La cavalcata selvaggia- Recensioni

Sulle cime tibetane coi prigionieri italiani - La Stampa, 12.03.2005


Mario Rigoni Stern, giugno 2004

Negli anni del dopoguerra un amico padovano che nel 1941, in Nord Africa, era stato fatto prigioniero dagli inglesi, mi raccontava della sua lunga prigionia nei campi dell’India. Erano stati davvero lunghi quegli anni, molto di più dei miei venti mesi nel lager; anche perché nei casi della vita il tempo non ha i valori del calendario.
Mi raccontava del deserto libico, di marce, di sete, del viaggio nella stiva di una vecchia nave nel caldo dell’equatore. Anche delle montagne altissime e bianche che vedeva tra i reticolati dopo il passaggio dei monsoni. Quei monti sognati, per valli misteriose li raggiunse nella primavera del 1945.
Ora che non c’è più questi racconti me li riporta il libro di Carlo Grande: “La cavalcata selvaggia”.
Ho ritrovato quel loro tempo, il tempo dei nostri prigionieri lontani un mondo da casa, con le loro delusioni, le povere speranze, i dubbi. E l’oblio anche, quell’oblio nella sofferenza non straziante che i monsoni impastavano nell’anima con il fango e l’umidità, che solo un fugace sorriso di donna o il compassionevole sguardo di un vecchio indiano poteva attenuare.
Ma anche le montagne, le montagne immense e lontane, bianche. Un sogno di libertà che, finita la guerra con l’esplosione delle due atomiche sul Giappone, i prigionieri italiani, a piccoli gruppi, raggiunsero camminando per l’ignoto.
Il sogno della libertà, di Ulisse. Un libro da leggere, oggi, anche per capire la condizione umana.


 Giovanni De Luna, La Stampa il 7 maggio 2004
Prigionieri italiani sull'Himalaya: epopea dimenticata, narrata da Carlo Grande
A ogni sconfitta dell'esercito fascista corrispondeva un'ondata di prigionieri, quasi come il flusso della marea, in un tragico alternarsi di piene improvvise (i primi 130 mila furono catturati nel febbraio 1941, in Africa settentrionale) e di lunghe pause: una volta la corrente impetuosa che travolgeva il destino di centinaia di migliaia di uomini, un'altra un rivolo sparuto, a seconda di quanto avveniva sui campi di battaglia. Quando cessarono le ostilità contro gli Alleati, i prigionieri italiani erano poco più di 600.000 distribuiti in campi la cui geografia restituiva la dimensione totale di quella guerra: 400 mila erano nelle mani degli inglesi, detenuti in tutti i paesi dell'Impero britannico (Kenia, India, Sud Africa, Egitto, la stessa Inghilterra, ecc..), 120 mila erano nei campi statunitensi, 70 mila in quelli sovietici. Dopo l'8 settembre, a questi si sarebbero aggiunti i 765.000 internati in Germania, un'altra storia e altre sofferenze. Cosa successe in quei campi, come vissero quegli uomini un'esperienza individuale così estrema, così concettualmente estranea alla normalità della loro vita di sempre? Gli storici (Giorgio Rochat) hanno già sottolineato la dimensione di «istituzione totale» della prigionia di guerra, la sua capacità di stravolgere idee e sentimenti, di fare della reclusione una «condizione condizionante» che altera la percezione della realtà e rende difficile da decifrare i singoli comportamenti. A penetrare nella «soggettività» dei campi ci aiuta ora l'ultimo romanzo di Carlo Grande (La cavalcata selvaggia, Ponte alle Grazie, 2004 presentato ieri in Fiera da Igor Man), in grado di rielaborare letterariamente quell'esperienza storica e di restituircela con una straordinaria efficacia. Il protagonista è un pilota italiano, Pribaz, abbattuto e catturato dagli inglesi, sballottolato attraverso vari campi, fino ad arrivare a Yol una località a 1200 metri di altitudine, sulle pendici meridionali dell'Himalaya, verso il Kashmir che, agli inizi del 1945, ospitava 13.000 italiani. Le vicende individuali di Pribaz ci aiutano a penetrare nelle profondità del campo, un crogiuolo in cui ribollono le schegge del progetto novecentesco di fare gli italiani, frammenti di appartenze geografiche, di fratture ideologiche, i mille mestieri e le diverse inclinazioni della nostra gente. Ci sono i fascisti irriducibili e gli antifascisti convinti (pochissimi), ma c'è anche, soprattutto, la straripante «zona grigia» di chi preferisce non scegliere e vede nella prigionia solo ed esclusivamente la fine della sua guerra. A Yol successe però qualcosa di insolito, che il romanzo di Grande (ma l'episodio è realmente accaduto) racconta con una intensa partecipazione: sulle pietraie delle montagne himalayane, Pribaz e altri prigionieri italiani trovarono un modo originale per declinare la propria identità nazionale; scelsero di farsi alpinisti, di costruire la loro impresa scalando, con attrezzature rudimentali e senza preparazione fisica, le vette (superiori ai 6 mila metri) che circondavano e chiudevano il loro campo. Strinsero con i loro carcerieri un patto d'onore, ebbero il permesso di lasciare il campo, e riuscirono nel miracolo di trasformare quelle montagne, fino a farle diventare i pilastri di un gigantesco tempio della libertà interiore.


