La Sicilia bonina
Articolo pubblicato su “Stilos” (inserto culturale de La Sicilia)
“Più vita”, chiedono gli androidi di Blade Runner al loro creatore; e più vita, più essenza, più divina energia chiediamo a una storia, quando ci accingiamo ad ascoltarla, leggerla, guardarla sullo schermo. L’interessante riflessione di Gianni Bonina sul “duende”, sull’importanza del narrare, sugli “opposti-complementari” gioco e realtà, verità e finzione, mi ha fatto pensare al sorprendente meccanismo messo in moto dall’uscita della “Cavalcata selvaggia”, storia dei prigionieri italiani catturati dagli inglesi e portati in India durante la seconda guerra mondiale. I POW erano oltre diecimila, nel solo campo di Yol, ai piedi dell’Himalaya: pensavo avessero parlato al rientro, che tutti i figli e parenti conoscessero quell’avventura; invece mi hanno scritto in tanti, da tutta Italia (anche dalla Sicilia) dicendomi che così non è. Chiedono a me notizie di vicende vissute dai loro padri, di cose che forse per pudore, o per non riaprire una ferita, i soldati avevano rimosso. Molti di quegli uomini sono morti senza aver detto quello che passava in fondo al loro cuore durante la prigionia: anni di frustrazione, è vero, ma niente affatto vuoti, fatti per parecchi di loro di fughe, amori, fantastiche spedizioni verso l’ignoto delle montagne.
Un ex POW di Levanzo sale ogni giorno verso la montagna sul suo asinello, con gli attrezzi per l’orto e il suo carico di ricordi. Quanti conoscono la sua storia? Forse chi l’ha vissuta non aveva il distacco sufficiente per raccontarla, nel dopoguerra c’era altro a cui pensare, si guardava avanti. Forse, come dice Simone Weil, i grandi dolori sono muti. O forse quella storia sarebbe pienamente emersa se solo figli e i nipoti avessero ascoltato, insistito, interrogato i loro vecchi.
Come che sia, quest’onda di ricordi, esperienze e sentimenti, quella vicenda vera ritorna a galla grazie alla finzione; i protagonisti ne avvertono tutta l’importanza solo attraverso la trasposizione in una dimensione narrativa e simbolica: a conferma dell’unicità del raccontare, come ha ben scritto Bonina citando Ortega: “L’uomo è condannato a essere un narratore, deve (...) inventare mondi stando con un piede nel reale e con l’altro nell’ideale; deve cioé, ispirato dal “duende” (il folletto della creatività, ndr) giocare sapendo bene che alle spalle lo attende la realtà”.
E la realtà è che spesso la memorialistica di guerra non basta, da sola, a rendere giustizia a una vicenda. Il “duende” è decisivo, lo scrittore - come ha detto Giovanni De Luna- arriva là dove lo storico non riesce ad arrivare.
La realtà è che un film, una canzone, un romanzo particolarmente riusciti sono qualcosa di più della vita, perché suscitano in noi una forma di catarsi; ma “I libri non sono la vita” (“Fahrenheit 451”); “Un libro non ci deve dare la salvezza, ma un momento di felicità” (Ernesto Ferrero).
La realtà è che la nostra società sta perdendo la “memoria”, non ascolta più i vecchi e taglia così le proprie radici. La verità è che, come diceva Pound, “Only emotions endures”: la vedova di un ex prigioniero, pilota come il protagonista de “La cavalcata selvaggia”, alla fine di una presentazione mi ha detto: “Mio marito non mi ha mai raccontato nulla, ma ogni notte, nel letto, gemeva”.
Carlo Grande



