Fabio Novel per www.borderfiction.it
LA "MIA" VIA DEI LUPI. INTERVISTA A CARLO GRANDE

Ho "scoperto" Carlo Grande nell'estate del 2004, grazie a Pietro Spirito.
Grande e Spirito, oltre ad essere entrambi narratori di talento, hanno in comune la professione del giornalista.
Da convinto amante dei buoni libri, l'amico Pietro si era impegnato a fondo nell'organizzazione di una settimana di appuntamenti letterari al castello di Miramare, a Trieste, mia città natale e di residenza. Ogni giornata era a tema. Spaziava dai cosiddetti "generi" alla narrativa tout court.
Io ero direttamente coinvolto in uno dei ritrovi (quello sulla narrativa fantastica) assieme a Fabiana Redivo e Gianfranco De Turris.
Ospite dell'incontro con il romanzo storico era invece Carlo Grande, scrittore la cui opera d'esordio, La via dei lupi, sapevo aver raccolto critiche assai positive. Io però non avevo letto ancora nulla di suo.
La giornata mi cadeva male: c'era un impegno di mezzo. Le parole di elogio che Spirito ebbe per Grande mi convinsero ad andarci comunque.
La splendida cornice dell'asburgico palazzo di Miramare, affacciato sul mare e circondato da un vasto parco, è assolutamente congeniale la compagnia di Clio. Il passato di cui ci parlò Carlo Grande, e alcuni testimoni presenti, aveva
però "solo" poco più di cinquant'anni. Non affrontò, se non per accenni comparativi, il XIV secolo di François di Bardonecchia, protagonista della Via dei lupi, bensì le vicende di Gaspare Pribaz, aviatore italiano fatto prigioniero dagli inglesi durante il secondo conflitto mondiale, e deportato in India, nel campo di prigionia di Yol, ai piedi dell'Himalaya.
Una storia basata su fatti e testimonianze reali, romanzata con abilità e passione dall'autore nel suo secondo libro: La cavalcata selvaggia.
Quanto sentii mi convinse subito che quella era una storia di quelle che meritano di essere scritte. E lette! Cosa che feci di lì a poco, con entusiasmo. In seguito, recuperai anche La via dei Lupi.
Nel frattempo, ebbi modo di entrare in contatto diretto con Grande.
Le evasioni di Clio mi dà l'occasione di ritornare su due bei romanzi storici (reperibili uno nel catalogo Ponte alle Grazie, l'altro anche nei tascabili TEA) che mi fa piacere di consigliare. Ho ritenuto opportuno di farlo in un modo più interessante e utile ai lettori: un'intervista a Carlo Grande.

Carlo, benvenuto su queste pagine. Innanzi tutto: un breve autoritratto di Carlo Grande.

Sono nato a Torino, ho cominciato a scrivere articoli giornalistici a vent'anni, dopo la laurea in Lettere ho insegnato per 5-6 anni Italiano e Storia, nel frattempo continuavo a collaborare con La Stampa (ho cominciato a scrivere qualche articolo con il Manifesto, per la verità), finché una ventina di anni fa mi hanno assunto e sono diventato giornalista professionista.
Ho lavorato in varie reazioni (Tuttoscienze, nel Politico) ma soprattutto nella redazione Cultura. Attualmente ho scelto di diventare "articolo 2", cioè, sono sempre professionista e legato alla Stampa, ma ho soltanto compiti di scrittura e non devo presentarmi ogni giorno alla scrivania. Naturalmente ho rinunciato a una bella fetta di stipendio. Molti colleghi si sono complimentati perché ho fatto una scelta difficile, che molti vorrebbero fare: io rispondevo che me la sono potuta permettere perché ho venduto tre castelli che avevo in Bretagna... Insomma, tutti dicono che i soldi non sono tutto, che
bisogna lavorare tutti e puntare alla qualità della vita, ma pochi lo fanno. Permettetemi di esserne orgoglioso.
Sono nell'età in cui, come diceva Picasso, ci si può finalmente sentire giovani, ma è troppo tardi. A parte gli scherzi, ora collaboro con varie testate, tra cui Diario e Repubblica delle Donne. E gioco nell'Osvaldo Soriano Football Club, la nazionale degli scrittori. Last but not least, faccio il tifo per il Toro.

Giornalista e scrittore: un connubio semplice o complicato?

Semplice, se alla base c'è la passione per lo scrivere, per il coinvolgere i lettori, per comunicare le cose in cui si crede. I primi racconti di narrativa li ho scritti sulla base di esperienze e persone incontrate durante servizi giornalistici, durante un blitz di Greenpeace, ad esempio, o un servizio sul Vajont. Penso che ogni giornalista, in fondo, accarezzi anche l'idea
di scrivere dei libri. La narrativa però è un salto mortale, che può anche non riuscire e può dare frustrazione. L'ambiente (salvo le debite eccezioni) è - per così dire - un po' spigoloso e c'è il rischio che si avvii un meccanismo di malcelata competizione. Ma c'è spazio per tutti: "Ché mal cammina qual si fa danno del ben fare altrui", scriveva Dante.
Indubbiamente i giornalisti "culturali" hanno delle facilitazioni, perché conoscono molte persone dell'ambiente massmediatico (alcune ottime, ripeto). Alcuni però non sono tanto interessatati tout court a quello che faccio ma semplicemente cercano di sbolognarmi delle informazioni da pubblicare. Più che legittimo. Ma gli spazi di buon livello sui giornali e nell'editoria non sono molti. Comunque è difficile che susciti indifferenza. A volte però temo che l'essere anche giornalista possa creare qualche (comprensibile) pregiudizio sul mio ruolo di scrittore. Che tolga un po' di "fascino" e
credibilità, per dirla tutta. Insomma, ci sono molti vantaggi ma anche qualche svantaggio.

