QUATTRO PASSI
(tratto dalla raccolta "Padri. Avventure di maschi perplessi")

Tornò una mattina di giugno, con una lettera.
Sembrava scritta da una terra lontana, da chi è partito per un lungo viaggio. Ricordai ciò che mi aveva detto prima di andarsene: « Soffierò sul tuo fuoco ». Capii che in realtà non se n’era mai andato, che le sue parole mi avevano accompagnato in tutti quegli anni. Erano verità dimenticate che ancora mi lavoravano
dentro.
Non tornò un giorno qualsiasi. Quella mattina dovevo andare a vedere mio figlio che giocava a calcio in un paese fuori città. Daniele era già partito con il pulmino della squadra e io, prima di salire in macchina per raggiungerlo, avevo visto sul tavolo la busta ricevuta la sera prima. L’avevo messa in tasca e mi ero ripromesso di leggerla più tardi.
Era una partita importante: la finale del campionato regionale.
Daniele giocava in una società ricca e blasonata, un bel club di città . Andava in giro facendo il fighetto, scimmiottando, a sedici anni, le mosse dei professionisti. A me non piaceva che si atteggiasse, cercavo di fargliela prendere bassa. Comunque vincevano spesso e anche quella volta il pronostico era tutto per loro.
La giornata era limpida, il clima tiepido. Seduto in tribuna con gli altri genitori in attesa del fischio d’inizio, guardavo i boschi.
Era un bene, che Daniele amasse lo sport, meglio ancora che lo praticasse. Dopo la partita discutevamo le azioni, parlavamo della squadra, degli avversari. Voleva sapere come aveva giocato.
Spesso ci sedevamo insieme davanti alla tv, commentavamo.
Erano momenti speciali, tutti nostri. E ` proprio vero: « Il bello di essere maschi » l’avevo letto in una di quelle mail piene di spiritosaggini, « e` che da qualche parte, la sera, c’e` sempre una
partita di calcio ».
Mi piace guardare una partita importante anche da solo. Se gioca la mia squadra mi sento avvolto in una specie di nirvana. L’attesa e le chiacchiere di contorno, lo svegliarsi e il pensare ‘oggi c’è la partita ’ sono come prepararsi all’appuntamento con una donna affascinante: sai che ti desidera e non vedi l’ora di averla davanti, guardi e finalmente vedi, parli e finalmente comunichi.
Lei ti osserva, tu sei lì, ci sei completamente. Gusti il cibo e il vino, che scioglie tutti i nodi. Sei come un bambino davanti al regalo di Natale: lo giri fra le mani, hai una voglia pazza di giocarci, pensi solo a quello e dimentichi le noie di ogni giorno.
Non è poco, nella vita.
Daniele uscì dagli spogliatoi con i compagni e alcune madri cominciarono ad agitarsi. Lo guardai con tenerezza mentre si allineava a centrocampo, provai il puerile desiderio di essere in campo.
Avevo passato i quarant’anni, « l’età » diceva Picasso, « nella quale ci si sente finalmente giovani, ma è troppo tardi ». Macché tardi: il calcio continuavo a giocarlo con la stessa foga che avevo da ragazzino, quand’ero nelle giovanili del Toro, e poi fino a vent’anni, sui campi di Prima categoria. Avevo smesso presto, alla fine del liceo, perché mi pesavano i due allenamenti alla settimana, mi ero stufato di andare sempre in giro la domenica per i paesi. A diciott’anni avevo scoperto un paesino più importante, Torre Mondovì sulle Alpi liguri, una borgata fra i castagni con poche decine di abitanti ma frequentato da una quindicina di ragazzi e ragazze di Genova e Torino, che si raccoglievano d’estate e durante i weekend intorno a un pretino pelleossa, dotato di un’enorme energia.
Preferivo andare lì, ogni volta che potevo, perché sentivo finalmente di essere fra amici e perché quel prete – che in fondo era un poeta, un sognatore – ci portava in montagna, ci accompagnava in viaggio per l’Italia e per l’Europa, cercava di spiegarci come funzionava il mondo. I primi veri viaggi, la scoperta dei grandi spazi e dei monumenti, della cultura viva che sta dietro alle cartoline e alle guide turistiche, erano esperienze che avevo fatto con lui, in un periodo irripetibile della mia vita.
