oltre il confine di McCarthy) e nel ricordo della moglie morta, ferita mai rimarginata (soli momenti di dolorosa elegia), il suo passato di profugo a Marsiglia e di passeur, decidendo di concludere quest’ultima missione di Fausto e svelare il mistero della sua morte.
Ne viene un romanzo ove la trama da noir vellutato si fa sottofondo per un universo di psicologie, amori e rancori, riconoscenze e vendette. Con personaggi come Sergio, poco più che ragazzo, emblema di una generazione che vuole rompere il guscio del chiuso e duro mondo valligiano fatte di violenze affettive per assaporare la vita. O Sonia, commissario venuto da fuori, il cui montante affetto per Cesare la introduce in quel mondo dai destini crudi e spietati. O un universo paesano capace di sentimenti ancestrali e crudeli.
Un romanzo sul trasmigrare (lineare o adulterato) tra generazioni di tradizione e soprattutto valori, modi di essere e vivere d’una terra. Un romanzo di figure che parlano soprattutto con gli sguardi. E di silenzi. Dove fondamentalmente è lo stile: dalla scrittura eloquentemente reticente, in cui il non etto intensifica la trama. Uno stile ricco di sospensioni, che richiama il Biamonti scrittore di confine (e narratore di passeur in Le parole la notte) ma con effetto e ritmo tutto proprio a Longo. Grazie anche alla scrittura: di grande nitore, pur nell’impasto di italiano classico e del patois di quelle valli occitaniche.


Mario Baudino
Specchio
ottobre 2004
Una trama noir sullo sfondo della Val Varaita nel Cuneese. Arriva il nuovo, sorprendente romanzo di Davide Longo.

Ha il fisico asciutto e l’aspetto del montanaro, anche se è nato a Carmagnola, nella campagna di pianura, sotto Torino, tra fabbriche, supermercati e campi dove si continuano a coltivare i celebri peperoni locali. Del montanaro ha anche l’aria di vaga solitudine, il riserbo sorridente e un po’ brusco: proprio come i suoi personaggi, quelli almeno di Il mangiatore di pietre, che esce in questi giorni per Marcos Y Marcos. Davide Longo, 33 anni, professore di lettere con giovane moglie e figlia piccolissima (Emma ha 11 mesi), ex allievo della scuola Holden, quella fondata da Alessandro Baricco, giocatore di basket, musicista e sceneggiatore, è piaciuto molto alla critica con il suo libro di esordio, Un mattino a Irgalem, che ha vinto il Grinzane Cavour-opera prima ed è stato tradotto in Francia.
Questa volta ha affrontato la "sua" montagna, e cioè il luogo che ama di più, il paesaggio sul quale sembra ritagliata da sempre la sua figura di atletico camminatore. Ne è uscito un romanzo destinato, c’è da giurarci, a fare molta strada. Il mangiatore di pietre è scabro e nello stesso tempo lirico, di poche parole, poche frasi secche ed esatte, una trama con colpi di scena e una geografia riconoscibile: quella della Val Varaita, nel Cuneese, tra località che hanno già di loro nomi evocativi e densi di storia, odorosi di Francia, come Sampeyre, Casteldelfino, Confine. Davide Longo li conosce bene: ha una baita isolata proprio a Confine, dove va ogni estate da quando aveva tre anni. E nel tempo ha imparato a selezionare odori e silenzi. "La montagna", dice, "è uno dei pochi luoghi dove si riesce a stare soli, basta allontanarsi un po’ dalle strade battute. A me piace camminare per ore, dormire all’aperto, essere da solo quando lo desidero. Credo che la montagna sia ormai uno dei pochi posti dove sopravvive la bellezza nella sua natura crudele. E la bellezza è sempre crudele".