Giovanni Tesio,  Tuttolibri 19 giugno 2004

Cavalcando verso l’Himalaya
Carlo Grande sulle orme del maggiore Pribaz, pilota fatto prigioniero dagli inglesi nel mar d’Africa e portato nel campo indiano di Yol, a Nord di Delhi, tra baracche e recinti, tra fughe e spedizioni verso le nevi perenni


Con La cavalcata selvaggia, Carlo Grande ha prestato la sua buona lena narrativa a dei fatti veridici (documentati) da cui ha tratto risonanze che vanno ben oltre la pura e semplice avventura di un soldato, di un pilota che gli inglesi hanno fatto prigioniero nel mar d'Africa e portato nel campo indiano di Yol, a nord di Delhi, tra montagne in vista e vuoto del cuore.
Dopo i racconti d'esordio legati ai quattro elementi, dopo una suggestiva storia di frontiera ambientata in un Medioevo di nevi e di lupi franco-piemontesi, ecco dunque una storia di passo costante, che non conta tanto su elementi di sorpresa ma piuttosto di continuità. E' così che comincia l'avventura del maggiore Gaspare Pribaz, bel nome di frontiera slava, "prisoner of war" (in acronimo Pow), che prende a considerare la sua vita da un punto di non ritorno. Fascista per scelta e giovinezza, per desiderio di riscatto e vanità, Pribaz veste l'uniforme della Regia aviazione e giura fedeltà al Re e al Duce. Ostinato e scontroso, è costretto all'inerzia del campo di prigionia e mescola umiliazione e rabbia, ma si tiene ad una coerenza che lo isola, sia dal grigiore dei "voltagabbana" sempre pronti a profittare dell'ora, sia dall'assortita accolita degli "irriducibili" arroganti e ridicoli.
Pribaz ha fatto la guerra di Spagna, per la guerra ha lasciato la moglie incinta, ha avuto un figlio, e ora che è prigioniero vive in un suo spazio mentale difficile da penetrare, guarda agli altri con l'occhio di chi fa parte per se stesso, prepara scrupolosamente una fuga che però non dura tanto da liberarlo davvero. Dopodiché subisce dagli eventi un altro duro colpo che lo prostra, un colpo da cui finisce per riprendersi (o forse per autodistruggersi) inventando l'avventura delle montagne himalayane da scalare con qualche compagno di baracca (tra tutti il valsusino Joannàs verso cui scattano scintille di stima, e persino di simpatia).
Sono diversi i fili che si tendono sul telaio di questo romanzo che si tiene alla cronologia compatta di cinque anni e di molte stagioni (Natali poveri, il caldo soffocante, i piovosissimi monsoni), ma che non disdegna di scendere nei meandri di una psicologia contraddittoria e orgogliosa, profondamente inquieta. C'è la storia di un segmento di generazione delusa (almeno quanto il segmento di quella che si ostina nell'illusione). C'è la storia di un campo di concentramento, con le miserie e le privazioni di un'istituzione totale più di altre esposta alla casualità, all'assurdità, alle malattie, alla malaria, all'idiozia, ai denti cariati, alla disciplina umiliante, al disagio, alla nausea, alla nostalgia, ai reumatismi, alla reclusione, allo spreco di tempo, alla spogliazione, alla morte. C'è la storia di un paesaggio, di una natura, di un paese, di una condizione. E c'è naturalmente la storia di un personaggio come Pribaz che rappresenta per tutti il dramma di un'umanità spaesata e dolente poiché è lui a sapere per tutti che "le vere sventure non si raccontano".
Grande riesce a costruire con misura la complessità di una coscienza che non si piega, ma che non resta ottusa, la fatica di vivere in una dimensione aliena, ma anche di corrispondere ad una dignità difficile, l'oscillazione frequente, lo sprofondamento in una zona di remota accessibilità, l'abisso di una bottiglia di grappa, di un'ubriachezza salvifica, di un azzardo cercato, di una gioia che scatta nei passi perduti di un andar per montagne con mezzi da niente.
Il romanzo è diviso di fatto in due tempi ed è - nel paradosso apparente di un luogo di baracche e recinti - il romanzo di un frequente andare, come accade nelle pagine della fuga di Pribaz o in quelle - dopo l'armistizio - che narrano delle spedizioni verso le montagne innevate. Pagine scritte con concretezza di sensi e di parole. Periodi secchi e brevi, che dando l'idea del dramma e del disgusto raccontano di occupazioni minime, di ingegnosità favolose (una macchina fotografica fatta con mezzi di risulta, la distillazione d'una grappa immonda e ricercata, lo studio pazientissimo di una fuga) e prendono, appunto, il passo costante di chi ha avuto in sorte da altri (come Grande denuncia) una storia da narrare.
Nella "cavalcata selvaggia" di Gaspare Pribaz c'è il destino di un uomo di forza e smarrimento, di sangue e di sconfitta. Ma anche la coscienza che la luce vince sempre sull'inerzia delle cose.