Fu il mio primo – e forse l’ultimo – grande scambio intellettuale.
Non libresco, ma vivo, dialogante, arricchito da un gruppo vero di amici e di sentimenti vergini. Ci scrivevamo spesso. Ricordo Pino, che allora faceva il marinaio, mandava lettere dai Caraibi, dall’Alaska, dall’Argentina. Si andava a vederlo partire da Genova: ci salutava da un altissimo ponte di comando, un puntino con la divisa bianca da sottoufficiale, sempre più piccolo mentre la nave usciva dal porto, come nei film.
Avevamo addirittura iniziato a costruire una piccola casa fra i boschi vicino alla chiesetta dove ci riunivamo, una specie di rifugio di mezza montagna che si chiamava Madonna del Pilone.
Avremmo voluto tirar su poche stanze, per dare un posto da dormire a chiunque arrivasse.
Vidi i ragazzi sgambettare sul campo e sentii la voglia di correre dietro a un pallone. Me la sarei mangiata, tutta quell’erba. Avvertii la busta dentro la tasca, decisi che l’avrei aperta fra il primo e il secondo tempo.
Era una strana busta, arrivata per caso: me l’aveva consegnata la sera prima Gianni, un amico che non vedevo da tanti anni, uno di quelli che avevano frequentato il gruppo. L’avevo rivisto a una cena, in un paese a pochi chilometri da Torino. Gianni mi aveva abbracciato e aveva detto: « Leggila, che ti riguarda ».
Non aveva aggiunto altro.
La partita iniziò e gli avversari presero a correre come matti.
Era una squadra di paese e la buttavano sulla grinta, incalzati dal pubblico.
Al primo calcio d’angolo si riversarono nella nostra area, l’arbitro fischio` e tutti si bloccarono: rigore. ‘Cominciamo bene ’ pensai.
Palla sul dischetto, tiro, parata. Ci sarebbe stato da sudare.
Bisognava correre, tener botta e usare la testa. Daniele e la sua squadra ne avevano molta di più . L’arbitro, un tipo un po’ obeso, non gli avrebbe perdonato niente.
Il primo tempo, nonostante l’inizio, girò bene. Dopo un quarto d’ora il nostro centravanti inzuccò all’incrocio e li portò in vantaggio. Poi il gioco andò avanti senza troppe scosse, fino all’intervallo. Daniele si muoveva bene, un po’ lezioso ma efficace. Prese un’ammonizione per una gomitata, ma lui e i compagni centrocampisti spingevano che era un piacere, la difesa teneva
e l’esaltazione dei padroni di casa s’era spenta. Forse il rigore sbagliato li aveva messi di fronte ai loro limiti.
Verso la fine del tempo il migliore dei nostri, un centrocampista riccioluto, si era mangiato un goal davanti al portiere. ‘Pazienza’ pensavo, ‘forza, ragazzi, che li abbiamo imbrigliati, s’è messa in discesa ’.
A guardare quella partita mi pareva di salire in montagna: c’e` il bel tempo e te la godi, ti guardi intorno, è un po’ faticoso ma respiri, cammini, ci sono mille cose da vedere e da dire.
Eravamo oltre metà strada, eravamo al secondo tempo e vincevamo uno a zero. La vetta era vicina.
Durante l’intervallo accesi una sigaretta e aprii la busta. Dentro c’era un foglio un po’ ingiallito:

Torre Mondovì 29-1-1977
Caro giornalista,
per non rubarle tempo prezioso le scrivo in forma di scheda.
Chi sono:
prete, 45 anni, parroco di montagna (abitanti 115)
insegnante di religione all’ITIS, dimissionario perché anche qui diventa insostenibile (ma se non fossi tormentato da questioni di principio a me qui andrebbe benissimo).
Ho un allevamento di ragazzi di città (villeggianti), periodi forti: vacanze e weekend. Una specie di scuola di Barbiana (ma per piccolo-borghesi: c’è speranza?).
