NON C’E’ ALTRA PARTE SE NON LA LORO

La parte è quella di Ettore. Dove sta Ettore, sto anch’io, di solito. Stavo. Per abitudine, per naturale inclinazione.
Adesso non so più bene, ho qualche difficoltà con il verbo stare. Ho più dubbi e confusioni, più allergie alla fissità e alle certezze che il verbo stare, forse senza sua colpa, induce, implica, impone.
Ma ai tempi del liceo, bei tempi quelli, se ben ricordo, oh che tempi quei tempi selvatici, lontani abbastanza da essere felici, da essere felci al vento nella memoria, talco felce azzurra a volte sparso con fiducia sotto le ascelle, sul collo e più in basso fra inguine e scroto, tempi profumati tra una lotta e l’altra, un impegno e l’altro, un compito e l’altro, un’assemblea e l’altra, persino una partita e l’altra, nell’attesa che lei decidesse di uscire con te, in passeggiata serotina, prima di cena, prima che i genitori tornassero, sul marciapiede fra casa tua e sua, senza che gli amici sapessero, e magari spingersi fino al parco, comunque questo non c’entra, apparentemente, ma dai tempi del liceo e poi per anni e anni e anni ho sempre scelto quella parte lì, quando c’era da scegliere: la parte di Ettore.
E anche quando non c’era da scegliere, quando non ero io a scegliere, finivo sempre e comunque dalla sua parte.
Da una parte Ettore e dall’altra Achille, e io finivo con Ettore. Sempre. E anche adesso, se non ci penso, se non faccio mente locale e globale insieme, automaticamente, pur con tutte le confusioni e i dubbi, finisco con Ettore.
È come se fosse Ettore a scegliere me.
Come quando da ragazzi, il pomeriggio, al paese, in vacanza, ti trovavi con gli amici e facevi le squadre. C’era sempre uno che faceva le squadre. Due. Erano in due a fare le squadre. Facevano bim bum bam, pari e dispari, e formavano le squadre.
Quattro e tre sette, dispari, tocca a me -e il dispari sceglieva per primo.
Se era Ettore per primo, sceglieva me, il portiere, il suo portiere. Anche quando sceglieva per secondo, sceglieva me.
Lui giocava all’attacco, io in porta, portiere volante se non eravamo in numero pari, e metà squadra era fatta. Giocavamo sei contro cinque o cinque contro cinque. Quando andava bene, potevamo schierarci sette contro sette, tutti fra i quindici e i vent’anni, e allora giocavamo anche due ore.
Quattro contro quattro non era divertente e dopo un po’ smettevamo. Quelli davanti smettevano di correre e piantavano delle grandi belughe svogliate da lontano che non avevano direzione, né anima, né intenzione e si perdevano. Chi stava in porta doveva recuperare la palla dentro il cimitero o oltre la provinciale giù per la riva da Pec verso il fiume -e un po’ di palloni li abbiamo anche persi, nel fiume.
Se scendevi per la riva da Pec, e impiegavi il tempo che impiegavi per recuperare il pallone, e lo recuperavi finalmente, quando ti affacciavi di nuovo sul campo, gli altri o erano sdraiati e non avevano più voglia o erano già risaliti a casa.
Tutte le volte che ci siamo trovati tre contro tre, niente calci, palleggiavamo con le mani, pallavolo fai da te: settantasette palleggi senza che la palla toccasse terra, il record, comprese una mezza dozzina di schiacciate.
Due contro due, giocavamo a carte, se qualcuno aveva portato le carte.
Quando eravamo due contro uno, io ero l’uno e mi mettevo in porta e i due tiravano i calci di rigore. Succedeva tutto lentamente, con pigrizia e fatalità. Loro tiravano, io mi tuffavo, loro per lo più segnavano e io per lo più mi scorticavo sderenavo schiantavo ginocchia e anche, e rientravo sanguinante blu graffiato viola, e non facevano in tempo a venire le croste che il giorno dopo tornavano via, raspate dai nuovi tuffi.
