Sport e Letteratura - Gazzetta dello Sport

La chiave sta nel riuscire a fare del sostantivo sport un verbo. Solo che sportivizzare è pessimo e sportare è ridicolo, sa troppo di un sacco e una sporta. Però voi immaginatelo lo stesso un verbo dentro la parola sport. Provate a estrarlo. Al limite potrebbe essere giocare. Lo sport è giocare, ancora e sempre, nonostante lo si voglia ridurre a businnes, a spettacolo, nonostante si cerchi di contrarlo in spot. Lo sport rimane gioco proprio come il racconto. Si gioca lo sport, così come si gioca il racconto. Ecco perché avrei bisogno del verbo: per rendere evidente anche qui sulla carta il rapporto biunivoco fra sport e racconto.
Lo sport sta tutto, proprio tutto, dentro il racconto. E il racconto, il raccontare sta dentro lo sport, è uno sport, un’azione di sport. Il calcio, per esempio, è la continuazione del raccontare con altri mezzi: metti da parte le parole, mantieni la stessa fantasia e vai avanti con i piedi, il sudore, gli sguardi, i muscoli. E viceversa. Il raccontare è la continuazione del calcio con le parole, e anche in questo caso, oltre alla voce, alla penna, alla macchina per scrivere, ci vogliono i muscoli. Che cosa fa Jorge Valdano, argentino, campione del mondo nell’86, attuale dirigente del Real Madrid, quando scrive i suoi ottimi libri, se non continuare a giocare a calcio? E Gianni Clerici, tennista, giornalista, scrittore? Con i suoi articoli racconta il tennis, e i suoi racconti sono partite giocate con l’avvenimento, da un lato, e con il lettore dall’altro. E Davide Cassani, ciclista e affabulatore? In telecronaca e per iscritto, continua a correre con il gruppo e a fare ciclismo per noi che lo ascoltiamo.
La mia impressione è che lo sport non possa fare a meno del racconto, e che il racconto troppo spesso abbia rinunciato allo sport. Mi sembra così evidente, così prezioso, il fatto che l’uno crei l’altro, lo faccia più pieno, lo renda migliore. La serpentina di Maradona fra gli inglesi non è già racconto, verso di poesia? E un combattimento di Muhammed Alì non è letteratura, così come i racconti di Hemingway non sono sport?
C’è qualcosa di felice, quando letteratura e sport s’incontrano, quando il racconto riesce a far durare l’attimo dell’azione sportiva e lo proietta oltre la barriera del tempo presente. Benvenuti i libri, benvenute le riviste, benvenuti i giornali di sport che ci raccontano ricordi, ci fanno memoria e ci restituiscono l’immagine di ciò che siamo, di ciò che amiamo.
In fondo è questo: scrivere di sport è cercare di trovare in questa parola (che racchiude un’idea, un fare, un piacere, una fatica, una vittoria e una sconfitta, un mondo tutto concentrato in questa sillaba, sport, che sa essere una parola-universo), ecco, scrivere di sport è cercare di trovare il verbo che ci sta dentro. Farlo, lo sport, invece, è raccontare in sintesi geometriche e fantastiche il mondo che sta fuori, prima e dopo un campo di calcio, di tennis, di basket, di volley, prima e dopo un circuito o una pista, una piscina o un green.

(Gian Luca Favetto)

 

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