DAL BIANCO E DALLE OMBRE

        
                                          “I racconti sono dei no
                                            che fermano la vita e
                                            poi cominciano”.
                                  Aleksander Michailovic Schrebar

Comincia così, con un NO. Di solito comincia con un NO.Cominciamo con un bel NO,dice la sua voce, una voce che fa jazz. Un NO né bello, né brutto, dice, che sta lì, in principio, con i muscoli pronti allo scatto, pronti a esplodere il galoppo di mille puledri in un solo uomo. NO.Lo stesso NO che raggiunge ogni punto dell'universo, tutte le teste e le memorie, tutti gli uomini. E da tutti gli uomini, da tutti i luoghi ritorna, come un'eco. NO. I sì sono miliardi, il NO uno. Sempre lo stesso che si passano i popoli, le terre, i mari. Un unico NO sotto il cielo. I sì sono le stelle -quante ne conti d'estate? Il NO è il sole. Al centro. Nel cerchio di centrocampo. Nel campo comunale. Il campo dello Stadio Comunale. Diventato per l'occasione cielo. Per novanta minuti cielo. Il cielo della domenica pomeriggio su Torino. Dentro Torino. Con il sole in mezzo. Paolo Pulici dritto NO, unico, come il sole, nel cerchio di centrocampo, il piede sul pallone, prima del calcio d'inizio, le cosce che riempiono i calzoncini arrotolati in vita, i muscoli, gli zigomi, gli sguardi come raggi. Quando sentivo il sole con il piede sul pallone, sapevo che sarebbe cominciata la partita. Prima del fischio dell'arbitro, racconta.

La voce che fa jazz è quella di Quirico Vola. Un uomo che non diresti. Ha sessant'anni. Costruisce ceste, bastoni e intaglia il legno. Ha la voce di chi ha sentito cose che voi profani nemmeno potete immaginare.
Racconta i suoni di Miles Davis come nessun altro, quelli di Chet Baker e Charlie Parker, i suoni di Sonny Rollins, quelli di Louis Armstrong, come si fosse sempre trovato là dove nascevano, nel momento preciso in cui nascevano.
Quando lo ascolti, dondoli il capo. I muscoli si muovono da soli, tengono il ritmo.
Racconta la vita, e la gente al paese si fa attorno. Arrivano anche dai paesi vicini. Vengono per giocare a carte, concludere affari, passare il tempo. Se qualcuno chiede a Vola una storia, tutti ascoltano.
Racconta anche i pezzi di vita chiamati calcio. Le partite a cui ha assistito. Come nessun altro.
Racconta il passato come fosse ancora davanti ai suoi occhi. Lo materializza per te. Una proiezione tridimensionale in cui, tu che ascolti, precipiti. Diventi parte del gioco.
La sua voce si fa rumori, ambiente, azione, paesaggio, corsa, passaggio, gol. Tu diventi rumore ambiente azione passaggio gol, quando ascolti il calcio di Quirico Vola.

Dove s'incontrano Emilia, Liguria e Toscana, verso le Apuane, ci sono piccoli paesi orgogliosi come stati, nazioni intere. Un paese si chiama Cento, uno Padula, uno si chiama Navire, uno Riovero, uno Fortinovo. Sono in fila tra pianura e mezzacosta, alcuni aggrappati a un castello o a un campanile in cima a balzi di roccia. Uno dietro l'altro come biglie su una pista di sabbia. Ma al posto della sabbia ci sono erba, campi coltivati e gobbe montane da cui si vede il mare.
Quirico Vola, al cospetto del mare, è arrivato a quarant'anni, tornato nella terra di sua madre, quando lei è morta. Ed era cieco.
Un uomo ben proporzionato, di media altezza, viso regolare, carnagione scura. Molto del suo fascino deriva dal sorriso aperto, dalla voce e dal contrasto fra la freschezza dei lineamenti e i capelli bianchi con riflessi argentei scompigliati in piccole onde che fanno baruffa sul capo. Una persona disciplinata, attenta, a cui piacciono gli uomini che vanno oltre se stessi e sono una folla, una follia, un'accelerata di genio.
E' diventato cieco a sedici anni. I suoi occhi, già lisi, si sono spaccati dietro il bulbo oculare. Come una crepa in un ghiacciaio. Da allora vede bianco e ombre.
Non ha rinunciato alla musica, al calcio, alle donne. Non ha rinunciato a guardare.
Dal bianco e dalle ombre escono i suoi racconti.

