Padri - Intervista a C. Grande, uscita su www.infinitestorie.it

Padri inquieti, soli, divorziati; uomini che sono ancora figli e che desiderano cambiare; maschi alle prese con mogli e prole che non bastano più, persone che vedono sbiadire la loro autorevolezza e prevalere il branco di maschi in lotta l’uno contro l’altro, a caccia di donne, sesso, potere. Dopo due fortunati romanzi, La via dei lupi (Ponte alle Grazie, 2002, Tascabile Tea nel 2006, libro che ha vinto la prima edizione del premio Grinzane Civiltà della montagna e il premio Letterario San Vidal), e La cavalcata selvaggia (Ponte alle Grazie, 2004) Carlo Grande pubblica Padri. Storie di maschi perplessi (Ponte alle Grazie) raccolta di racconti legati a un tema moderno e antico nello stesso tempo: la paternità. Storie intense, spregiudicate nella loro ricerca di verità, che portano sulla scena una galleria di uomini alle prese con i tanti modi di essere padre: uno “status” non solo biologico. Essere padri significa crescere, lottare con gli istinti del maschio e diventare affidabili, andare attraverso la vita a testa alta, con consapevolezza e audacia.
Apparentemente un cambio di rotta, rispetto ai libri precedenti.
In realtà è lo stesso discorso che continua: ho declinato in termini contemporanei i protagonisti dei miei primi due romanzi, il ribelle Francesco di Bardonecchia e il pilota Gaspare Pribaz, due figure inquiete, irriducibili, che cercano in sé e nelle loro azioni, pagando di persona, il “vir” latino, l’uomo per eccellenza. Ogni scrittore scrive sempre lo stesso libro, in forme diverse. Sono storie simboliche, ho cercato di riflettere su cosa vuol dire essere uomini oggi.

Con che cosa devono combattere, oggi, gli uomini?

Quelli dei miei racconti sono individui incerti ma passionali, ironici, gente alla ricerca di un punto fermo, di una via di scampo al conformismo, al senso di inadeguatezza nel quale ci costringe la società delle macchine e della pseudo-efficienza. Spesso sono persone sole, a volte sbandate, in fuga senza che nessuno le insegua; alla ricerca di un’identità che ai giorni nostri pare sempre più sfocata, indefinibile.

La figura antica e solida del padre, lei sembra dire, sta scomparendo.

Da un lato è un bene, se pensiamo al dio-padre, al padre-monarca o al padre-padrone. Ma è la perdita generale di autorevolezza, che crea scompiglio e solitudine. Si naviga a vista: in un racconto narro di un padre pacifista di fronte al bambino che adora guerra, in un altro descrivo un padre sessualmente inquieto, in piena crisi di mezza età, con la voglia di scappare di casa: allo zoo, con la giovane figlia, assiste esterrefatto alle evoluzioni erotiche dei bonobo, scimmie che hanno sostituito la violenza con il sesso: lo fanno ogni 65 minuti, con tutti i partner possibili e in tutte le posizioni immaginabili, compreso il bacio in bocca con la lingua. Per qusto sono adorate da pacifisti, femministe (nella società bonobo comandano le femmine) e gay. Forse è quello che di più simile ai nostri progenitori ci rimane.
I nostri antenati e il sesso “estremo”: un paradosso che fa riflettere.
Sì, ma non c’è compiacimento nel mio raccontare. E’ un tema coinvolgente e a tratti divertente, questo sì. Tutti parliamo o fantastichiamo del sesso, ma viviamo in un immenso, pornografico e commerciale “vorrei ma non posso”. Il più bel “gioco” del mondo (e quando dico gioco parlo della cosa più seria che si possa fare, come sanno bene i bambini) è ridotto a merce, come il corpo della donna e le pulsioni maschili. Anche noi uomini rischiamo di rimanere frullati da quest’orgia di stimoli fasulli, che producono solo frustrazione.


In questo racconto si è ispirato al libro di un bravissimo psicanalista junghiamo, Luigi Zoja.