Cecilia Sammarco (Emanuela Sanna) - L’Avanti! della Domenica novembre 2004

C’è un certo pudore nel parlare dei soldati italiani fatti prigionieri dagli inglesi durante la seconda guerra mondiale. Forse perché erano tutti al servizio dell’esercito fascista, agli ordini di Mussolini, alleati dei nazisti. Dalla parte sbagliata, insomma. E così nell’immaginario collettivo a volte si pensa a loro come “fortunati”, per aver evitato gli anni più duri della guerra, per averli trascorsi al sicuro, prigionieri, certo, ma dei “buoni”, di quegli alleati che si stavano battendo per liberare l’Europa dalla dittatura e dalla follia di Hitler. E, invece, i campi di prigionia britannica non avevano nulla da invidiare in tema di atrocità a quelli in cui i tedeschi o i giapponesi rinchiudevano i loro nemici, e i “carcerieri” britannici non andavano poi tanto per il sottile come si vuol far credere. Ammassati in putride baracche, deportati su navi che ricordavano quelle dei mercanti di schiavi, privati di assistenza medica, i prigionieri morivano come mosche, decimati dalla malaria, dal colera, dal tifo, dalla tubercolosi. Quelli che riuscivano a resistere si trovavano privi di ogni dignità, all’oscuro sull’esito della guerra, costretti a subire umiliazioni e soprusi, a sopravvivere alla fame, alle malattie, al caldo torrido e alle torrenziali piogge monsoniche. Perdevano i denti, i capelli, ma soprattutto la propria dignità. Costretti all’inerzia totale, trascorrevano mesi e anni, distesi su giacigli, intenti a far trascorrere lunghissime giornate dove l’unico diversivo consisteva negli estenuanti appelli quotidiani. La storia di quegli uomini, ufficiali italiani gonfi di orgoglio e di patriottismo, internati dagli inglesi nel 1940 nel campo di Yol ai piedi dell’Himalaya, ci viene mirabilmente raccontata in questo sorprendente romanzo di Carlo Grandi. “La cavalcata selvaggia” è la vicenda del pilota italiano Pribaz, dei tentativi di fuga, della durezza di un’esistenza che appare priva di scopo, dove persino l’idea del rientro in patria, del ricongiungimento con la propria famiglia cessa di essere un desiderio che aiuta a mantenersi in vita. Sarà solo dopo l’8 settembre e la firma dell’armistizio che ai prigionieri italiani (che resteranno a Yol fino al 1946)  verrà consentito, prima isolatamente, e poi a gruppi meglio organizzati, di uscire dal campo sulla parola per scalare alcune cime himalayane. E saranno proprio quelle montagne, la fatica quotidiana, la lenta conquista, l’accettazione dei propri limiti, che faranno ritrovare a Pribaz quella voglia di libertà mai sopita, quella dimensione eroica che credeva aver perduto per sempre e quell’orgoglio di essere italiani, ritrovato non nell’abbattere un aereo nemico o nel bombardare una città, ma nel piantare una bandiera sulla vetta raggiunta.


