DOVE IL TEMPO FINISCE


Se è vero che il tempo non esiste, come mi hanno spiegato, come racconta un libro che adesso sto leggendo, allora finalmente capisco perché mi piacciono i portieri, perché mi sono sempre piaciuti e perché, se vado ancora qualche volta a giocare a pallone, mi metto in porta. E’ il posto più naturale al mondo, fra una traversa, due pali, una rete appesa –una porta senza rete non è una porta, è solo un buco, una cornice- con un pezzo di terra davanti, che dovrebbe essere prato, erba magnifica e lucente, ma più spesso è sassi, fango, suolo duro arrochito dal sole e dai tacchetti, comunque rimane il posto migliore da occupare su un campo di calcio, il luogo dove trovarsi.
Prima era una sensazione, un sentimento, niente di razionale. Quando avevo dodici anni, quindici, anche venti, e giocavo e vedevo giocare, il piacere era sentito, era l’attimo del volo e l’attimo della terra, l’attesa dello scatto, il raccogliere la forza nelle gambe e la partenza. Era qualcosa che stava quasi tutto prima del risultato ottenuto, indipendente dall’esito: parare o non parare, impedire il gol o intervenire a vuoto. Il piacere era inspiegato e agito. C’entrava con l’avventura del mettersi in volo per raggiungere il pallone e deviarlo con la mano, c’entrava con il toccare terra avendo agguantato il proiettile avversario, c’entrava con l’uscire contro l’attaccante come una sfida e rapirgli il pallone, rubargli il tempo. Con la storia del tempo, forse, è arrivata la spiegazione.
Il libro che sto leggendo si intitola “La fine del tempo”. Lo ha pubblicato Einaudi. L’autore è Julian Barbour, un inglese che attorno al tempo lavora da quarant’anni. Lo immagino una curiosa figura di scienziato, grande amante della montagna e dello spazio, un ricercatore, un fisico solitario che starebbe bene in un racconto.
Sono arrivato a pagina cinquantaquattro in questo momento, ne ho altre trecento da leggere. Forse ce la faccio, a finirle, prima che voi arriviate su queste righe. E’ che più avanti ci sono un po’ di grafici, un po’ di diagrammi e disegni, anche qualche fotografia piuttosto scura. Vado piano. Se il tempo non esiste, ho tutto il tempo che voglio.
Questa è l’idea di Julian Barbour: il tempo non è la misura del cambiamento e il moto è pura illusione.
Nella breve prefazione al suo libro mette in campo le due diverse visioni del mondo che da sempre si sono scontrate, fin dai primordi della civiltà, fin da quando due tra i più antichi filosofi greci si sono barricati su sponde contrapposte e hanno guardato la realtà del tempo e del mutamento attraverso lenti inconciliabili. Uno ha visto il contrario dell’altro. Eraclito ha stabilito la necessità dell’eterno scorrere del tutto, mentre Parmenide ha sostenuto che il tempo e il moto non esistono. Nelle epoche successive in pochi si sono schierati con Parmenide. Il suo sembrava un paradosso e non veniva preso sul serio. Finché non è arrivato Julian Barbour. Anche qualcun altro prima di lui ci è arrivato, ma è Barbour a dirlo con più chiarezza e meraviglia all’inizio del libro: “Io sosterrò qui che l’eterno fluire eracliteo forse non è che una radicata illusione. Vi condurrò in un punto in cui il tempo finisce”.
Là dove il tempo finisce si trova il portiere.
Suona un po’ meno apodittico, un po’ più riflessivo-tortuoso se lo dico così: che cosa si trova nel punto in cui il tempo finisce?, parlando di sport, parlando di calcio, parlando di azione e contemplazione, parlando di gioco giocato istante per istante, mi sembra di poter credere che il luogo dove il tempo finisce sia la porta, il sacco della porta, e il portiere è il suo guardiano, il suo abitante, sulla soglia fra l’inizio e la fine del tempo, anzi, fra l’ultimo secondo del tempo e il vuoto.
Mi piace il portiere per questo, razionalizzo ora: perché sta lì, sulla soglia. E aspetta. Guarda, guata, agisce e pensa. Si muove dentro l’azione altrui e, contemporaneamente, ne rimane fuori.
La soglia -la linea bianca- è il suo stato, la sua casa, la sua età.
L’età che, per antonomasia –Antonio Masa è il nome di un portiere per cui facevo il tifo, gran giocatore di biliardo e ballerino, tango, valzer, polka, rock’n roll nei balli a palchetto di tutta la provincia, militava nel Dora Pertusio, una squadra di amici che veniva a fare i tornei estivi nel paese dove passavo le vacanze trent’anni fa-; dunque, l’età che per antonio masa sta sulla soglia, sulla linea bianca, un’ombra di bianco sul terreno e nel cuore, è l’adolescenza.
Ho la sensazione che l’adolescenza, se non fosse un’età o una stagione, sarebbe un portiere.