Scrittori si... nasce o diventa ;) ?

Si devono avere - innate - sensibilità, curiosità, attenzione per gli altri, sguardo profondo e non superficiale per le storie "vere", che hanno qualcosa di simbolico e toccante. Sono cose indispensabili per chi vuole fare narrativa. Poi si diventa scrittori con il lavoro, l'attenzione, l'umiltà, il dialogo, il coraggio di ascoltarsi e criticarsi fino in fondo, l'esercizio costante.
La vera lotta di uno scrittore, diceva Bukowski, è con se stessi. Ci vuole anche un po' di fortuna, ovviamente (nella vita non guasta mai), ad esempio quella di incontrare un editore che crede in te. Io ho incontrato Luigi Spagnol. Ma non credo che ci siano potenziali scrittori incompresi, se sono bravi prima o poi vengono fuori. Io ad esempio sono figlio di piccoli commercianti, non avevo santi in Paradiso (anche di questo vado fiero) e sono stato aiutato soprattutto dalla passione, dalla sensibilità e dalla voglia di imparare.

Si scrive per... ?

Le motivazioni possono essere tante, il narcisismo, ad esempio, o un malcelato senso di presunzione, il desiderio di apparire. Io scrivo perché mi piace raccontare, stabilire un dialogo con gli altri. Con il tempo, leggendomi dentro nel profondo, ho capito che significa tentare di allestire una zattera contro il caos, avere la sensazione di aver ricreato un piccolo mondo, di aver fatto qualcosa di "compiuto", di poter controllare almeno qualcosa, quando nella nostra vita controlliamo quasi niente, a malapena noi stessi, e mica sempre. Certo che anche in me c'è una componente di narcisismo (il pensiero di avere qualcosa di interessante da dire) ma scrivere per me è soprattutto un atto d'amore, una specie di preghiera. Ovviamente speriamo di venire ascoltati, letti.
Nonostante tutte le frustrazioni e le delusioni, se c'è umiltà e voglia di cercare continuamente le parole e le trame giuste, di guardare in faccia la realtà, è possibile raggiungere molte persone, e migliorarsi. Anche se si cade nel dubbio, se si resta fermi per mesi o per anni, c'è sempre la possibilità, leggendo dentro se stessi e leggendo buoni libri, di trovare la forza e
l'ispirazione, l'illuminazione vorrei dire, la maturazione per scrivere qualcosa di buono, che alla fine ci ripagherà di tutta la fatica che abbiamo fatto. Scrivere non è buttare giù qualche idea, o inanellare le parole come logorroici: credetemi, vedo che lo fanno in molti, oggigiorno. Scrivere bene è molto faticoso, invece. Ma quell'energia, se ce l'hai, si disfa e si ricrea
continuamente.
In fondo, ripeto, si scrive e si ascoltano storie per tranquillizzarci, come i bambini prima di abbandonarsi alla notte, prima del buio, che per noi adulti è il Grande Buio, il Grande Sonno. Ecco a cosa servono le parole: in principio fu il Verbo, dice la Bibbia. Le parole sono vento, ma spingono la barca della vita. Cercano di darle un senso. Quelle giuste ci riescono. Almeno per un po'.

I libri che più hai amato come lettore e/o quelli che più ti hanno "formato" come autore.

Sono tanti, sono onnivoro. I classici prima di tutto. Da Buzzati a Steinbeck, da Bernanos a Calvino, da Fenoglio a Rigoni Stern, da Giono a Philip Dick, da Omero a Carver, da Chandler a Céline. I classici sono una miniera infinita, morirò con il rimpianto di non averli letti tutti... Flaubert, Balzac, Proust, Lorca, Rabelais... Chi parla davvero al cuore e all'intelligenza
degli uomini non avrà mai una data di scadenza. Ce ne sono tanti, e pochi fra i contemporanei, a me pare. Oggi è molto difficile leggere e scrivere perché si è coperti da un bla-bla continuo, da una melassa di falsi sentimenti, da un desiderio di apparire, più che di comunicare. Siamo spesso deconcentrati, superficiali. Non sto negando il divertimento, sia ben chiaro. Ma detesto l'alienazione, l'aggressività, i vuoti a perdere, la mancanza di senso e la mania di protagonismo.

Quali sono i "tuoi" lettori?

