CAMPO LUNGO

Il numero 11 evoca ali da fascia sinistra. Lo sappiamo. Gioco e spettacolo del gioco. 1 plus 1, in una posizione di prossimità, di contiguità e mai di sovrapposizione. Tema di questo numero è la frontiera. Alcuni la chiamano confine, altri soglia, limite. Un paese limita un altro, fino a quando non lo elimina, appropriandosene. Così le cose. La città. In questi mesi in cui le strade partorivano mondezza come bastardi – eppure si trattava del packaging dei nostri sogni e sonni consumati – c’era chi insisteva a parlare di bellezza.

Come Marco de Luca, il nostro grafico, che qualche giorno fa descriveva come un sogno ad occhi aperti la passeggiata fatta con Giulia all’orto Botanico. – Girando tra i percorsi dei cactus, o intorno al laghetto delle felci, o nella zona delle sequoie, vedi ovunque bello, armonia, piante in piena salute, erba verde e declivi dolci. Capisci che Il custode di tutto quel ben di Dio, deve essere Dio, per forza – raccontava. O persone che realmente amano il proprio lavoro – ha aggiunto. Non si crede alla bellezza dimenticando i mostri, i morti ammazzati della camorra o il matricidio degli avvelenatori della terra, delle terre del Sud.
Bisogna avere campo e vista lunga. Si ha fede nella bellezza perché si è visto il mostro e per nulla al mondo si cede di fronte al ricatto della nuova intellighentsia che ha ormai deposto le armi e vorrebbe farti credere che la partita contro il mostro è persa da tempo e che non vale la pena agitarsi più di tanto. Meglio dedicarsi alle proprie cose.
Eppure segnali confortanti arrivano dai più giovani, il sorpasso è in atto, è sotto gli occhi di tutti.
Ecco perché in questo numero 11 di Sud abbiamo lasciato a loro la parola. Uomini, donne, giovani, vecchi, a noi Sud piace proprio così, evitando la tristezza patetica di certe partite, scapoli-ammogliati, under 30, 50, 100. Tra Paolo Mossetti e Peter Handke ci sono tutti gli anni della nostra Repubblica. E crediamo che la letteratura non possa prescindere dalla bellezza. Anche quando la rabbia, il nervo, ingrossa le venature. Vita e Letteratura. Perché da tempo mi pongo la stessa domanda.
Che cosa fa di un testo un’opera letteraria? Qual è la frontiera, la linea di demarcazione che separa ciò che è letteratura e quel che letteratura non è. Alcuni dicono il tempo. Anzi sono in tanti a parlare di un’aura che solo il passare degli anni autorizza, quasi come se esistesse un tempo doganiere, e allora, vos papiers! Passaporto, prego! E non basta, perché quel tempo non è mai chiuso – lo è, al limite, ma non sempre, solo quello dei diritti d’autore: settant’anni, cento – e proprio l’oblio che il tempo aveva costruito vomita, a distanza di secoli, capolavori di cui non si poteva sospettare nemmeno l’esistenza. Pessoa, Bachtin, Dino Campana. Quale paradigma, potrà accordare uno storico della letteratura, un critico per compilare la sua antologia del contemporaneo? Cosa resterà di Baricco? E di Joyce che nessun editore vorrà ristampare?
Intanto come archeologi ci muoviamo tra vere gemme del nostro patrimonio, e a volte basta una lettera di Anna Maria Ortese, una poesia di Gianni Scognamiglio o la prosa elegante di Mario Stefanile, a ricordarci che la nuova casa che abbiamo voluto abitare, Sud, deve per forza poggiare le proprie fondamenta su quell’altro Sud, antico eppure così attuale, voluto da Pasquale Prunas.
Provo allora a immaginare una soluzione, a tentare un’ipotesi.
Quando eravamo bambini, ragazzi, si giocava al pallone facendo, con mucchi di abiti e borse, le porte. Si giocava tra i brulli campetti di fronte al Palazzo Reale. Non c’erano i pali, e men che meno le reti, come ora. Eppure, tutti sapevano quando la palla era uscita, il tiro oltre la traversa. Addirittura c’era chi poteva dire di aver fatto un gol mettendola nel set.
Era dentro. O era fuori. Basterebbe per la letteratura, e per la vita quella stessa consapevolezza. Fare Gol, non catenaccio.


(editoriale da Sud, n. 11, 2008)

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