L’eco di Francesco Biamonti

Sembra di sentire parlare "l’attore giovane" del libro, Sergio, che venera come un maestro un uomo dalla dura scorza, Cesare, per molti anni passeur, uno che guidava oltre confine, in Francia , gruppi di clandestini. Cesare conosce tutti i sentieri, tutti gli scoscendimenti, tutti i "cumbo", i mille vallonetti che solcano le pendici dei monti. Sa anche di essere l’ultimo, uno che chiude una porta, una storia; l’ultimo della sua razza di taciturni maestri. E se nel suo nome risuona il ricordo di un altro Cesare, che non faceva il passeur "ma era un ex alpino di Saluzzo, l’uomo che mi ha davvero insegnato a camminare", nel soprannome, "il Francese", c’è come l’eco di un grande scrittore scomparso, che tra Bordighera e Ventimiglia tutti chiamano"Fransé". Davide Longo ammette: "Francesco Biamonti è uno degli scrittori che ho amato di più". E si vede. Sembra quasi un passaggio di consegne quello tra il compianto autore dell’Angelo di Avrigue o di Vento largo e il giovane romanziere. Tutti e due sul confine, intrisi d’Italia, di Provenza e di Francia, lirici ed essenziali, abituati a lavorare di scavo.
Anche Biamonti era affascinato dalla figura ambigua del passeur e dalla grandiosità severa del paesaggio come qualcosa di vivente per forza propria, rivelando piccole le vicende e piccoli gli uomini. Che amano, rimpiangono, ammazzano, muoiono. Non racconteremo la trama, né il modo sorprendente e amaro in cui si conclude. Basti dire che Cesare si ritroverà costretto a tornare nel mondo che aveva abbandonato, e lo farà solo per senso dell’onore, o per umanità. Il mangiatore di pietre è la conferma di una voce forte, nuova, e rara. Sono rari i narratori di confine, sono rari i narratori di montagna, anche se Longo ci spiega che per lui il confine si può trovare dovunque, "perché è uno di quei posti dove finisce chi non riesce a stare al centro di una situazione", e quindi può essere benissimo anche "un’osteria di Torino alle 3 di notte".
Questo libro è nello stesso tempo sorprendente per la sua intensità, da una parte, e per il suo essere perfettamente congegnato come un "noir", dall’altra. È un ritratto simbolico di una valle, anche se racconta cose che lì non sono mai accadute. "La Val Varaita non è zona di passeur, non ci sono mai stati episodi come quelli che narro", precisa l’autore, "e forse non è neppure abbandonata come la descrivo. Però cammini e vedi i segni delle persone, delle generazioni che l’hanno abitata,i muretti a secco che tenevano su la montagna e ora sono abbandonati, e hai il senso di una fortificazione caduta". Scrivere è come camminare. E lui lo fa "cercando di evitare la retorica e il sentimento, di asciugare tutte le frasi, di dar loro il ritmo dei passi brevi e regolari di chi va in montagna".
Resta una curiosità: è sicuro che in valle saranno contenti? "Non saprei. Ho scelto un posto che conosco bene per una vicenda immaginaria. E mi piaceva l’idea di uno che abita lì, compie ogni volta un percorso accompagnando per un tratto limitato persone che invece stanno facendo un lungo viaggio, e di loro non sa nulla. Non fa così l’insegnante? Traghetta dei ragazzi per quel tratto di strada che serve, e poi passa il testimone. Ecco, la mia idea era di scrivere un romanzo su un passaggio di testimone tra le generazioni".

Dario Olivero
repubblica.it
ottobre 2004

Ci sono libri che fanno pensare che la narrativa italiana esiste ed è in buona salute. Come Il mangiatore di pietre di Davide Longo (MarcosYMarcos, 13,50). La struttura è noir con tanto di cadavere di un pregiudicato scoperto con due colpi di fucile mentre viene trascinato in un fiume di montagna. Il suo amico Cesare, finito a vivere su quei monti piemontesi dopo un passato triste e burrascoso e un presente ancora intorbidito si accollerà di scoprire la verità su quella morte. Ma sarebbe fare un torto a Longo
definire la sua storia solo un noir. Cesare è un personaggio complesso, solo e triste che si specchia in quelle valli e in quelle montagne. Nei grappini e nella sambuca dei vecchi al bar, negli occhi della sua cagna nel lavello della sua cucina con i piatti sporchi di cene solitarie, nella neve che cade. Un discorso infinito e silenzioso. Senza aggettivi.


Giulia Mozzato
Internet Bookshop
novembre 2004
"Avrebbe potuto dire che era caduto per distrazione, oppure che un malore gli aveva fatto mancare le gambe. Ma Lino sapeva che la gente come Fausto non cade e non ha gambe che mancano. L’unica era che avesse deciso lui di vedere per ultima quella rocca e quel pezzo di bosco."