Cosa vorrei:
sapere qualcosa sul tema: come si diventa giornalista non per me, non per me!
Ma ci sono dei ragazzi che promettono bene: incomincio a mandartene uno, e` di piazza Rebaudengo, scrive per un foglio di Porta Palazzo.
Non ti faccio pressione, lo vedrai tu.
E’ un tipo da capire, un tipo da giornalismo come volete voi della Gazzetta.
Fa il primo anno di legge.
Verve.
Mente apertissima agli interessi umani.
Infaticabile.
La passione ce l’ha nel sangue.
La competenza l’acquisterà.
Se ami tanto il tuo mestiere da desiderare successori sul fuoco interiore soffierò io.
Sogno:
non posso fare rivoluzioni
ma allevo qualcuno che le farà:
usciranno di qui grandi uomini
medici sociologi giornalisti preti
ma di un’altra specie!
(Questione di tempo e di pazienza)
Speranza:
conoscerti di persona
per la stima di quel che scrivi e di come scrivi
e accogli bene questo ragazzo
che verra trovarti
grazie
don Nino Salzotti

Una lettera del pretino pelleossa, scritta venticinque anni prima, quando aveva quarantacinque anni! Non l’avevo mai vista, ma era stupefacente il ritratto che faceva di me: lodi a parte, aveva intravisto la cocciutaggine e la passione di un ventenne che come tanti, a quell’età , non sapeva bene dove andare.
L’aveva scritta poco tempo prima di morire: don Nino, il prete che mi aveva aperto gli occhi sul mondo, che aveva creduto in me e nella mia voglia di scrivere, aveva avuto la pazienza
ma non il tempo. Un pomeriggio era salito in montagna con uno di noi, Marco, ed era stato travolto da una scarica di sassi.
Da anni non ripensavo a quella disgrazia. Erano entrati in un canalone e arrivati più o meno a metà era scesa una frana. Marco, che stava davanti, l’aveva sentita arrivare e aveva fatto quattro balzi di lato, trovando riparo dietro a una roccia. Don Nino, poco distante, non se n’era accorto ed era stato travolto. Marco era tornato verso di lui, pesto e sanguinante, gli aveva raccoltola testa fra le mani, sbigottito da tanto scempio. Quel corpo che non aveva più un osso intero.
« Vado a cercare aiuto » aveva detto Marco. Lui gli aveva preso la mano e l’aveva pregato di restare lı`, vicino a lui. Poi gli era morto fra le braccia.
La notizia mi arrivò proprio mentre ero a Torre, nella stanzetta sopra la chiesa del Pilone. Lavoravo da stagionale, come muratore.
Dopo la disgrazia, il gruppo di amici si sfaldò . Ognuno a poco a poco riprese la sua strada per Torino e per Genova, la casa rimase lassù fra i boschi, incompiuta.
Ogni tanto ci torniamo, da soli o con mogli e figli, a gruppetti. Non è più come allora, è ovvio. Quell’entusiasmo, quella profondità , quella speranza ora dobbiamo cercarla in noi stessi.
E’ più difficile, ora che il mondo ci appare più volgare e più vuoto, ora che non c’è più Nino, il prete che ci aveva tolto la nebbia dagli occhi.
Erano stati anni di discorsi, di camminate, di arrivi e di partenze, estate e inverno. Ricordo i miei viaggi in treno da Torino,nel periodo di Natale. Arrivavo la sera in una stazioncina fuori mano ai piedi della vallata, mi incamminavo lungo la strada coperta di neve, deserta, solo i cani abbaiavano nelle cascine.
Aspettavo un auto di passaggio che mi portasse in autostop la borgata fra i castagni. Incredibilmente, allora, c’era sempre qualcuno che dava un passaggio.
Entrato in casa, lo trovavo a leggere e a scrivere, ad ascoltare la radio o musica classica su una poltrona comoda, vicino alla stufa. Oppure seduto a un semplicissimo tavolo, davanti a uno scaffale pieno di libri. Si alzava, mi abbracciava, scambiavamo un paio di battute. Sapeva essere spiritoso, graffiante. Andava in cucina e metteva su qualcosa da mangiare per me. Latte e castagne, minestrone.
