Ex-tra-comu-ni-tari


Avevo un amico che per mestiere spaccava le parole. Faceva il correttore di bozze. Ce l’ho ancora da qualche parte, in Francia, dove adesso è cronista sportivo e si occupa di bocce e cavalli. Le mette insieme, le parole, le unisce in frasi, adesso. Prima le spaccava, invece. Usava proprio questo verbo: spaccare. Diceva che un buon correttore di bozze deve entrare nelle parole e dividerle, deve separarle sillaba per sillaba. Scandirle. E puntare l’attenzione su ogni suono, ogni singolo grumo di lettere. Soltanto così puoi essere sicuro di cogliere eventuali errori –diceva-, i difetti che chi scrive sbadatamente infila dentro le parole, storpiandole, fiacchendole con rughe che loro in origine non hanno.
Adoperando questo metodo, anche senza essere correttore di bozze, a volte si possono trovare sorprese, nuovi significati e nuovi percorsi. E’ come scavare, scegliere la direzione verticale invece di quella orizzontale, ed estrarre pepite, ciascuna delle quali preziosa. Ad esempio: si fa presto a dire extracomunitari e a dimenticare quanti sensi, quante parole, quanti giochi vi si possano trovare dentro. Se uno rinuncia a correre veloce su queste sette sillabe e si prende del tempo, le cose cambiano. Falcate lente, allora, come quando si passeggia per piacere, guardandosi intorno senza nessun altro scopo se non quello di cogliere il panorama, e al diavolo l’ossessione della meta. Extracomunitari come un paesaggio, dunque. Un paesaggio calcistico, naturalmente. Fermiamoci sulle singole componenti, attribuendo loro tutta l’importanza che meritano.
EX. Gli ex giocatori. Solo in pochi possono permettersi di non diventarlo. Pelè è un monumentale, barbogio, immenso, onnipotente ex. Maradona no. Diego Armando Maradona, anche fuori dal campo, anche con tutto il male che continua a farsi, rimane giocatore. Non sarà mai un ex, come non potrà mai diventarlo Roberto Baggio. Due come loro hanno una dote in più rispetto ad altri campioni: sono il gioco, non sono soltanto giocatori, e il gioco non può mai essere ex.
Un ex giocatore certo è monsieur Platini, faceva il dirigente già in campo il molto a modo Michel. Anche Franco Baresi è un ex senza speranze, troppo consumato dal Milan. Della banda degli ex sono Franz Beckenbauer, Johan Crujff e persino Marco Van Basten, che lo è diventato troppo presto, purtroppo. Non sarà mai ex, invece, Paolino Pulici, per via del carattere, del fisico e della leggenda che incarna, capace di fare a pezzi il tempo, di non farlo passare su di sé e sulle proprie imprese: è un ricordo che continua a giocare e a segnare. Tutt’altra storia Ciccio Graziani, suo gemello del gol, lui sì che è un ex, un ex al cubo ormai.
Ex sono tutti quelli diventati telecronisti o commentatori tipo Vincenzo D’Amico, e anche quelli che si siedono sulla panchina come allenatori, tipo Dino Zoff. Gigi Riva, che pure è un dirigente della nazionale, rimane un numero 11, calciatore con gli occhiali da sole al posto dei tacchetti. Mancini non so, troppa giacca e cravatta per pensarlo giocatore.
Aldo Serena lo è stato, Christian Vieri lo è adesso: sono ex in campo per le molte casacche cambiate durante la carriera. Mentre Alessandro Del Piero è un ex pur giocando ancora e non avendo mai cambiato squadra.  
TRA. I giocatori che stanno tra qui e lì. C’entra molto la posizione in campo, ma non solo. Gigi Meroni, per esempio, era ed è un giocatore tra o fra, scegliete voi: fra la terra e il cielo. I tra sono i giocatori cerniera, tipo Romeo Benetti e Xavier Zanetti. Andrea Pirlo è oggi il tra per eccellenza: unisce praticamente da solo difesa e attacco. Gianfranco Matteoli era il Pirlo degli anni Ottanta: quando Giovanni Trapattoni gli ha trovato la posizione davanti alla difesa, l’Inter ha vinto il campionato.
