Tempi supplementari - GQ

Il primo fu Schnellinger. Karl-Heinz, di nome. Più che un nome, un ordine, in verità. Se lo pronunci a voce alta, ti viene da metterti sull’attenti da solo. Karl-Heinz, attenti! Tutti sull’attenti davanti al lentigginoso tedesco di Düren, lavoratore del pallone, sceso in Italia negli anni Sessanta come un lanzichenecco in cerca di fortune, prima a Mantova in prestito, poi a Roma, infine a Milano, dove ancora vive. Terzino sinistro, ai bei tempi, ora uomo d’affari, il vero inventore dei tempi supplementari. Un poeta insospettabile: con una corsa di ottanta metri e una scivolata ha creato più pathos lui in tutta una nazione che Monti e Foscolo insieme con i loro chilometri di versi e le loro rime.
Poi, per fortuna, è arrivato Gianni Rivera, da Alessandria via Milano, illuminatore di centrocampo, il regista con il ciuffo sempre in ordine. Una ventina di minuti più tardi ha dato senso compiuto a ciò che Schnellinger aveva inventato, ha completato l’opera, ha disegnato la direzione giusta trasformando in capolavoro la creazione dell’amico: da tempi supplementari a tempi sentimentali.
Senza di loro, senza il Panzer e il Minghèrla -il Volkswagen e l’Abatino, come li chiamavano-, compagni di squadra nel Milan per tutto l’anno e per un paio d’ore in quell’estate avversari, i tempi supplementari sarebbero ancora ciò che erano in origine, un espediente tecnico, un rimedio sancito dal regolamento, una trovata per risolvere un problema. E invece, sospinti dai loro piedi, sono usciti dal campo di gioco e sono rinati come categoria dell’anima, una condizione esistenziale, un’appendice di sentimento, uno spazio emotivo.
Tutto è accaduto di notte. A mezzanotte circa ora italiana, l’ora delle diavolerie e delle sorprese. Con gli occhi aggrappati al televisore si era dall’altra parte del mondo. A Città del Messico, dove splendeva il giorno, faceva un caldo asfissiante, erano le quattro del pomeriggio ora locale, l’ora dell’afa e della siesta. Doveva essere soltanto un incontro di calcio. Semifinale dei mondiali. Diciassette giugno 1970. Italia-Germania 4-3, passata alla storia come la più incredibile avvincente bella partita di pallone mai giocata. La partita più partita. L’imperfezione calcistica trasformata in perfezione assoluta del gioco. E della vita. Del gioco della vita. Tutto grazie ai tempi supplementari. Prima era stata solo una lunga attesa.
Piccolo riassunto del tempo che fu e divenne plurale e divenne supplementare e, dalla notte del 17 giugno 1970, anche sentimentale, per sempre. S’inizia la partita. Sei minuti e Boninsegna, come denuncia il suo cognome, segna. Uno a zero per l’Italia, e i tedeschi a rincorrere e ad assediare. Ottantatré minuti di assedio e di attesa su un campo di calcio sono un’eternità. E quando finalmente arriva il novantesimo, arriva anche Schnellinger. Karl-Heinz, attenti! Schnell in tedesco vuole dire in fretta, veloce. Lui va ancora in fretta, veloce, gli altri si fermano. Impietriti, in soggezione. E lui dentro, con una pedata manda dentro il pallone. Uno a uno. Si deve ricominciare.
Eccoli, i supplementari. Che nessuno può toglierti dalla testa che siano come supplì, pallottole di riso al sugo di pomodoro, crocchette fritte nell’olio, ripiene di carne tritata, piselli, mozzarella e tutto ciò che avanza dal pranzo precedente. A Messico ’70 quelli che avanzavano, che correvano in avanti erano: Gerd Müller, che segnava, 2-1 per la Germania; Tarcisio Burgnich, che non aveva mai lasciato la propria area in vita sua e ora, arcignamente, pareggiava, 2-2; Gigi Riva, al fulmicotone, rasoiata di sinistro, che riportava l’Italia in vantaggio, 3-2; di nuovo Gerd Müller con una palletta che s’infilava fra la coscia di Rivera e il palo, 3-3; Gianni Rivera, infine, un minuto dopo, a rimediare con un piatto destro che reinventava il finale, 4-3. Questi gli ingredienti di quei gonfi supplì, quei due tempi supplementari che, dei tempi supplementari, hanno cambiato la natura.
Dunque, ora i tempi supplementari sono guadagno di piacere e allungo di sofferenza, dottor Jekyll e il mister Hide del Tempo. Sono la fine e l’inizio. Sono una conquista e una perdita, un rinvio, un recupero, un allegato, una postfazione, una zattera, una rimonta di passato piazzata avanti in modo che sembri futuro. Sono titoli di coda che raccontano ancora una storia. Sono lo spazio senza il quale ciò che accade prima non vale nulla. Sono un altro po’ di ossigeno che scaccia l’asfissia. Sono la vita contro la morte, la vita che galleggia sulla morte. In realtà, sono quello che ci è dato da vivere dal primo vagito fino all’ultimo rantolo: solo e sempre tempi supplementari, i nostri supplì ripieni di carne, incontri, visioni, avventure, dolori amari e dolci speranze, sapide sconfitte e insipide vittorie. Come cantava Nick Cave con gli amici in coro: just remember that death is not the end. Ci sono i tempi supplementari, la nostra quinta stagione, l’estate indiana del Tempo. L’hanno fatto capire Schnellinger con una pedata e Rivera con un tocco di classe.

(Gian Luca Favetto)

 

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