Forse i sognatori, gli irriducibili, quelli e quelle che sanno conservare un fondo di poesia e di misericordia nella lotta quotidiana contro il cinismo e la banalità. Questo non è buonismo, ma vera forza. Occorre molta più forza nell'ascoltare, nell'accettare i propri limiti e difetti, nel sapersi mettere in gioco e in discussione, che posare o sentirsi "superiori", voler stupire, sorprendere e imporsi a tutti i costi. Io non voglio scrivere per far vedere quanto sono bravo e intelligente, per specchiarmi nelle vetrine o firmare autografi. Quello, credetemi, dopo un po' viene a noia, se si è persone non dotate di
un ego spropositato, molto dannoso in qualsiasi forma di arte. In giro vedo molta solitudine e molte persone con il fiato corto; più che scrittori vedo "scriventi". Io ovviamente non mi metto al di sopra di nessuno, semmai sono "al di sotto di ogni sospetto". Preferisco così. Mi metto sempre in discussione, coltivo il dubbio e lascio che siano i lettori a giudicare.
Ma se uno scrittore ha una specie di fuoco sacro, di sincerità, e di talento, ovviamente, lo si avverte, fra le righe. Invece quando prevale il mestiere, la tecnica, il "trucco", come diceva Carver, è come fare il giro su una giostra: musica, cliché, banalità. E vien voglia di scendere dopo pochi giri. Vale anche per i film, per l'arte, per la musica contemporanea.

La critica tende ad evidenziare distinzioni marcate tra "narrativa di genere" e letteratura. Tu come la vedi? Da lettore, e da autore che viene comunemente "catalogato" come narratore "letterario".

Non mi piace essere catalogato. La scrittura vera, come la musica e l'arte, va aldilà dei generi, se trasmette emozione e intelligenza. Ma servono storie credibili, che abbiano un valore simbolico, che ci facciano viaggiare e sognare e riflettere e appassionare sul serio. Bellezza e autenticità si possono trovare nei gialli (che però oggi sono troppo "alla moda",
lasciatemelo dire) e nella fantascienza (genere in declino), nei romanzi di avventura e in quelli storici (anche quelli sono troppo "up to date"). Insomma, chi si affida a un genere perché pensa di essere più letto, di avere più successo, parte con il piede sbagliato. Venderà qualche copia in più, ma non darà il meglio di se stesso, quindi tradirà se stesso. Della gloria,
delle cose alla moda non so davvero che farmene.

Questa rubrica è dedicata al romanzo storico, ci concentreremo pertanto sulla Via dei lupi e sulla Cavalcata Selvaggia.
Non di meno, sono sicuro che nessuno troverà da ridire (anzi!) se ti chiedo innanzi tutto di parlarci del tuo ultimo libro: l'antologia Padri (Ponte alle Grazie, 2006). So che è un testo fortemente voluto. Con un titolo che è anche una dichiarazione di contenuti ben precisa.

E' un libro di racconti, che presenta tanti modi, drammatici ma anche ironici, di essere padri e maschi, oggi. Maschi "perplessi", come recita il sottotitolo. Interessa anche alle donne in quanto figlie, mogli, compagne. Oggi noi maschi siamo un po' in crisi, il nostro ruolo si è fatto sfuggente. Non siamo ancora in grado di passare dagli obsoleti ruoli del padre-padrone, del capofamiglia assoluto, del maschio "tutto d'un pezzo", che andavano aboliti, a quel mix di forza e tenerezza che dovrebbe essere la prerogativa dell'uomo "responsabile" moderno.
E' un punto di equilibrio difficile, lo so. Ma ce lo chiedono i figli, gli amici veri, ce lo chiedono le donne. Almeno, alcune, stanche sia del "macho" che degli eterni bambinoni. Invece, sulla scia del consumismo, che impone di consumare insieme alle merci anche le persone e i sentimenti, prevalgono le vie di fuga: la "sindrome di Peter Pan", ad esempio, l'aggressività, la competizione esasperata, il non voler invecchiare mai. Stiamo regredendo - nella media, è ovvio, mica tutti - al ruolo ancestrale di maschi sempre a caccia, in lotta tutti contro tutti per le femmine, per il potere, per i soldi.
Questa società ci chiede di essere sempre competitivi, il che è un'assurdità. Anche la collaborazione e la generosità hanno un peso enorme, per la sopravvivenza. Ce lo insegnano ad esempio i bonobo, le scimmie più sexy e generose del mondo, cui ho dedicato un racconto che ha come protagonista un padre in crisi con la moglie e la figlia. I bonobo sono un mito per i pacifisti, per le femministe, per i gay: hanno sostituito all'aggressività il sesso. Lo fanno (abbracciandosi, accarezzandosi, ma non solo) ogni 80 minuti, per stemperare ogni competizione. Insomma, si amano a morte, ma si mettono d'accordo sulla divisione dei ruoli, sul cibo, senza usare la violenza. Una provocazione, è ovvio. Ma essere padre non è forse governare gli istinti e l'aggressività, privilegiare la collaborazione, in fondo mettere il primo tassello della società? Non nego gli istinti, ovvio. Ma seguire solo gli istinti porta alla rovina, come avvenne per i maschi preistorici che non collaboravano col gruppo.
Quello della dignità maschile, dell'essere padri, è una prosecuzione del tema centrale nei miei romanzi: come mantenersi fedeli a se stessi, lottare con i nostri lati peggiori (abbiamo anche quelli) in che modo salvare la propria dignità nella melassa e nel qualunquismo che ci circonda. Come fare a essere migliori di quello che si è, a guardaci allo specchio ed essere ancora almeno un poco soddisfatti.
Mi rifiuto di credere che oggi tutto si riduca all'ancestrale lotta di tutti contro tutti. Se non si riesce a trovare una forma di collaborazione vera, l'uomo si riduce a "maschio nel branco", un ruolo avvilente.