Un romanzo di confine, forse si potrebbe definire così questo testo di Davide Longo. Un romanzo che odora di Piemonte, di quelle terre montane dure, aspre, difficili, a volte ostili e di quella gente abituata a essere sempre "in prima linea", la linea di un confine che non si vede ma si sente nell’animo. Gente che parla poco, che non riesce a esprimere sentimenti e passioni, che vive con forza il senso del dovere e male quello del piacere, che si arrabatta per la sopravvivenza facendo persino lavori che superano il limite della legalità e sforano in un altro mondo, anche in questo caso al di là del confine. Chi non è emigrato superando le montagne verso la Francia o attraversando l’oceano per sbarcare in Argentina, deve fare i conti con le risorse, scarse e povere, di valli come quella in cui s’ambienta la nostra storia, la Val Varaita. E deve trovare attività che siano più redditizie, come il contrabbando. Davide Longo conosce bene la  montagna e lo spirito di chi la abita, ne individua i colori, gli odori, i suoni tra silenzio e grida di animali, sa come si vive e come si muore tra rocce e dirupi: ci racconta la tragica fine di Fausto, un passeur ucciso con due colpi di fucile, e le giornate di chi vuole capire il senso di questo delitto e indaga con fatica tra le montagne, nell’ombra che ne avvolge le strette e umide valli. L’inchiesta, affidata a un commissario imperscrutabile e diffidente, si svolge sul piano ufficiale, ma il lettore ne segue le tracce anche attraverso le indagini personali e i ricordi di chi ha conosciuto la vittima, primo fra tutti l’amico Cesare e poi Sergio, appena un ragazzo, testimone di un evento determinante in questa vicenda e, ancora, tutti i compaesani: qualcuno sa e non parla, altri sembrano non immaginare le cause di quell’omicidio. "Sono stati quelli del suo giro a fargli il servizio". Questa è la voce che corre in paese, questa è la traccia che cerca di seguire Cesare, malgrado le intimidazioni, per dare un senso alla morte dell’amico. Ecco: l’amicizia antica e la solidarietà, l’amore tra genitori e figli, tra marito e moglie sembrano sentimenti quasi sconosciuti in queste valli, tra queste pietre. La loro intensità, ci dice Davide Longo, va misurata in altro modo, non con i parametri abituali, ma scavando nel profondo, sotto il ghiaccio e la neve, come fa lui in questo noir che va indubbiamente molto oltre i limiti, i confini del romanzo di genere.

Piero Negri
Rolling Stone

novembre 2004


Fedele allo spirito del mondo che racconta, le montagne tra Piemonte e Francia, questo romanzo di Davide Longo è benedetto da una scrittura ispirata, tutta dettagli e primi piani, chirurgicamente precisa, perfetta.
E' una storia di confine, in tutti i sensi: tra paese e paese, tra un prima e un dopo, il tempo del contrabbando e dell'emigrazione, giustamente raccontato con un passato remoto che sigilla per  l'eternità ogni azione, ogni singola parola. Sono poche, le parole. Poche quelle che si dicono i personaggi, poche quelle che il narratore usa per raccontare una storia di amori silenziosi e violenze efferate. In cui il sesso è così, "incerto come il tempo nei giorni a cavallo tra due stagioni. Lui mise quel che ricordava di sapere di una donna, lei rallentò i gesti per lasciargli il tempo di cercare ma si scoprirono presto soli".


Fulvio Panzeri
Famiglia Cristiana
novembre 2004
IN MONTAGNA COL "PASSATORE"
Davide Longo è una delle scoperte più sorprendenti degli ultimi tempi. Ha solo 33 anni, ma, dopo la scuola Holden di Baricco, si è imposto con il primo romanzo, Un mattino a Irgalem, pubblicato da Marcos y Marcos nel 2001 e che dopo il successo di critica in Italia è stato da poco tradotto in Francia, ricevendo altrettanti consensi.
Longo conferma la sua forza di narratore giovane che sceglie strade di riferimento diverse da quelle alla moda, con il nuovo romanzo che ci racconta una storia attualissima e tesa come un "noir", sostenuta da una scrittura secca e agra, acuminata come l’ambiente di montagna in cui si svolge. Evocativo è anche il titolo, Il mangiatore di pietre, che ben s’addice a questa storia ambientata in una valle del Cuneese, sul confine con la Francia, che apre lo sguardo su una realtà di cui si parla poco, quella dei "passatori", gente di montagna che sceglie di guidare, oltre frontiera, gli immigrati clandestini.

Con il suo nuovo libro, l’autore piemontese aggiunge un tassello vivo e interessante alla ricerca su questo tema, disegnata negli ultimi romanzi di Francesco Biamonti, che ci raccontava i sentieri notturni in un’ottica totalmente ligure. Del resto Biamonti è uno degli scrittori amati da Longo, il quale qui ci racconta di Cesare, della sua baita solitaria, della scoperta del cadavere dell’amico Fausto che ostruisce la sorgente che porta l’acqua nel suo rifugio.
C’è anche il giovane Sergio che guarda al "passatore" Cesare come a un maestro e di cui, nel corso del romanzo, seguiamo le difficile scelte, in parallelo alle indagini sull’omicidio di Fausto.
Il mangiatore di pietre è un romanzo di forte realismo. La montagna, oltre che ambientazione della vicenda, finisce per essere l’anima stessa della scrittura, con i suoi picchi di solitudine, con la sua durezza, con la crudeltà che spesso cela. Impone Longo come un dei veri "nuovi" narratori di talento, capace di restituirci l’anima di una realtà che, pur se lontana, ci riguarda da vicino.