Massimo Citi, numero 31 di LN-LibriNuovi


Gaspare Pribaz è un pilota militare italiano abbattuto nel Mediterraneo nel 1940. Insieme ad altri diecimila POW (Prisoners Of War) italiani viene internato a Yol, un campo di prigionia nell'estremo nord dell'India, ai piedi del Dhaula Dhar, primo contrafforte del massiccio Himalayano.
Pribaz è stato un buon soldato e un buon pilota. Un uomo corretto, pragmatico, silenzioso, patriota ma poco incline ai fanatismi politici. Testardo e orgoglioso si ritiene colpevole della propria condizione di prigioniero di guerra ed è per lui arduo se non quasi impossibile abituarsi alla vita nel campo, un'esistenza ripetitiva fatta di piccole routine e di interminabili intervalli di tempo da dedicare al bilancio delle propria vita, immancabilmente in perdita.
Qualcuno, e tra questi Pribaz, reagisce escogitando piani di fuga raffinati e complessi. Ma il fallimento anche dei tentativi meglio preparati crea disillusione e scoramento.
Così c'è chi trova conforto alla sensazione di abbandono aggrappandosi alla fede fascista, molti – e tra questi Pribaz – lo trovano nella grappa distillata clandestinamente. Ma per la maggior parte i prigionieri finiscono per attendere passivamente che la guerra finisca, in definitiva incuranti del suo esito.
Le notizie che arrivano non sono buone. L'entrata in guerra del Giappone provoca una momentanea e passeggera speranza ma nulla di più. Gli uomini diventano litigiosi, pronti a discutere e recriminare per qualunque piccolezza. Prima la caduta di Mussolini e poi l'armistizio a Cassibile sanciscono una frattura definitiva nel campo. Da una parte i fascisti più o meno irriducibili dall'altra gli antifascisti, i badogliani e soprattutto gli indifferenti. L'orgoglioso Pribaz fatica a ingoiare la sensazione di tradimento che gli dà il passaggio di campo dell'Italia, e, pur non essendo mai stato fascista, progetta di passare tra gli irriducibili. Soltanto un piccolo incidente gli impedisce di cedere a un semplice puntiglio.
Per chi non è rimasto fedele al fascismo emerge la possibilità di godere di brevi licenze. L'alpinismo sportivo, un alpinismo «eroico» condotto con scarsissimi mezzi ed enorme testardaggine, diviene così la principale ragione di vita degli ex-POW, in attesa della possibilità di ritornare in un'Italia divenuta un campo di battaglia, l'unico modo per recuperare una ragione di vita e ricostruire un'autostima distrutta nella permanenza al campo di prigionia.

La cavalcata selvaggia è un libro nitido e potente, faticosamente (e si immagina felicemente) costruito mediante testimonianze, ricordi, lettere, diari. Pribaz, personaggio immaginario solo in senso anagrafico, raccoglie in sé le ansie, i dubbi, gli slanci e le frustrazioni di una generazione cresciuta all'amor di patria e costretta a misurare il vuoto della retorica fascista e patriottarda. Uomini di buona volontà abbandonati a combattere in silenzio e con dignità contro nemici meglio armati e meglio comandati. Costretti dalla sconfitta e dal «tradimento» a reinventare le ragioni del proprio esistere e del proprio essere nel mondo.
Libro più ambizioso de La via dei lupi, La cavalcata selvaggia ne reinterpreta su uno sfondo più vasto i temi più profondi: la coscienza della fragilità umana, il rapporto profondo con la natura, la limpida intolleranza per le finzioni e le ipocrisie, l'etica della responsabilità personale e la scelta dell'autodistruzione come unica via d'uscita dalle situazioni che non ammettono risposte onorevoli. Un libro fuori stagione e poco «italiano», pieno di cieli d'alta quota, odori dell'aria, colori delle stagioni. Ricco di immagini destinate a rimanere a lungo nella mente del lettore e imperniato sull'epica della sconfitta e della solitudine. Quasi un hagakure (il codice dei samurai) della tradizione nipponica divenuto vita reale e scelta quotidiana per un pugno di italiani traditi dal fascismo e dalla monarchia. (Massimo Citi)