Si dice che le antologie personali hanno una vendibilità minore rispetto ai romanzi. E' stato difficile convincere l'editore?

No, ho fatto leggere il primo racconto - un rito di passaggio, un padre che porta il figlio a caccia - alla mia editor e si è subito convinta. Ma in effetti è difficile pubblicare racconti, vendono meno che i romanzi. Eppure è un genere difficile, in poche pagine bisogna "fotografare" esattamente una situazione, e farlo senza essere banali, senza cliché. Il romanzo ha
uno sviluppo più ampio, il protagonista comincia in un modo e alla fine si ritrova diverso da quello che era. Ci dev'essere un'evoluzione (o un'involuzione). La "brevitas" dei racconti dev'essere sostenuta da una simbologia molto forte.

L'accoglienza del pubblico e della critica?
Buona, non sono uno scrittore "trendy", che appare spesso in tv o sulle riviste, ma le quattro- cinquemila copie stampate sono state assorbite tutte dalle librerie. Sono più che soddisfatto, se penso che il 50% dei titoli sfornati in Italia non vendono nemmeno una copia... Per me funziona il passaparola, chi mi legge e lo consiglia agli altri. Meglio così: la base di lettori è più solida, se mi leggono non è perché sono spinti da recensori compiacenti o dal "personaggio". Sono le pagine che parlano da sole, l'atmosfera, non la moda o le pile di volumi nelle librerie.

La via dei lupi: un romanzo che ti ha dato molte soddisfazioni. E' stato un successo in parte inaspettato, con più di tre edizioni Ponte alle Grazie, più una TEA.
Sì, una gran bella storia, prima di tutto, che ha anche il pregio di essere vera. Sono stato fortunato, mi è venuta incontro in un momento della mia vita nel quale ero perfettamente sintonizzato con quella specie di Braveheart del Trecento, che dopo aver combattuto, dopo aver capeggiato una rivolta ed essere evaso due volte da tenebrose fortezze si rifugia nei boschi, lasciandosi pervadere dalla natura, trovando (anche se il finale è drammatico) la pace. François de Bardonnèche era un uomo vero, che ha seguito i suoi ideali fino in fondo, a qualsiasi costo. Un personaggio attualissimo, controcorrente, non certo alla moda.

Trama e spirito del libro: a te la parola...
Tre parole, meglio, tre concetti: come ne "Il conte di Montecristo" la storia parla dell'innocenza tradita (François era alleato fedele e strategico di un principe più giovane di lui, che gli seduce la figlia e cerca di togliergli il controllo di valichi importantissimi, che conducono alla Francia) , una lunga vendetta (solleva la ribellione e viene trattato come un bandito, come un fuorilegge, si innesca con i potenti un meccanismo di odio perenne), e infine la ricerca di un tesoro, che in questo caso non è il denaro ma la natura intatta del Medioevo, con i lupi, gli orsi, le grandi e misteriose foreste. I lupi, da
simbolo di paura, diventano per François simbolo di fratellanza. Li segue, li osserva, sopravvive come loro, che sanno collaborare con i loro simili ma hanno anche un senso dell'individualità fortissimo. La storia di François de Bardonnèche - che è accaduta davvero, ho trovato documenti in varie biblioteche nazionali e francesi - sarebbe una trama perfetta per
un film.