Sarà per tutto questo –tutto questo sicuramente c’entra, c’entra il giocare come portiere, c’entra l’avere avuto sedici anni in quegli anni, l’avere avuto quei compagni lì-, ma dai tempi del liceo e delle vacanze al paese mi sono messo dalla parte di Ettore e nonostante dubbi e confusioni dalla sua parte sono rimasto. Tendenzialmente.
Con gli anni mi è solo cresciuto il sospetto che, a ben vedere, a ben guardare gli sviluppi della storia, anche Achille sia dalla parte di Ettore. Si affrontano in duello girando nella polvere attorno alle mura di Troia, uno muore, l’altro sopravvive, ma sotto sotto, a fianco a fianco, in fondo in fondo, sono dalla stessa parte.
Anche Antigone, per rimanere fra i Greci, è con loro. E poi Amleto, tanto per dire e divagare. E Romeo e Giulietta, per rimanere con Shakespeare. Pure Giorgio Cagnotto, che arrivava sempre dietro Klaus Di Biasi, si tuffavano insieme e Klaus Di Biasi arrivava primo e Giorgio Cagnotto secondo. Persino James Dean, che è arrivato troppo presto alla fine, quasi non aveva cominciato ed era già alla fine, e ciò che continuava era un’eco, soltanto un’eco e un riflesso. E anche Orson Welles, nel Terzo uomo. Ciascuno a suo modo.
Tutti della stessa famiglia, per me, dai tempi del liceo fino a oggi, più o meno, tutti dalla parte di Ettore, perdenti senza sconfitta.
Guardali in faccia a uno a uno: la battaglia è persa, ma non sono persi loro. Le loro storie dimostrano che si può perdere senza venire sconfitti.
Ed ecco che comincio le manovre per entrare in stazione, dopo questo piccolo viaggio di parole. Arrivo al dunque, alla fermata che interessa. Arrivo in Olanda. All’Olanda, la squadra dei perdenti che non è stata sconfitta e continua come un’eco, come un miraggio, come un viaggio dai tempi del liceo, delle vacanze al paese, del bim bum bam per scegliere le squadre, quando già finivo dalla parte di Ettore ancora prima di sapere chi fosse Ettore, gli anni Settanta, il 1974, Germania-Olanda, e il 1978, Argentina-Olanda, che ha funzionato come conferma. Due sogni mondiali. Due tristi solitarie finali.
Hanno sempre un destino più destino degli altri, i perdenti. E ancora di più ce l’hanno i perdenti senza sconfitta.
Dunque.
Jongbloed Suurbier Krol, eccetera.
I primi tre di ogni squadra, l’attacco della formazione, quando la si comincia a recitare, cioè la difesa ultima, per me erano la squadra. Come Bacigalupo Ballarin Maroso, e non c’era bisogno di continuare: un endecasillabo che riassume tutto il grande Torino, fino a Gabetto Mazzola Ossola. Come Vieri Poletti Fossati, un Toro meno grande. Come Sarti Burgnich Facchetti: sapevo che subito dietro, cioè schierati davanti in campo, c’erano Bedin Guarnieri Picchi e il resto, ma bastavano portiere e terzini, gli altri otto nomi li riassumevo con eccetera.
Jongbloed Suurbier Krol erano dunque l’Olanda. Sono ancora l’Olanda, per me. Perché Rijkaard, Gullit e Van Basten venuti quindici anni dopo sono più Milan che Olanda, e l’Europeo dell’88 è una rivincita contentino.
Non c’è altra Olanda all’infuori di Jongbloed Suurbier Krol eccetera. Eccetera è una parola di otto lettere. Ogni lettera, un giocatore. Ogni giocatore, un campione: Haan, Rijsbergen, Neeskens, Van de Kerkof, Rep, Cruijff, Van Hanegem, Rensenbrink. E poi c’erano ancora Jansen, Van der Kuylen, Nanninga, e c’era stato Hulshoff, Barry Hulshoff un gigante cappellone e con la barba -anche se non l’aveva lo ricordo con la barba e i calzettoni bassi e un’andatura ciondolante da Polifemo, sembrava un musicista rock e un tupamaro, un rivoluzionario sudamericano.