Il minestrone era anche una specialità di Marco, il fratello di Pino, anche lui marinaio. Un giorno, su al Pilone, ne aveva fatto uno per venti persone, in una pentola gigantesca che aveva lasciato sul fuoco. Poi come al solito se n’era andato per i fatti suoi.
Aveva lasciato un biglietto, l’ho conservato:

Nell’incedere lento e angoscioso dei giorni, gli uomini hanno
sempre cercato di dare un senso alla vita. C’è chi ha navigato, chi
ha studiato le scienze occulte, chi canta, chi solfeggia, chi studia le
lingue. Alcuni di noi si sono dati alla politica e ora sono in uno
stadio regressivo (cucinano con troppo peperoncino). Altri si rifugiano
nel mistico, altri nel sesso. Ognuno si arrabatta, io oggi ho
riempito di senso la mia vita forgiando questo minestrone. In lui
sono rinchiusi ventun’anni di gioie e dolori, di ricerca, ci sono la
sapienza di mia madre e dei miei compagni, riuniti in questa assemblea.
Man mano che lui bolle, la lotta va avanti e con essa l’anelito
delle masse che si riconoscono nella nostra dottrina.
Se lo mescolate fatelo con cura, onde non traumatizzare le zucchine,
le carote, i fagiolini che si sono immolati. Non rovinate la
mia creatura! E soprattutto, ricordate che la dolcezza cambierà il
mondo: perciò non salatelo.

Sapevamo riconoscerci l’un l’altro. Un minestrone, latte e castagne erano più che sufficienti. Nino mi faceva leggere quello che stava scrivendo, chiedeva qualche consiglio, mostrava l’ultimo libro, ben sottolineato. Si informava su Torino, sull’università, sulla famiglia. Qualcuno dei nostri  genitori, che ci vedevano andare e venire da casa come fanno i giovani a quell’età in cerca della loro strada, pensavano che ci stesse montando la testa.
Avevamo semplicemente trovato un secondo padre. Capita a volte, quando si e` giovani e fortunati, di incontrare persone che diventano i nostri maestri.
Leggendo la lettera ricordai tante cose: la sua fronte stempiata, i suoi occhiali con la montatura nera, la sua Renault 4 verde posteggiata davanti alla fontana del paese.
Ricordai una mattina che eravamo usciti sul ballatoio, c’era un bel sole caldo ed eravamo rimasti in silenzio, a sentir sgocciolare la neve nella grondaia. Il balcone era pieno di luce, l’acqua cantava come solo l’acqua che pulisce sa fare.
Ero in montagna, non nella mia città sporca. Nino sfogliava i suoi appunti, un libro di Teyllard De Chardin. Dentro di me ripulivo i pensieri. La vita era più leggera, lassù .
Dissi qualcosa su me stesso, non ricordo cosa: « Guarda » rispose, « sulla ringhiera! C’è un uccellino... Devo fare piano, sennò vola via ».
Guardai, non vidi nulla. « Dove? » chiesi stupito.
Nino mi guardava sorridendo. Capii: avevo diciassette anni, su quel balcone di montagna, in pieno sole, avevo trovato una persona delicata, disposta ad ascoltarmi.
Ricordavo tanti momenti, anche banali, passati insieme. Il fastidio tremendo, ad esempio, che provava quando scopriva una mosca nell’auto, mentre guidava: si agitava, cercava di cacciarla dal finestrino, staccava le mani dal volante e gli occhi dalla strada.
« Se un giorno mi troverete morto sull’auto in un fosso » diceva, « sappiate che è stato perché lottavo con una mosca ».
Non è andata così.
Con l’auto aveva sempre avuto un rapporto difficile. Un giorno, mentre scendeva verso Mondovì con quattro di noi a bordo, un viaggio tutto frenate e strappi, il motore freddo e il ghiaccio sulla strada, parlava del Terzo Mondo e della Teologia della liberazione e noi lo ascoltavamo rapiti perché ce la serviva sontuosamente, mica la buttava lì. Eravamo in Sudamerica anche noi.