By Simona Margarino
«Do you want to travel around the world? Enter the Italian army! »

«Yah rasta tik hai?», «Is this the right way?», «Ha bhai», «Yes, of course»
(Carlo Grande)

Camp-site of Yol, India, 1941-46: Italy starts the epopee of its own ruin and its soldiers fall into the English’s hands. Waiting for them is a mass of hovels that could almost look like a town, was there not an insurmountable fence of barbed wire to enclose it.
Here, in one of the distant outposts of the British Empire, in Panjab, at the feet of Himalaya and two steps from Afghanistan and Tibet, it is played the life of POWs (Prisoners Of War) and their guardians, 12000 people buried in a reticule of stones, dust, hard and savage nature.
This world in numbers and handcuffs is but sporadically flown over by squadrons of aircrafts that move high above hopes, in order to defend attack save destroy, certainly not to bring home, but to keep within the margins of a mosaic in tiny pieces, made of huts, fears, skin illnesses, salted butter on the tongue, “chapati” (unleavened bread), repeated head counts in endless checks and an infinite boredom.
Only beyond the walls, in front of the wearied eyes, forests, an immense vegetation and statues of Buddha with an extraneous and winding spirituality pass by. To overcome the barriers in –or through- one’s soul represents the sole expedient left to the ‘convicts’ to fight impotence and ‘evade’, thus finding again one’s subjectivity inside a shade cone of isolation, prohibitions and annihilation. The horror, the loss of the past, even to forget the face of a wife are examples of the camp’s daily life, where the illusion of going back to one’s country, wherever this is, fades just ito the fantasy of wanting to escape. Days always different are fabricated in order not to get mad: there’s who builds a radio, and who a camera, Pribaz makes grappa, someone doesn’t resign himself, the handsome Lizzetta loses his heart for Jasbir.
The heroism well represented by Carlo Grande in La Cavalcata Selvaggia (Ponte alle Grazie, 2004) stays in gestures you would never expect, of concreteness without dread: learning the Indian language by reading medicines’ instructions, taking a bunch of pictures not to forget, making friends with the enemy just to discover he is like oneself, only on the right –or better, winning- side of the ‘revolution’. In such a knot, so tight as to wonder if it possible to assert one’s identity even without the guns that a war usually inevitably drags behind itself, it is mainly the desire of letting the thought wander to increase the opportunity of surviving in an imprisoned life. If it’s summits at 6000 meters to close the prison as unsurpassable bastions, It will also be peaks of snow to give men back their freedom.
At the end of this beautiful tour among dreams and marvellous landscapes, the path opens into glaciers with frozen air and biting cold. The crests of mountains sink into the infinitely quiet waters of Tso Moriri, swallowing the voice of the rebels, already tired of rebelling: the present gets silent in the mud, without any right word to go on. At this point someone will recover, someone will start singing again, someone won’t be able to see his future, someone will make it, but with difficulty, because “to be born of a mother is easy, to revive from a war is by far more painful”.

Carlo Grande is a journalist for La Stampa and was for seven years the director of Italia Nostra, monthly magazine of the first Italian environmental association. He published the short stories I cattivi elementi (2000), the novel La Via dei Lupi (2002) the real story of a rebellion on the Alps: an indomitable man, like Braveheart, escape in the forest for ten years, and embodies the double soul of the Middle Ages which is made of passion and betrayal, of cruelty and devotion, of great characters and great feelings inside the extreme background of a pristine nature of bears and wolves. Nature is the last refuge, the cradle and guardian of humanity's values.

La cavalcata selvaggia (2004) is the epic story of italian POWs (Prisoners Of War) fall into the English’s hands and brought in Panjab, at the feet of Himalaya.

 


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