Era una squadra stellare vestita d’arancione, l’Olanda. Brillante, divertente, allegra, come il colore che indossava. L’arancione ha dominato i campi di calcio internazionali per tutti gli anni Settanta. Da dopo Italia-Germania 4-3 con annessa finale Brasile Italia, a garrire al vento s’è alzato l’arancione e soltanto la feroce dittatura argentina quella dei Videla, dei Massera, dei Galtieri, generali spietati e ottusi, l’ha fatta ammainare. Ma questa è una storia più grande e dolorosa.
Gli olandesi conquistavano coppe europee con l’Ajax, la squadra di Amsterdam, ma con la nazionale perdevano. Giocavano giocavano, segnavano segnavano, vincevano vincevano, divertivano divertivano, ma all’ultimo all’ultimo perdevano. Arrivavano fin lì, belli, divini, formidabili, i migliori, i più meritevoli, i più amati, e perdevano. In finale perdevano. Due finali del Campionato del Mondo, nel ‘74 in Germania contro la Germania e nel ‘78 in Argentina contro l’Argentina, e niente.
Segnavano anche per primi, ma poi perdevano. I più grandi perdenti della storia del calcio mondiale. Ma con leggerezza, con leggiadria, con una ammirata dimostrazione di superiorità, quasi che la vittoria potesse sembrare una macchia di sugo sulla loro tenuta, sul loro gioco totale -calcio totale, lo chiamavano- che era puro. Puro divertimento. E poi arte, armonia, buon umore, fisicità, progetto. Meglio dei brasiliani. L’Olanda ha cancellato il Brasile per dieci anni e, per farlo, non ha avuto bisogno di vincere qualcosa.
Giocavano per giocare, questo vedevi: che cosa c’entrava la vittoria? Era un corollario, un ammennicolo, un di più fastidioso. Per la leggenda che si stava creando sarebbe stata una zavorra. Forse.
Jongbloed Suurbier Krol eccetera il 7 luglio 1974 erano all’Olympiastadion di Monaco di Baviera davanti a ottantamila spettatori. Di fronte, avevano la squadra di casa, la nazionale della Germania Ovest, Maier Vogts Breitner, un iceberg. Dovevano ancora passare quindici anni prima che cadesse il Muro di Berlino e l’Est tedesco, capitale Pankov, confluisse nell’Occidente.
Quattro giorni prima, in semifinale, gli arancioni avevano regolato il Brasile con reti di Neeskens e Cruijff. Lo avevano affrontato a viso aperto e sconfitto con le armi del bel gioco, della fantasia e dell’intelligenza.
A Monaco l’arbitro fischia l’inizio della partita, Cruijff tocca per Van Hanegem, Van Hanegem per Rep, poi forse il pallone arriva a Neeskens e Neskens lo fa girare, lo toccano tutti, ci danno una pedata, una carezza con il piede, come per mettere la firma sul cuoio, anche Suurbier e Krol, tutti meno Jongbloed, credo, il tabaccaio pescatore approdato in nazionale qualche settimana prima del Mondiale, tocco io, tocchi tu, tocca lui, qualcuno lo tocca due volte, Cruijff tre, quando per la terza volte la palla gli arriva fra i piedi punta dritto verso la porta tedesca, entra in area, salta Vogts e il vecchio Berti lo atterra, Berti Vogts il mastino atterra Johan Cruijff: rigore.
Un minuto, una ventina di passaggi arancioni ed è subito rigore. Il primo tedesco a toccare la palla è il portiere Sepp Meier. La recupera dalla rete dopo il gol di Neeskens. Germania zero, Olanda uno.