La via dei lupi è anche un romanzo metaforico.
Sì, ci dice che se lotteremo per quello in cui crediamo potremo anche essere sconfitti, ma non saremo mai dei vinti, il che
sarebbe la cosa più avvilente, per un uomo degno di questo nome. François obbedisce per libera scelta, non sotto la
spada della paura. Quando il suo potente alleato lo tradisce, perde la sua autorevolezza, lui si ribella. Chi farebbe
questo, oggi? La politica oggi è solo l'arte di mettersi d'accordo, di gestire i compromessi. Raramente, sempre meno, è il
desiderio di servire la gente, di affermare giustizia ed equità. L'aria che respiriamo è satura di bassezze. Forse la violenza
è parte della storia, ma ci sono momenti in cui occorre "combattere", in senso metaforico: il signore di Bardonecchia
combatté, perché aveva il senso della dignità e della giustizia, voleva inchinarsi senza umiliarsi, da uomo libero. E credeva nella "carità", per dirla come i cristiani, nella compassione (per dirla con i buddisti), nella solidarietà (come dicono i laici): è questa la vera forza, come ho detto. Sono sicuro che molti, oggi, sentono questo ideale.
In un'intervista rilasciata qualche anno fa affermi che il tuo protagonista "è un uomo che ancora ci parla, a sette secoli di distanza, che ci offre una lezione di coerenza in tempi di conformismo e opportunismo."
Appunto, è una lezione che vale per sempre, è senza tempo. Seguire la propria coscienza, aldilà degli opportunismi.
Inginocchiarsi senza piegarsi, Chi lo fa più, nel privato e in politica? François de Bardonnéche, l'eretico occitano, ci insegna che "la via dei lupi" sta sulle
montagne - aspra, stretta, faticosa - ma è anche nascosta dentro di noi, e compare nei rari e decisivi momenti in cui capiamo che una scelta, per quanto difficile, va fatta. Quella scelta, e solo quella, potrà portarci al nostro destino, qualunque esso sia; potrà dare un senso alla nostra vita, ci potrà aiutare a sentirci più liberi.
Lo stile narrativo e l'ambientazione storica. Come hai affrontato questo punto per concretizzare al meglio questo spaccato spazio/temporale del XIV secolo?
Ho inseguito Francesco di Bardonecchia per quasi due anni: ho viaggiato con lui sui valichi tra Moncenisio e Monginevro,
sulle carte della Savoia, nelle valli di Susa e del Brianzonese. Ho cercato documenti a Chambéry, a Grenoble, a Parigi, a Susa. Ne è emersa una vicenda commovente, che - romanzata nelle sue lacune - ha commosso migliaia di lettori: la ribellione di François è un simbolo "politico" attualissimo.
E' stato un lavoro lungo e faticoso, ma anche entusiasmante. Amo la storia e il Medioevo. Ho letto decine di libri sul Trecento, ho ricostruito non solo la vita materiale ma anche quella interiore di quegli uomini, che lottavano ogni giorno contro la morte, le malattie, la fame. Ma avevano più certezze spirituali di noi, quando era ora sapevano sorridere, e piangere, e appassionarsi. L'exergo inziale del romanzo è tratto dall'"Autunno del Medioevo" di Huizinga, parla di un'epoca popolata da un'"umanità bambina", capace dei più turpi peccati e dei pentimenti più assoluti, ingenua e animata
da grandi sentimenti.

La cavalcata selvaggia. Altro scenario storico. Seconda Guerra Mondiale. Campi di prigionia inglesi in India. Vai avanti tu...

... e migliaia di soldati italiani deportati ai piedi del l'Himalaya, chiusi per due anni fra i reticolati, a guardare montagne altissime, a dover sopravvivere allo scherno e alla durezza degli inglesi, a fare i conti con la propria coscienza. Fughe incredibili (come quella del mio protagonista, un triestino pilota di bombardiere Savoia Marchetti), divergenze profondissime fra loro, tra fascisti e non, ma anche amicizia, solidarietà, poesia, e poi finalmente i permessi per uscire, dopo l'8 settembre, e la salita su vette di 6-7 mila metri con mezzi incredibilmente poveri... "Mostriamo agli inglesi", era il loro motto. E una spedizione di un mese, attraverso valichi altissimi (che ho ripercorso, ma con il fuoristrada!), per vedere un grande lago fra le montagne. Che tempra! Riuscirono a sentirsi di nuovo eroi, ma senza bisogno di ammazzare
nessuno. Quale simbolo migliore di coraggio? Il pilota Gaspare Pribaz è un fratello maggiore, quasi contemporaneo, di François de Bardonnèche. Era fiero di sé, aveva fatto la guerra di Spagna, era convinto di essere nel giusto, nella sua bella divisa da aviatore. Ma fu capace, a prezzo di sofferenze enormi, di guardarsi in faccia, di dire "ho sbagliato". E di riscattarsi.

Il romanzo ha un titolo evocativo, le cui motivazioni e il cui senso sono ben chiari a chi lo legge. Per chi si avvicina al volume, limitandosi alla copertina, potrebbe essere un po'... fuorviante. Una scelta di cuore o ragionata?