I portieri sono quella giovinezza lì, quella freschezza lì, quel ruggito di nervi e muscoli, quel colpo d’occhio, quell’esuberanza adolescente, sempre, anche se giocano fino a quarant’anni e si chiamano Dino Zoff.
Sono pura passione, puro istinto, che portano sulle spalle e nelle mani tutta la squadra. Sono, ogni volta, la prima volta. Sono istante. Istante dentro istante dentro istante. Loro, così spesso distanti dall’accadere del gioco, sono quelli che, ogni istante, lo abitano interamente. Sono ogni singolo attimo della loro azione, ogni singolo fotogramma. Sono il volo, lo scatto, l’inizio del tuffo e la fine, le mani che bloccano la palla, il rinvio, l’attesa, l’inarcarsi della schiena, le reni che cercano ancora un colpo, un guadagno di centimetri, lo stendersi del braccio: e non una cosa dopo l’altra, ma una cosa nell’altra sono, tutto insieme, in contemporanea. Questo li conserva adolescenti. Questo li fa appartenere alla giovinezza.
Un catalogo di portieri, dunque, è un catalogo di giovinezze. Tante giovinezze nelle quali puoi inscrivere la tua. Sono come certi libri che vanno letti da adolescenti, altrimenti si perdono. Quei libri che parlano alla tua adolescenza. Stanno fra Conrad e Salgari, Hemingway e Marquez, Gogol e Pavese. Stanno dove finisce “Triste, solitario y final”.
Il mio personale catalogo di giovinezze suona così.
LIDO VIERI. Mi piaceva perché mi ricordava il mare. Il suo nome alla radio mi diceva il lugo dove si stava bene, fra le onde e la spiaggia, sul lido. Qui deve stare un buon portiere, a guardia del confine tra la terra e il mare. Con le mani aperte. Due mani grandi e forti come quelle di Lido Vieri nessuno le ha viste mai.
LEV JASHIN. L’astronauta dei portieri. L’Aleph dei portieri: la maglia nera, i calzoncini neri, le mani nere, lo sguardo nero dove si riunivano tutti i portieri del mondo. Un eroe da “Iliade”. Non so se è frutto di leggenda o è realmente esistito. So che nessuno ha mai provato di aver fatto gol a Lev Jashin.
FRANCO STURA. Difendeva la porta del mio paese. Il numero uno della squadra e mio vicino di casa. Piccolino, catenina d’oro al collo, elegante, scarpe trentanove, capelli impomatati, profumo sempre fresco. Parlava dialetto come fosse francese. Accarezzava la palla come fosse una donna. Non se ne faceva fuggire una.
GORDON BANKS. Facevo così: Gordon Banks, Gordon Banks, parata! Quando si giocava al campetto, cinque contro cinque, sei contro sei a porta unica, m’inventavo la radiocronaca. Raccontavo le azioni urlando, poi quando qualcuno si smarcava e puntava a rete, gli andavo incontro a voce alta Gordon Banks, Gordon Banks e paravo.
ENRICO ALBERTOSI. A parte i capelli e i baffi, mi ricordava il grande Blek. Al posto di Roddy e del Dottor Occultis, lui aveva Cera e Comunardo Niccolai. Aveva anche Gigi Riva, più avanti. Mi sembrava l’avventuriero affidabile e scapestrato che da grande avrei voluto essere. Lo volevo sempre in nazionale.
SEPP MAYER. La felicità e il dispiacere. La grandezza della sconfitta senza resa. E’ quello che va di là quando la palla viene di qua. Colui che si distende come una bandiera controvento, e ugualmente non riesce a impedire la sconfitta. Il suo nome sibilato è un sorriso e un monito: Sepp Mayer, 4-3. 
ROY CLEMENCE. Era un maglione girocollo, giallo, verde, rosso. La prima macchia di colore in porta che ricordi. Un altro che io sono stato nelle radiocronache. Sempre un inglese. Dopo Banks, Clemence. Spalle larghe, preciso nelle uscite. A guardarlo giocare, imparavi a considerare porta tutta la tua metà campo.
LUCIANO CASTELLINI. Il giaguaro, lo chiamavano. Io lo pensavo Tarzan. Aveva liane invisibili tra i pali e la traversa a cui si attaccava per volare. Inesauribile. Lo vedevi fuori del campo e sembrava un ragazzo della via Gluck. Lo vedevi in porta e la porta diventava la via Gluck.
VLADISLAV TRETIAK. Si pronuncia Trefiak. Una maschera. Un grizly. Un gladiatore che scendeva nell’arena come un principe. Bellissimo e leggendario. Giocava a hokey su ghiaccio, nel CSKA e nella nazionale sovietica. Era stile e leggerezza. Tifavo per lui come fosse un portiere di calcio.
LUPO. Era un soprannome. Aveva dieci anni più di me, i riccioli neri e un muso simpatico. Veniva al paese. La fidanzata lo seguiva dietro la porta con la sorella più giovane. A sedici anni ho cominciato ad andare dietro la porta per lui, poi per la sorella. I portieri sono gli unici che possono avere accanto l’amore mentre giocano. Se fanno attenzione, possono anche baciarlo.

 

Torna alla pagina di Gian Luca Favetto