E questo era il segno della superiorità, della meraviglia, della leggerezza. Poi i tedeschi recuperano, segnano due reti nel primo tempo, si aggiudicano la coppa. Quisquilie. Nella leggenda entrano Jongbloed Suurbier Krol eccetera, i perdenti migliori.
Jongbloed era l’anello debole della squadra, sentenziano ancora oggi i sapienti. A guardarlo in porta, in effetti, appariva piuttosto improbabile con le sue ginocchiere bianche da pallavolista. Prima di tutto, però, bisognava trovarlo, in porta. In genere, gironzolava fra il limite dell’area e la linea di metà campo. Difendeva la rete andando in attacco. Giocava alto, si direbbe oggi.
Lo aveva scoperto Rinus Michels, l’inventore del calcio totale, il generale che comandava le truppe olandesi e faceva giocare partite come guerre, già allenatore dell’Ajax, passato al Barcellona, selezionatore della nazionale arancione. Michels, per il suo schema, aveva bisogno dell’undicesimo giocatore, cioè del primo, quello là in fondo, quello in porta, aveva bisogno che giocasse con i piedi e non rimanesse a pascolare lontano in attesa degli attacchi avversari, doveva seguire le azioni, accompagnarle, essere della partita sempre.
Non gli serviva la professionalità del portiere. Jongbloed gli garantiva questo: non era un portiere professionista. Di mestiere faceva il tabaccaio, per passione faceva il pescatore, per gioco scendeva in campo con i guanti indossando la maglia numero 8. Adesso è consuetudine vedere numeri strambi in porta, trent’anni or sono no. Nessun portiere indossava maglie con numeri diversi dall’1 o dal 12. Jongbloed, invece, aveva l’8. E il numero non era cucito su una maglia da portiere, ma su un maglione giallo da pescatore.
Finiti i mondiali, lascia la tabaccheria, trascura la pesca e a trentaquattro anni diventa professionista del pallone. A trentotto in Argentina accanto a Schrijvers c’è ancora lui. E gioca la finale a Buenos Aires, nello Stadio River Plate, di fronte a 71 mila spettatori, contro i padroni di casa, contro i generali al governo e contro l’arbitro, un pavido italiano in gonnella, Sergio Gonella, appunto.
Con Jongbloed ci sono ancora quasi tutti i reduci dalla Germania. Manca Cruijff. Segna prima l’Argentina, pareggia Nanninga, si va ai supplementari e i migliori riconquistano il titolo di perdenti.
Sono i perdenti che mi piacciono: alla Don Chisciotte, alla Butch Cassidy, alla Marlowe, alla Nick Adams, alla Beppe Fenoglio.
Li ricordo così.
Jan Jongbloed, il pescatore che esce dal porto e vaga nel mare aperto del centrocampo, sangue del mio sangue; Wim Suurbier, che viaggiava come un treno sulla destra, andava a sübia, dicevamo al paese, andava come un fischio; Ruud Krol, l’eleganza fatta calcio e pensiero, un Beckenbauer senza supponenza; Wim Rijsbergen, una montagna insuperabile come difensore, ma, a differenza delle montagne, mobile; Arie Haan, che trovavi da tutte le parti del campo, a rieccolo, sempre presente e puntuale sul più bello come un punto esclamativo; Wim Jansen, che aggrediva gli avversari e, da difensore, faceva il matador; Johan Neeskens, la giovinezza anarchica con la faccia più segnata, bionda chioma al vento; Wim van Hanegem, il matematico filosofo in mezzo al campo, compagno di studi di Heidegger e Wittgenstein, ma più alla mano, più al piede; Johnny Rep, che era il mio personale Johnny Guitar, un Johnny Depp del calcio, a pensarlo oggi, tutto colpi di testa e trasgressione; Rob Rensenbrink, velocità, dribling e gol; infine, Johan Cruijff, genio con il passo soffice e i lineamenti da angioletto e da aquilotto ordinati in una faccia sola.
E veramente non c’è altra parte da cui stare, se non la loro.

 

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