Scelta di cuore, per rendere omaggio ai POW, ai "Prisoner of War", che avevano messo questo titolo al diario della loro avventura: quelli che avevano fatto la spedizione l'avevano chiamata così. Sì, forse il titolo è un po' western, può trarre in inganno, ma la storia è raffinata e poetica, e comunque molto avventurosa.
La cavalcata selvaggia ha richiesto un grosso lavoro di ricerca, interviste con sopravvissuti e figli degli stessi, eredi di memorie. Una fase a modo suo giornalistica, passami il termine, ma sicuramente anche di assorbimento empatico.
Perché, altrimenti, non solo le situazioni descritte non sarebbero così reali, ma soprattutto i personaggi della vicenda non sarebbero così vivi, così... umani.
Bisogna avere un materiale enorme per scegliere ciò che fa profondamente vibrare, che è in grado di trasmettere il cuore pulsante di una storia. Bisogna selezionare, tagliare, usare quello che è più utile dal punto di vista della resa "emotiva" e della trama. Spesso utilizzo solo una cosa su cento che ho letto o ascoltato. Ma quella, proprio quella, deve essere per me il colore giusto in quel punto del quadro. La memorialistica di guerra è sconfinata, ma anche piena di cliché, di cose già sentite, banali. Mi è servito molto anche dialogare con i reduci, anche se pochi osano esprimere i pensieri e le emozioni profonde, quello che gli passa e gli passava nell'animo, contraddizioni comprese. Magari nemmeno lo sanno, o non hanno le parole per dirlo. E c'è naturalmente il pudore, che va rispettato. Per questo ho cambiato tutti i nomi, e mescolato le carte, e fatto appello alla mia empatia. Chi scrive ha il dovere di essere coraggioso, di mettersi in gioco, di essere anche "spudorato" quando occorre.
Ma alla fine molti ex combattenti e molti dei loro figli mi hanno detto che avevo reso perfettamente ciò che avevano provato o che avevano sentito raccontare dai padri, dai nonni. O che NON avevo sentito raccontare, per pudore, per non caricare sulle spalle dei cari un dolore troppo forte. Nel retro di copertina del romanzo ho voluto inserire quello che un ex POW, Eligio Bettini, mi aveva detto: "Ho passato due notti insonni, una a leggere il romanzo, l'altra a ricordare quegli anni... Grazie per il romanzo, mi ha sollevato una tempesta di ricordi, di emozioni. Servirà a ricordare quella vita grama, di miseria e nobiltà, di cui fummo protagonisti". Ma sono io che ringrazio lui e il suo esempio, la sua grandezza d'animo. Fra quegli uomini ormai anziani ho trovato più voglia di vivere che in molti giovani di oggi.
E' stata un'enorme soddisfazione sapere che hanno letto la Cavalcata anche molti giovani, addirittura ragazzini delle medie. Le nuove generazioni devono sapere cos'è successo. Ma parlare di Resistenza, di Guerre Mondiali nei soliti modi è inutile: se si comincia a farlo con i soliti cliché si rischia di annoiare. Se avviene questo è un disastro, non si trasmette niente, anzi, si ottiene l'effetto opposto, la saturazione.
Non solo documentazione e raccolta di testimonianze: per questo libro hai realmente visitato le zone dell'India e del Tibet descritte.
Sono stato sulle tracce dei POW italiani, i "Prisoner of War": a Delhi, in India, e in Ladakh, nel Piccolo Tibet. Laggiù ho vissuto emotivamente il paesaggio, fantastico, la spiritualità dei luoghi. "L'altipiano barocco d'Oriente", direbbe Ivano Fossati, e ho cercato di trasmetterla sulle pagine. Only emotions endures", diceva E. Pound, solo l'emozione sopravvive, persiste. Senza quella i libri valgono poco.

Quanto è importante "viaggiare" nella vita?
Molto, ma come diceva Proust l'importante è avere nuovi occhi, in grado di vedere. Così si può viaggiare anche nel proprio quartiere, o nella campagna a pochi chilometri dalla propria città. E si scoprono sempre cose nuove. Per me quello che conta, prima dei luoghi, sono le storie che racchiudono e le persone che li vivono. Prima mi spostavo di più, almeno fisicamente. Ora privilegio la conoscenza delle persone con cui vale la pena confrontarsi. Altrimenti tanto vale stare a casa, tra gli amici più fidati. Anche nella Cavalcata Selvaggia, come nella Via dei lupi, si parla di "dignità" e "libertà", concetti soggettivi, sfaccettati, ma basilari.
Sì, dopo l'8 settembre gli italiani di allora si sono trovati davanti a una "via dei lupi". Molti sapevano benissimo da che parte stare. E l'hanno fatto. Oggi a volte è più difficile, perché gli interessi e l'opportunismo dominano. Quello che mi spiace è che spesso i prepotenti vengono fatti passare per furbi, gli aggressivi per grintosi, gli sciocchi e i superficiali per persone geniali.
Ci sono anche altri aspetti peculiari della tua scrittura. La presenza viva e palpabile della Natura per esempio, soprattutto quella montana.
Ecco, il viaggio è più profondo e soddisfacente se avviene nella natura, o in un contesto che ha armonia e mistero. Può anche essere un angolo di città, un parco, un'antica villa, ma l'omologazione architettonica e urbanistica ha ormai distrutto molti dei luoghi più fascinosi. Allora meglio andar fuori, sguinzagliarsi nei boschi con gli amici o anche da soli: camminare
e respirare è un modo per pacificarsi col mondo e con la vita, per sviluppare con certe endorfine (le dopamine), un fantastico senso di benessere. Le dopamine sono sostanze che il nostro organismo produce anche facendo l'amore, ad esempio. Se attraverso la "fatica" di salire in montagna si raggiunge un appagamento simile ci sarà un motivo, no?
Clio è esigente con chi si affida a lei. Scrivere un romanzo storico, a livello di documentazione, richiede ingenti ricerche.
Materiale che spesso non confluisce direttamente nei libri, ma aiuta a "formare" la mente e lo spirito dell'autore rispetto agli scenari scelti.