Era eccitante sentirlo parlare, ma su di giri era anche l’auto, perché dopo una lunga discesa Nino continuava a tenere la seconda, anche agli ottanta all’ora. Il motore urlava e cominciammo ad alzare la voce anche noi.
« Cambia marcia ti prego! » dicevamo ridendo, lui non ci ascoltava e continuava a parlare. Finché , quando la R4 giunse allo stremo: « Nino CAMBIAAAAA! » urlammo in coro e lui disse solo: « Ah, già ... va bene, non urlate ». E cambiò marcia.
L’auto si placò con un rantolo e noi facemmo: « Oooohhh!! » come quando si spengono le sirene della contraerea.
Lui aveva già ripreso a parlare, descrisse il viaggio che avremmo fatto a Firenze, in primavera, per incontrare don Milani.
Sapeva ascoltare, ci faceva sentire importanti. A Nino importava di noi. Si metteva in gioco, ci spingeva a leggere, ci ‘stanava’. Ogni cosa che diceva era nuova, illuminante. Non fingeva di essere uno di noi, non si metteva al nostro pari. Ma discuteva, chiedeva il nostro parere, ci trattava da adulti. Guardava più lontano degli altri, ci considerava un valore.
Quando lasciavo la pianura di Torino e arrivavo in quei grandi silenzi di montagna, mentre attraversavo la borgata nell’aria fredda che sapeva di fumo, sotto cieli bardati di stelle ed entravo nella stanza della canonica, trovando magari anche altri amici, sentivo di fare qualcosa di importante.
Nei periodi in cui restavamo in città e non ci vedevamo, sapevamo che Nino era là nella sua stanzetta a leggere e scrivere, che ci aspettava. Ci avrebbe aspettati sempre, ci avrebbe cercati più intensamente di quanto noi l’avremmo forse poi cercato da adulti, con mogli e figli.
Lo ricordo gentile, curioso. Eravamo il progetto della sua vita.
A ripensarci, adesso che non credo più di sapere tutto e che la città mi appare di nuovo un deserto, ora che ci sarebbe bisogno di trovare più parole e più speranza, mi manca terribilmente.
Piegai il foglio e lo rimisi nella busta, la partita stava per ricominciare.
Il primo quarto d’ora filò liscio, poi l’allenatore tolse il regista e fece entrare un onesto mediano.
La squadra arretrò invece di cercare il colpo del KO, Daniele e compagni consegnarono il centrocampo agli avversari. Quelli presero coraggio, ricominciarono a crederci. La partita prese una piega indisponente. Peggio, diventò un incubo: la nostra ala si fece male e venne rimpiazzata da un terzino; l’arbitro, un obeso che nelle sfide tra ragazzini avrebbe giocato al massimo in porta, e solo se portava il pallone, cominciò a lasciar correre troppi falli degli avversari. In contropiede i nostri divorarono almeno due goal. I villici si fecero più sotto: « L’entusiasmo è sempre pericoloso » disse il generale asserragliato nel forte, davanti alle striminzite truppe ribelli.
Vidi Daniele scoraggiarsi, arrancare – lo conoscevo, a volte ci voleva poco – la partita divenne per lui un cattivo sogno, uno di quelli in cui ti inseguono, dovresti scappare ma non riesci a correre, vorresti urlare ma il fiato non esce.
Gli furono addosso proprio allo scadere: ‘buco’, nell’ordine, dello stopper e del nostro terzino, goal. Si andava ai supplementari, sarebbe stata durissima.
Lo fu: l’onestissimo mediano, entrato al posto del fuoriclasse, si trovò solo davanti al portiere ma gli tirò addosso. Pochi minuti dopo Daniele entrò in area e tentò di dribblare l’uomo: passò il pallone, non lui, perché invece di saltare la gamba dell’avversario, fare quattro passi e calciare – e con tutta probabilità segnare – ci andò a sbattere contro e volò a terra. Si alzò e rimase in ginocchio, le mani alzate, mentre l’avversario indicava la palla.