Un tra sulla fascia è stato Briegel, testuggine tedesca, un centrocampista che faceva il terzino, una specie di Ercole in corsa. Adesso lo imita Zambrotta. Fra centrocampo e attacco, poi, c’è comodo Dejan Stankovic. E c’è pure Kakà: la posizione ambigua del giovane brasiliano ha salvato la faccia sia a Berlusconi sia ad Ancelotti, che hanno potuto sostenere di essere alla guida di un Milan a due punte.
Rientrano in questa categoria anche tutti coloro che si ritrovano in altalena fra genialità e fallimento, tipo Evaristo Beccalossi o Vincenzino Scifo. E pure quelli che non esplodono mai del tutto come Pippo Maniero, campioni sì, ma con le mezze maniche dell’impiegato. Anche quelli che stanno fra la panchina e il campo, quasi fossero sospesi: Tomasson, per dirne uno. Giocano spesso ma mai dall’inizio. Come l’Altafini e il Massaro degli ultimi periodi, come il miracoloso Santillana del Real Madrid che a metà anni Ottanta partiva dalla panchina, entrava in area e segnava.
E Sàttolo, infine, ve lo ricordate Franco Sàttolo? Secondo portiere eccellente: un tra al di fuori dell’ordinario, uno che stava fra l’album delle figurine Panini e la linea di porta.
COMU. I giocatori impegnati. Per dirla in modo semplificato, sono i comu, ovvero i comunisti. I primi a venire in mente sono due uomini di provincia: Paolo Sollier e Cristiano Lucarelli, gente dal pugno chiuso e dalla mente aperta. Generosi e romantici. Generoso e anche un po’ romantico è Rino Gattuso, più che comunista, un comunardo, uno che fa Comune (intesa come Comune di Parigi), sa far causa comune, sa far gruppo, spogliatoio. E’ della sua stessa pasta capitan Zanetti: cuore Milan il primo, anima Inter il secondo. Lo era Gianluca Vialli nella Sampdoria. Lo è Giancarlo Zola, ovunque vada, a Cagliari o in Inghilterra, uomo squadra, umile e genio.
Forse può essere annoverato fra i comu anche l’anarchico Zigoni. Di sicuro è comu Damiano Tommasi, un comu di specie particolare, da anni Settanta, un catto-comu. Impegnati sono anche Riccardo Zampaglia del Messina e Fabio Rustico, terzino dell’Atalanta, assessore di Bergamo, idolo della curva. Gioca così così, discretamente bene ma con il piede un po’ ruvido, rustico come suggerisce il cognome. Dicono che, quando si è schierato con il centro-sinistra candidandosi alle ultime elezioni amministrative, sia stato messo da parte e relegato in panchina. Ma lui non demorde. Continua a giocare, viene eletto trionfalmente e con il nuovo campionato farà l’una e l’altra cosa, calciatore e amministratore.
Persino Gianni Rivera per il suo impegno politico è considerabile un comu, per la ben nota legge che chi non sta con Silvio Berlusconi è un comunista invasato e trinariciuto. Ve lo vedete l’abatino Gianni trinariciuto e invasato? Anche fra gli allenatori ci sono i comu: Osvaldo Bagnoli, che proprio per questo non è finito ad allenare il Milan di Berlusconi; Alberto Zaccheroni, che nonostante questo ha fatto vincere uno scudetto al Milan di Berlusconi; Ezio Rossi, granata, difensore spiccio, che ha fatto grande la Triestina con i suoi schemi e ora cerca di restituire il Toro al suo perduto spirito comu.
Poi, c’è il comu più comu di tutti, tanto è vero che raddoppia addirittura la “m”: Communardo Niccolai, più che un uomo, un autogol.