Quanto è difficile filtrare solo il necessario ai fini di una narrazione convincente?
E' molto difficile: bisogna leggere molto, per scrivere, d'altra parte scrivere più di quanto si legge è un evidente segno di dilettantismo. Occorre lavorare duramente con la parola, con le frasi, con i nutrimenti che si danno alla nostra mente: libri, canzoni, cinema, esperienze personali, una frase, un'inquadratura, un sentimento, tutto può confluisce nella storia
che si vuole raccontare. Questo fa la differenza fra scrivente e scrittore. Come dicevo prima, la memorialistica ci presenta un materiale sconfinato, ma solo i pensieri profondi, il dettaglio vivido, originale rendono un'epoca storica e una vicenda di vita, in tutta la sua complessità, simbolicità e bellezza.
Può parlare di più un dettaglio che una pagina di riflessioni. Questo vale anche nel cinema, nelle sceneggiature, nelle canzoni d'autore.
Flaubert diceva: "Per uno scrittore la cosa più importante è sapere cosa non si deve scrivere". E la Yourcenar: ogni storia è come un arcipelago, piccole isole nel mare immenso di quello che si può dire.
E' un rischio. Viene fuori la parte migliore e quella peggiore di se stessi. "Devi essere te stesso", già, ma se sono un cazzone? Ebbene, chi ti legge lo saprà. Mica lo ordina il medico, di scrivere.
Solo pochi grandi scrittori hanno saputo farci rivivere e rendere immortali vicende di per sé banali, o già sentite. Ercole strozza un gatto e il cantore di turno lo vede lottare con un leone e crea un mito. Esagero, ovvio, per rendere l'idea. Il lettore avverte dove c'è poesia, dove risuona la verità e non la retorica, dove c'è un valore simbolico, universale. Ripeto, la differenza fra "scrivente" e "scrittore" è tutta qui.

Conti di tornare agli scenari storici?

Eccome, appena una bella storia mi strizzerà l'occhio. In epoca romana, ad esempio. Da anni raccolgo materiale e immagino una storia che ha come protagonista il reduce di una grande battaglia dell'antichità, che attraversa regioni sconosciute. Prima o poi la scriverò.

Abbiamo discusso molto di contenuti. Veniamo alla forma. Come definiresti la tua scrittura? Quando affronti un romanzo, piuttosto che un racconto, lavori in modo lineare, strutturato, o piuttosto ti lasci portare, con qualche dovuto colpo di remo, dalle correnti del fiume che hai scelto?
Tendo a costruire il "plot", avere una trama solida su cui appendere le emozioni, i dettagli. Ma a volte è proprio vero, i protagonisti di tirano la giacca, dicono "questo non potrei mai farlo", e allora cambio in corso d'opera. Però penso sia importante sapere dove si va a parare, si costruisce meglio la storia. Stephen King, in "On writing", dice che comincia e va a ruota libera. Lui è bravissimo, alla fine conta il risultato.

I commenti dei critici e dei lettori che più ti hanno fatto contento?
Quelli di Igor Man, di Mario Rigoni Stern, di Giovanni Tesio, di Giuseppe Pontiggia. Mi fermo, "chi si loda si imbroda." E quelli di tantissime persone semplici, come me, ad esempio di una signora anziana incontrata in una cittadina della Valle di Susa che alla fine della presentazione mi ha detto: "Lei ha saputo esprimere esattamente i motivi che mi fanno scegliere di vivere in montagna. Grazie". O dei figli e nipoti dei prigionieri di guerra. Mi piace il senso di fratellanza che suscitano le storie che scrivo. Un libro non può cambiarci la vita, ma darci un momento di felicità, questo sì.

Sei stato tradotto all'estero?
Non ancora, prima o poi succederà, mi auguro. A tutti fa piacere allargare l'area dei lettori, avere occasioni di dialogo (e viaggio) in altri Paesi. Sono convinto che anche i lettori inglesi, americani, tedeschi e francesi leggerebbero volentieri le storie che ho raccontato. Ci vuole tempo e fortuna: le alchimie editoriali spesso sono indecifrabili (o meglio, fin troppo
decifrabili), funziona un po' come nei giornali e in tv, si va a conoscenze personali, a gusti, a mode, alcuni pensano di sapere "cosa piace alla gente"...
Il mio editore mi porta sempre alla Buchmesse, gliene sono grato, ma occorre avere un agente che conosca bene gli editori. Nel mondo anglosassone è difficilissimo, pubblicano un 5% scarso di autori stranieri. Figurarsi gli italiani. A parte i classici è spesso un discorso quantitativo: prendono quelli che vendono di più, per non rischiare. Se non vendi 100 mila copie nel tuo Paese difficile che ti prendano in considerazione. Ma la sfida dei "talent scout" è proprio questa. Tutti sono capaci a "correre in soccorso del vincitore". Cosa volete, sono tempi di grande conformismo e business.

