(da: Mappamondi e Corsari, edizioni Interlinea, 2009)

IL PORTIERE

Di fulmini in attesa e borbottii di cuoio,
improvvise rivolte di vento alle sue mani,
piega e dispiega la piccola area
cento volte come una tovaglia e cento
come un asciugamano in spiaggia.
Scatta frombola e branca, inquieto
alla banchina, annusa l’aria e fionda.
Poi, la faccia a terra, disteso il corpo
- l’erba morbida ausculta il cuore -
giace. Sa che ogni vittoria a lui è sconfitta,
ogni grido anche di gloria
origina nella caduta.


LIBERI

Paterni e protettivi liberi e selvaggi,
ogni chiusura è pronto salvataggio,
uscita nuova, impostazione, architettura.
Hanno l’eleganza per divisa
e la ragione tacchettano da sogno.
Picchi Beckenbauer Scirea Kroll Baresi...
pensarli così, ricordi non finiti,
ciascuno sulla tolda di comando
ad arginare il mare,
a fare l’onde da giocare.


L’ALA

L’uomo parte in contropiede, isola nella corrente,
là e là e là, a destra, decisa testuggine in volo,
plana pela pettina il campo, ara la sua corsia
da nuotatore a piedi. Come la foca gioca e guizza,
nessun maestro lo comanda, nessun ordine esegue.
Raggiunge il fondo e incrocia, questa è l’ossessione,
questo il piacere, quando in aria un uomo s’erge
calamitato dal pallone. Fuori dall’area all’angolo
bomba rimbomba e splode la solitudine dell’ala
destra che con destrezza inietta gol alla squadra
- altrimenti sarebbe sinistra. 


IL NUMERO DIECI

Che cosa fanno di giorno le lucciole? –chiede.
Si preparano, indossano la maglia numero dieci
e scendono in campo. Negli occhi lucidano
gli spettatori. Scartano il talento
e l’offrono in fantasia, ghirlande fanno
del pallone, asfodeli. Chi può riconoscerle?
Fra tanti che corrono e calpestano sudore
in figura d’uomo, è tutta per loro l’ammirazione.
Invece del muscolo, scatta la luce,
lampeggia in gol. Ed è subito sera.
Non esistono più.


IL DRIBBLING

Brucia lo spazio in tempo e il tempo in una finta.
Senza aggressione scarta l’avversario dal gioco,
lo lascia fuori, vuoto, mancato appuntamento.
Il dribbling è pronuncia d’attacco, destrezza salvata
- una veronica, un colpo di tosse e una risata,
un convolvolo sulla corda del pozzo.


A FOGLIA MORTA

Di prima. Di tanto tempo prima. La punizione.
Un velluto che passa come negli occhi
una canzone. Non è un colpo, è un accompagnamento,
un tango di carezze guancia a guancia al cuoio.
L’aria scivola, solca corridoi di puro ossigeno,
pavimenta il cielo in giostra come un settevolante.
Sempre rimane il soffio del piede
per tutto il viaggio incollato al pallone
e – dentro - l’urlo, e dentro l’urlo il ritmo
e dentro il ritmo il silenzio, lama siderale
che apre il vento, e dentro il vento
l’acciaio che scorre liscio sull’acciaio.
Lievita la rete, quando si insacca, a foglia morta,
come il buffetto sulla guancia di un bambino.
E il pallone diventa pallino.


L’ALLENATORE

Gioca i numeri sul campo
- uomini a caccia del tesoro -
a volte dai numeri è giocato.
Marionettista smarionettato
ha in testa schemi tattiche e rapine.
Ad altri detta regole progetti,
così li allena. Quando finalmente
i suoi ragazzi vanno di piede,
lui inghiotte e siede su una panchina
- di tribunale. Sogna il gioco perfetto:
quando invece del triangolo
riuscirà il cerchio in campo.
Sarà furbetto, studia, calcolato
quando il rimpallo verrà servito
come timballo in rete di broccato.


CONTEMPLAZIONE

Il tifo è nebbia, il gioco è vento
memoria compimento.
Il campo vuole lo sguardo dell’atleta,
che gli occhi siano muscoli allenati
così come la mente,
che scatti scarti acceleri,
che trami con il giuoco,
che sia a labbra con l’azione - unica cosa.
Soltanto così il bacio
può essere gol
nella retina.


L’ARBITRO

Tutta l’anima in un fischietto
tutto il suo nero volo radente
in un giochetto. Nel gioco altrui
sospeso e ignorato, quando d’imperio agisce
sparisce il mondo – comunque condannato.
Occhi e lingue appesi a lui rimboccano
l’istante. Il resto è trasparente.
Questo l’arbitro paga: il potere
di uccidere - un fischio conficcare
nel cuore delle azioni amare.


LA SQUADRA

La folla ooohhh che batte i piedi,
chiede lo scalpo, e il capitano
che su le maniche tira – e rete,
non una, ma cinque, sette.
Questa è una squadra
che in ogni campo ha casa
e in ogni casa pubblico.
Finché un giorno non ritorna.
Un aereo. Un cielo troppo basso.
Una collina di basilisco arredo.
La sciantosa che si fa cupola
e rapina. Angeli granata,
li vogliono ancora a giocare,
e nella morte insieme amata
passò la vita - una folata.


LO SPETTATORE A CASA

Ha i muscoli negli occhi,
le palpebre usa come gambe.
Ciò che vede corre.
In cielo ha il rallenti
l’azione che si ripete
rete rete rete...
Incasellato lontano dal sudore,
in festa abbraccia il televisore.


I GESTI BIANCHI

Il giocatore che inizia la partita
s’inchina alla pallina
e all’avversario. Ready?
La rete in mezzo è comunione,
il rosso ai piedi
tramonto che persiste.
Bacia tump tump la terra
il bianco della Tretorn
-quando ancora le Tretorn
erano bianche, così
Pirelli e Dunlop.
S’alza l’un braccio flesso
rigido l’altro insieme.
Piega le ginocchia
il corpo che s’inarca.
Tutto è sospeso,
mentre si arrampica nell’aria
la pallina. Agile.
Il giocatore segue con lo sguardo,
negli occhi si rovescia il cielo.


EN DANSEUSE

Grimpa. Traduce liquido l’asfalto
in acqua che suda tossine
dai muscoli e sale
danzando a rumba la fatica
tornante dopo tornante.
Che cosa tiene avvinti all’aria?
Cosa nei suoi polmoni spira?
I pedali sono il cammino,
la vetta è nelle gambe,
le gambe conoscono il destino.


CENTO METRI

Il giorno viene che lo starter spara
e il campione corre con il proiettile
alla schiena, chiede aiuto alle ali.
Vince chi si spegne ultimo
in traiettoria di velocità.
Sempre dura il racconto più dell’impresa.

 

 

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