Daniele guardò l’arbitro che andava verso di lui e si convinse che stava per dargli il rigore. Quello rallentò , fece ancora qualche passo con una faccia strana, l’occhio fisso nel vuoto, gli assegnò una punizione contro e gli mostrò il secondo cartellino giallo. Espulso.
Daniele portò le mani alla testa (ancora uno di quegli atteggiamenti teatrali, che non sopportavo), cercò con gli occhi qualcuno che condividesse la sua disperazione. I compagni, furiosi, circondarono l’arbitro – che teneva sempre gli occhi fissi nel vuoto – lo pregarono inutilmente a mani giunte. Daniele uscì a capo chino.
La partita riprese, la sua squadra si vide annullare un goal regolarissimo per fuorigioco e a cinque minuti dalla fine gli avversari li azzannarono alla gola. Cross a centro area, palla sfiorata del centravanti, goal. La partita finì, gli avversari esultarono, corsero per il campo abbracciati.
Gli illusi non sapevano che l’impresa era impossibile, perciò la portarono a termine.
Mi alzai, lasciai la tribuna. Aspettai che mio figlio uscisse dagli spogliatoi con un’idea per la testa: avevo l’impressione che si fosse lasciato cadere.
Quando mi fu davanti, con i capelli bagnati e l’aria da cane bastonato, gli chiesi guardandolo negli occhi: « Ci hai provato?»
« Era rigore! » disse.
« Non ti ho chiesto se era rigore, volevo sapere se ti ha sbilanciato».
Non rispose.
« Se potevi stare in piedi è simulazione, lo sai ».
Per un attimo non disse nulla. Poi: «Un attaccante mica è obbligato a saltare le gambe degli avversari ».
« Secondo me avresti potuto farcela » dissi. « Potevi segnare».
Mi gettò uno sguardo insofferente, poi arrivarono gli altri e salì sul pulmino.
Tornando in città , di malavoglia, sentivo qualcosa di amaro dentro. Pensavo al pretino e a Daniele, ai quattro passi. Mi sentivo defraudato.
Li avessero fatti quei quattro passi, maledizione, mio figlio per restare in piedi e segnare, don Nino per salvarsi.
‘Non e` giusto ’ pensavo. Pensavo ai micragnosi attaccanti italiani, ai furbi che non saltano il portiere in uscita e fanno la ‘ gambetta di gesso ’ anche se la porta si spalanca davanti a loro.
Pensai a cosa sarebbe successo se don Nino, lui che aveva promesso di soffiare sempre sul mio fuoco interiore, fosse rimasto vivo, adesso che il mio sogno si era realizzato ma mi sentivo come il tenente Drogo nel finale del Deserto dei Tartari.
Padre, ho peccato. Di presunzione, di troppa pazienza. Padre, soffia su quel fuoco.
Sperai che da qualche parte, fra i ragazzini che corrono nei campi di calcio, ce ne fosse uno che avesse deciso di stare in piedi sempre, più che poteva, fino all’ultimo, fino alla porta.
Qualcuno che sarebbe caduto solo se proprio non poteva farne a meno, come gli uccelli migratori che vanno sempre avanti e se una pallottola li colpisce di striscio proseguono, anzi sono contenti perché l’hanno scampata, e cadono solo se li centrano davvero, se gli spezzano un’ala, vanno giù con l’anima pulita e disperata di quando ti hanno ammazzato, di quando il destino sceglie per te fregandosene dei tuoi ragazzi e delle tue speranze.
Pensavo a Daniele, chissà se prima o poi avrebbe ripensato al rigore, se avrebbe capito qual è il modo per resistere ai colpi, la strada difficile per diventare campioni.
Pensavo al giornalismo, ai sogni di un tempo, alla foto di Nino che in molti abbiamo conservato: intento a leggere nella sua stanza, su una poltrona comoda, davanti a un semplice tavolo.
Sullo sfondo c’è uno scaffale pieno di libri.
Mi chiedevo dov’era finito, se ci vedeva adesso.
Se osservava cosa siamo diventati, come ci arrabattiamo.

 

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