Bruno Quaranta
La Stampa
ottobre 2004
L’ULTIMA VOLTA DEL PASSEUR OCCITANO

Che cosa manca a Davide Longo? Che cosa mancava nel Mattino di Irgalem, pur intonata storia coloniale? A mancare è la confidenza con uomini e cose, è come se fra lo scrittore e il mondo da lui raccontato si ergesse una vetrata, invalicabile, infrangibile. Non bastano le diottrie al diapason né l’assoluta visibilità per afferrare il fuoco, il sangue, il gelo fuori di casa.
O, forse, Davide Longo è, semplicemente, uno scrittore nordico, forse è l’aridità la sua sequela, come la rese Scipio Slataper, altro cuore nordico, nel Mio Carso: "Ogni suo filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi". Legittima (e convincente, e fascinosa) dichiarazione di poesia. Se l’erba spacca la roccia, se il fiore beve l’arsura…
Il mangiatore di pietre è una figura solitaria ("di una solitudine che non si poteva né dividere né dire perché andava portata tutta intera e il silenzio era il suo prezzo"), eco di ulteriori anarchici dello spirito, quali si incontrano nella Liguria estrema di Frencesco Biamonti o nella Provenza rusticana di Jean Giono o nell’Appennino a denti stretti di Sivlio D’Arzo. Anche se Biamonti e Giono e D’Arzo, fra lirismo scabro e ancestrali richiami e interrogazioni impavide, sono specchi non lievi da reggere.
È una storia di passeur, Il mangiatore. Accesa da due colpi di fucili che abbattono Fausto, in Val Varaita. Nell’occitana cornice (tra roseti e rosoni, da Stroppo a Sampeyre, da Casteldelfino a Caldane) a lievitare è un’epica avventura (o che si vorrebbe epica). Che ha freddato il pregiudicato e perché?
Il delitto, a poco a poco, a morsi, a scatti, a ululati ("Le parole gli uscirono come quando si dà di piccone su una pietre e le schegge saltano intorno e possono ferire"), attira in scena Cesare, il Francese, una ruvida educazione marsigliese, schedato oltralpe come sovversivo, le gitanes come un amuleto fra le labbra, un orecchio mozzato. Fu lui a "insegnare" i sentieri a Fausto (una volta li percorrevano le carovane del sale), sarà lui, con il giovanissimo Sergio, il "testimone", a ultimare la missione lasciata in sospeso dal "fuorilegge". Di agguato in agguato verso il confine, sentendo di "appartenere a una lunga catena di uomini che si erano spostati di notte, avevano cacciato e scrutato nascosti nel buio fuochi accesi da altri", accompagnando innominati "che erano stati soldati o venivano da una terra dove lo erano tutti" (ma il caduto – qualcuno rivelerà – "s’era messo a passare quella roba. Io con quella non ci ho mai avuto a che fare perché prima ammazza chi la prende e poi chi la porta").
Tra coltello e grilletto oscilla Cesare, custodendo in un remotissimo forziere interiore l’ovale di lei, Adele, la moglie, onorandola in una fedeltà postuma, inseguendo ("rimase ad aspettare che il sole scomparisse nella pietra"), un crepuscolo, un passo d’addio, "senza rimorsi".
Avanzando, Davide Longo restaura (qui eccelle) un microcosmo in estinzione o già estinto, su cui soffia il marin, dove si sbatte la porta per dire che si è in casa, e la segatura fresca copre il pavimento dell’osteria. E, arroccate in questo paesaggio, loro, le anime e la fabula, fili di ferro volutamente esili (l’urgenza etica ed estetica di levare), ma non sempre essenziali. Alla tortuosa ricerca di sé. Non sempre il giacomettiano ideale, il miracolo, si compie: "Grattare fino all’osso, fino all’indistruttibile".

 

Altre recensioni italiane, tedesche e spagnole:

"Un romanzo costruito con notevole, voluta sobrietà di mezzi; con scrittura nitida, fatta di brevi frasi: intervalli che cantano, riempiti dell’attesa di qualcosa che deve arrivare."
Giovanni Pacchiano Il Sole 24 Ore

“Un universo paesano capace di sentimenti ancestrali e crudeli. Un romanzo di figure che parlano soprattutto con gli sguardi. E di silenzi.”
Ermanno Paccagnini  Corriere della Sera

Il mangiatore di pietre è la conferma di una voce forte, nuova, e rara.”
Mario Baudino Specchio

“Davide Longo è tra gli autori che hanno risvegliato l’interesse per la letteratura italiana.”
Die Zeit

“Una capacità di scrivere degna di nota ed efficace. Un romanzo magistrale.”
Frankfurter Allgemeine Zeitung

“Un piccolo capolavoro, poetico, elegante e autorevole.”
Stuttgarter Zeitung

“Con una durezza che rinuncia a qualunque tipo di concessione, Davide Longo, uno dei più interessanti scrittori italiani.”
Encuentros de lecturas y lectores

 

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