NI. I giocatori né carne, né pesce. Tipo Marco Ferrante, che è bravo, bravissimo, ma si ferma sempre sulla soglia, fra la B e la A, né grande campione, né brocco. E Recoba? Buono l’uruguagio che fa il fenomeno con Ancona, Lecce ed Empoli, ma nei momenti decisivi sparisce. Una vera ossessione per Massimo Moratti, un vero incubo per gli altri tifosi interisti. Tanto per ricordare: in sette anni nelle sfide che contano non ha mai segnato a Milan e Juve. Per rimanere all’Inter, vero e proprio laboratorio in quest’ultimo decennio di giocatori ni, che ne dite dello sterminato elenco dei terzini sinistri neroazzurri? Quelli dopo Roberto Carlos: Gilberto, né un terzino, né un giocatore di calcio, era solo un amico di Ronaldo che giocava a calcetto; poi Vratislav Gresko, poi Massimo Tarantino, poi Francesco Coco e Giovanni Pasquale.
Grandi ni anche fra gli allenatori: Gigi Maifredi, con il suo calcio champagne senza bollicine dopo appena un anno di invecchiamento, e Corrado Orrico, anche lui inconcludente, vittime entrambi del sacchismo. Al Milan è riuscito il colpo con un Arrigo Sacchi preso dal nulla, a Juve e Inter no
Un discorso a parte meritano Tricella e Minotti, liberi di gran talento e personalità. Sono due giocatori so, più sì che no, bloccati in mezzo al guado: se non avessero avuto un fenomeno davanti, forse sarebbero esplosi in modo assoluto, sarebbero stati dei pieni.
Infine, Stefano Bettarini e Fabio Galante, i belli del calcio, più fumo che arrosto al di là della loro volontà e del loro impegno: c’è forse bisogno di spiegare perché sono dei ni?
TARI. I giocatori tari. Nel dialetto piemontese taru è termine gergale per dire terrone, meridionale. Un’evoluzione di taru è tarro. Il tarro è una delle possibili varianti del tamarro, quello un po’ più arrogante.   
Molti calciatori lo sembrano: tari, tarri, tamarri, arroganti. Lo sembrano a vederli così, in giro per discoteche e televisioni. Il guaio, poi, è che anche in campo, durante le partite, si muovono come fossero in discoteca o in televisione. C’è bisogno di fare un esempio? Marco Materazzi e Christian Vieri bastano?
Ce ne sono sempre stati, di tarri e tamarri: Stefano Tacconi, un po’ Franco Causio, Salvatore Schillaci con quegli occhi accesi nelle notti italiane, per non dire di Pasquale Bruno, ma almeno lui è simpatico, con la sua cattiveria esibita, e di buona intelligenza. Ma la più eclatante e generalizzata tarraggine è esplosa negli anni Novanta, con tipi come Fabio Bazzani e Morris Carrozzieri, che è la versione terzo millennio di Felice Centofanti.
C’è anche il coatto, particolare declinazione del taru: Totti e Cassano, coatti di genio, mentre Bruno Giordano era burino, non perché laziale invece di romanista, ma perché nato in provincia e non nella capitale. Anche il sempreverde Paolo Di Canio, laziale di ritorno, è un tarro del genere coatto.
Qualcuno dice che lo era anche Gigi Lentini. Un tamarro di classe, comunque –rispondo io. Poi mi ricordano: l’hai mai visto vestito in borghese, il Gigi? Già, come negarlo? Capelli lunghi gelati e camicia viola a pois bianchi con un diametro di venti centimetri.
Infine, con una piccola licenza, i tari possono ricomprendere i tori, poiché i tori in genere sono anche tari, dal solito Vieri a Roy Kean, l’hooligan dai piedi buoni esploso agli europei in Portogallo. Poi c’è Davids, naturalmente, Pit Bull oltre che toro taro.

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