Portieri - Gazzetta dello Sport

Comunque vada, hanno vinto loro, quelli che non corrono, ma volano. Non segnano, disegnano gesti plastici nell’aria e nell’area, tuffi, uscite. Sono i portieri, gli aventi diritto alle mani, gli artisti. Non sono campioni, i portieri, sono artisti. Degli artisti hanno la follia. Abitano un luogo altro rispetto ai compagni, un luogo solitario che potrebbe sembrare una prigione. Un po’ come Cosimo Piovasco di Rondò, il Barone rampante di Italo Calvino, che d’impeto ha deciso di vivere sugli alberi, custode di un’idea e un ideale: i portieri hanno scelto di vivere nell’area, fra i legni, custodi di una rete, che è un’idea e un ideale.
Sono l’inizio e la fine del gioco, i numeri uno, da loro comincia la formazione, ma risultano i meno osservati. Eppure sono i portieri ad avere vinto questi mondiali. Non Ronaldhino, Klose capocannoniere, Figo, Zidane, Totti o Riquelme, ma Buffon e la sua banda. Che suona il rock. Sono il rock del calcio, i portieri, anche se sembrano tango.
Come Aldo Bobadilla, paraguayano, riserva. Il titolare s’infortuna e lui sale in cattedra. Anzi, sul trampolino e si tuffa. Spettacolare. Contro la Svezia mantiene immacolata la porta per 89 minuti. Soltanto l’impossibile lo doma, e sulla sua faccia india scendono le lacrime. Altra riserva era Shaka Hislop, di Trinidad e Tobago. Dopo pochi minuti nella prima partita con la Svezia prende il posto di Kelvin Jack e inventa imprese. La sua faccia salata dei Caraibi diventa un orgoglio luminoso di sorrisi.
E Cristian Mora, che porta agli ottavi l’Ecuador, uguale. E ancora di più Joao Ricardo, il portiera senza club, ma con la nazionale, l’estremo dell’Angola, faccia da Africa in esilio, disperato, rocambolesco, straordinario. Straordinario anche il Portogallo, che va avanti non a suon di gol, ma a suon di parate, grazie a un mago anche lui di nome Ricardo: a me la palla, dice, e la palla arriva a lui, anche quando gli inglesi battono i rigori.
E poi Andreas Isaksson, pertica svedese di due metri, che impedisce alla Germania di dilagare: mostruosamente angiolesco, michelangiolesco. E poi Kossi Agassa, la vera forza del Togo, molta agilità e ancora più talento, vero sparviero. Fino a Gigi Buffon, il Magno, che non si misura a parole, ma a miracoli. Lui li trasforma in gesti semplici. Rende naturale l’impossibile. È ovunque la palla vada. Il pallone lo cerca e Buffon si fa trovare. Se scrivessimo come lui para, saremmo tutti premi Nobel. Hasta la parata siempre.

 

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