Sì, un saggio straordinario, si intitola “Il gesto di Ettore”. Indaga la drammatica “psicopatologia collettiva” nella quale viviamo. A partire da figure letterarie come Ettore, Ulisse, Achille, Enea, Zoja analizza la scomparsa del padre, cioé dell’uomo che deve avere in sé la forza e la dolcezza insieme, che dev’essere affidabile, che sa combattere e fare una scelta. Ripeto, oggi noi uomini, per motivi spesso squisitamente commerciali, siamo risucchiati indietro nei millenni, dalla condizione di padri torniamo a essere solo maschi che cercano l’avventura sessuale e la promiscuità. Non è un discorso bacchettone, tutt’altro. Penso solo che bisognerebbe possedere il sesso, non esserne posseduti, perché è la cosa più seria, più divertente e più rivoluzionaria del mondo. Non è una ginnastica, non è uno squallido espediente per vendere prodotti. Così parlo delle origini della coppia e dei padri, della natura profonda dei maschi e delle femmine, del piacere e del sesso - come dice Zoja - non ginnastica o esercizio di potere, ma legame, “laboratorio della vita psichica”.
Di impulsi ne riceviamo persino troppi, oggi.
Sì, per questo parlo del fiume impetuoso degli istinti e dell’argine per contenerlo, della nave di Ulisse che parte e dell’ancora per fermarla. Oggi chi battezza più, con l’acqua del padre? Pochi padri, pochi nonni. Nessuno racconta più come si fa a diventare uomini. Il fondamento del vivere civile, colui che si assume le responsabilità, è al tramonto, almeno in questa epoca. Sono scomparsi Enea, Ettore e Ulisse, la voce dei padri è sprofondata nell’inconscio, non si sente più. Rimane il branco dei maschi, in lotta tutti contro tutti. Il padre del mio racconto si accorge che a lui chiedono solo di essere maschio, di consumare merci, donne e sentimenti. E a modo suo si ribella, con tutte le sue contraddizioni.

E gli altri “padri” quali crisi vivono?

Crisi simili: rimpiangono l’autorevolezza, anche se è fatta di luci e ombre. Un uomo a metà della vita ricorda la prima battuta di caccia con suo padre, quand’era ragazzino e dovette sparare con un fucile vero. Una specie di rito di passaggio, compiuto per compiacerlo. Un altro va al Club vacanze con moglie e figlia e lotta tutto il tempo con garruli animatori, sempre allegri e invadenti, mentre moglie e figlia li adorano. Dovrà confrontarsi anche con loro, per amore della ragazzina. In un racconto descrivo le ultime ore di Manuel Bravo, l’angolano che si è ucciso in Inghilterra pensando di dare un futuro al figlio. Un padre d’altri tempi, un padre-eroe. Storia-limite, certo, ma ci fa intuire che qualche padre vero esiste ancora.
Il padre come luogo dello spirito, insomma.
Sì, che ci spinge a essere migliori. Può essere una montagna (in un racconto descrivo una scalata sul Monviso, montagna-totem che invita alla sfida, come un padre, alla prova di coraggio, al rapporto con la natura), in un altro parlo di un “antico capostipite”, in un altro ancora della solitudine in montagna di un padre separato, che riesce finalmente a rivedere il figlio, “sequestrato” dalla moglie.
Insomma, dopo il romanzo storico l’attualità.
Sì, ma faccio fatica a ragionare in questi termini. Se una storia è bella, in qualsiasi epoca si sia svolta, vale la pena di raccontarla. Continuo a pensare che sentimenti e necessità umane siano sempre gli stessi: stomaco pieno, tetto sulla testa, sesso soddisfacente e, last but not least, una qualche risposta al bisogno di spiritualità, di arte, di assoluto. Ho cercato soprattuto di abbandonarmi all’emozione di certe situazioni, e di raccontarle. Non scrivo per fare saggi di bravura o esercizi di intelligenza. Non mi basta. “Only emotions endures”, diceva Pound. “L'essenziale è invisibile agli occhi”, dico con Saint-Exupéry. Troppo a lungo lo abbiamo dimenticato.


Dimmi dove vivi e ti dirò chi sei
( uscita su www.mastermeeting.it
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