L'immagine. Tra le tante proposte editoriali, poter contare su delle copertine accattivanti è buona cosa. E le copertine che Ponte alle Grazie ha scelto per i tuoi libri sono affascinanti ed evocative. Commento?
La prima copertina è stata scelta dalla mia editor, che è bravissima e con la quale sono in sintonia. E' il quadro di un pittore russo dell'Ottocento, un piccolo lupo nella neve che esce dal bosco, fra grandi alberi. La seconda è una foto di Fredo Valla, un amico con cui ho condiviso tante cose importanti, compreso il viaggio in Ladakh. Un'immagine rarefatta, un lago azzurrissimo fra montagne scabre, altipiani quasi "zen". L'ho proposta all'editore
e lui ha accettato subito. La terza l'ho scelta io, dopo tanti tentativi. Un padre in riva al mare, sul bagnasciuga, col figlioletto. Ripreso dall'alto. Sono quasi dei puntini: "Lo vedi siamo come cani/ davanti al mare".... Me ne aveva proposta una anche Oliviero Toscani, ma era il primo piano di un personaggio famoso e non mi pareva il caso, non si attagliava a
un discorso sui padri e i maschi in genere, su tutti noi. Questa è più evocativa, senza nulla togliere al grande fotografo.

Abbiamo parlato del... passato. Programmi per il futuro?
A parte la sceneggiatura de "La via dei lupi" e il soggetto cinematografico della "Cavalcata selvaggia" (mi sono stati chiesti ma non esiste ancora un produttore, quindi sono passi assolutamente "preventivi", che mi interessano per imparare una tecnica diversa dalla narrativa), sto scrivendo un romanzo molto "notturno", ambientato in una grande città, che fa appello alle nostre paure più profonde. Direi un romanzo "de paura", se non fosse che cerco di immergermi anche nel Mistero e nell'Arcaico che sopravvivono sotto la crosta di una società scientista ed efficientista. Qualcosa sull'importanza magica dello sguardo. Vorrei parlare dell'emersione dell'Arcaico nel contemporaneo, delle nostre paure profonde. Sarà un bel salto mortale. Dev'essere credibile, e risuonare profondamente nella mia coscienza e in quella di chi legge.
Come vedete mi sto avvicinando al giallo...

Siamo a fine intervista. Ringrazio di cuore Carlo Grande, lasciandogli la parola per la chiusura di rito...

Per prima cosa saluto tutti i lettori: noi che leggiamo oggi rappresentiamo una minoranza, crediamo ancora in una forma di intrattenimento intelligente, non ansiogeno, che non sia gettare il cervello all'ammasso piazzandosi davanti alla televisione, o navigare in rete in modo compulsivo, come dice de Gregori "uomini nella rete senza una meta".
In questi tempi sbandati permettetemi di ricordare le parole di Tolstoj e quelle di Faulkner. Tolstoj scrisse: "Lo scopo dell'arte non è quello di risolvere i problemi, ma di costringere la gente ad amare la vita. Se mi dicessero che posso scrivere un libro in cui mi sarà dato di dimostrare per vero il mio punto di vista su tutti i problemi sociali, non perderei
un'ora per un'opera del genere. Ma se mi dicessero che quello che scrivo sarà letto tra vent'anni da quelli che ora sono bambini, e che essi rideranno, piangeranno e s'innamoreranno della vita sulle mie pagine, allora dedicherei a quest’opera tutte le mie forze”.
Faulkner, quando gli diedero il Nobel nel 1950, disse: "Rifiuto il pensiero che l'umanità possa avere fine. L'uomo non soltanto avrà vita lunga, ma trionferà. L'uomo è immortale non soltanto perché possiede una voce inesauribile, ma perché ha un'anima, uno spirito capace di sopportazione, di sacrificio, tolleranza. Il poeta ha il privilegio e il dovere di ricordare
all'uomo il coraggio, l'onore, la speranza, la fierezza, la pietà e il sacrificio, che sono la gloria di tutto il suo passato".
L'augurio, prima di tutto a me stesso, è quello di continuare a leggere, di continuare a parlare e non solo a "trasmettere"; di saper ascoltare, di essere sincero e coraggioso. Scrittore (vero) è chi ha il coraggio di dire le cose che i più pensano di nascosto, dentro di sé. E' chi ha il coraggio di leggersi dentro fino in fondo, tirando fuori le cose essenziali; è chi cerca di
guardare anche nel cuore degli altri, e si assume la responsabilità di dirlo, di portarlo alla luce, a costo di dare fastidio. La gente leggerà, comodamente seduta in poltrona, senza alcun rischio, le cose che pensa. E sarà una catarsi, e si sentirà soddisfatta, chiuderà il libro e penserà con affetto all'"Autore", che se ne sta solo, all'incrocio dei venti, schiaffeggiato da
tutte le gioie e le miserie, dalla bellezza e dalla volgarità della natura umana. Non voglio rinunciate al barlume di umanità che ancora sopravvive in molti di noi. Mi guardo in giro per strada e a volte dispero. Poi, cocciutamente, riprendo la mia via dei lupi. Ce l'abbiamo tutti, buon cammino.

 

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