Si fanno acuti gli altri sensi, quando ne perdi uno. Più acuti e sottili. Colgono meglio, rubano. L'olfatto, il tatto, il gusto, l'udito, tutti prendono qualcosa alla vista. Toccano, ascoltano, sentono. Anche il sesto senso si affina, dispiega le ali, diventa meno timido, esce dal suo angolo buio.
L'entusiasmo, la giovinezza, l'amore per la vita -dovendo fare a meno degli occhi- gli hanno insegnato a vedere. E a raccontare.
Quirico Vola, quando racconta, dimentica. Se non dimenticasse, non potrebbe raccontare. Ripeterebbe parole a memoria, invece di inventare.

Come è possibile che oggi fra Cento e Fortinovo una ventina di bambini dai sei ai dodici anni -almeno dieci sono bambine- dicano io tifo Toro, tengo per il Toro, oltre a qualche vecchio e a un discreto numero di ragazzi -la metà almeno sono ragazze- che conservano il Toro come seconda squadra, una squadra che non vince da anni, non vincerà più? Dov'è il trucco?
Hanno ascoltato Quirico Vola, il cieco che intaglia legno con mani preziose e con le parole intaglia cuori, fantasie.
Hanno imparato che il Toro non esiste nella realtà, solo nel racconto: gli svizzeri che lo hanno fondato, la maglia color sangue, il sangue al posto della maglia, Bacigalupo-Ballarin-Maroso tutta una collana fino a Loik-Gabetto-Mazzola-Ossola, l'uscita dalla guerra, l'ingresso nella leggenda, Superga, Meroni, Ferrini, tutto sempre come Ettore e Achille, come Castore e Polluce, i gemelli del gol, il poeta, Lido Vieri che quasi segna, la traversa di Amsterdam, comprati e venduti, la Maratona che è una curva lunga lunga che tiene insieme il mondo, è l'Equatore del mondo, racconta Vola.
Allora puoi credere che il tempo sia una disposizione d'animo. Anche la sua voce -che rolla sulle erre, s'impenna sulle dentali, e le vocali escono liquide, umide brezze- una disposizione d'animo, a volte.

Camminava voltandosi indietro. Non guardava niente di preciso, ma voltava la faccia nella direzione opposta ai passi. Era esuberanza infantile, un gesto meccanico. E la sua andatura prendeva un ritmo diverso. Con la testa all'indietro Paolo Pulici cominciava a trotterellare, racconta Quirico Vola. Camminava per Torino così e così entrava in campo.
Un cieco vede Pulici, la maglia che diventa torace, le cosce strette nei calzoncini, i muscoli che stantuffano prima di essere azione.
Ciò che accade davanti ai suoi occhi bianchi e nebbia emerge in braille. Invece di una pagina in braille, un paesaggio in braille. Per chi usa gli occhi è un labirinto di spunzoni, il gioco della Settimana Enigmistica in cui bisogna unire i punti per riconoscere un disegno. Per chi usa polpastrelli, naso, orecchie, sono i tasti di uno xilofono: suonano. E i suoni diventano immagini.
Quirico Vola a trent'anni, sugli spalti dello Stadio Comunale, così vedeva Pulici in campo. Come un radar, ne percepiva la forza e la bellezza. Sentiva l'alito del vento attorno alle persone che si muovevano.
La sua voce muove sul campo i giocatori, quando racconta. Fa la folla. Disegna le traiettorie del pallone. Le parole si arrampicano una sull'altra, si alzano, alzano, come Paolo Pulici nell'area avversaria quando saltava per colpire di testa; corrono, corrono, come Paolo Pulici quando scattava e seminava i difensori, una mandria di cavalli selvaggi, la criniera al vento, muscoli e motore, inseguita da colonne di formiche; e calciano, calciano di collo pieno, di astuzia e di potenza, come Paolo Pulici quando segnava e poi saltava rimbalzando fra erba e cielo, le braccia tese, esultante, esultava la Maratona, i compagni, lo stadio, a volte Quirico Vola faceva esultare anche gli avversari, esultavano le sue parole.
Come la volta di mezzo campo divorato da Pulici in fuga, Zoff davanti, Spinosi e Cuccureddu dietro, e il pallone ad arcobaleno verso la porta, prima domenica di novembre, domenica da derby, anno 1972, pomeriggio caldo, visibilità ottima, nonostante la nebbia nelle campagne piemontesi e nei suoi occhi.

Era il giorno del suo compleanno. Ventinove anni e sessantadue minuti di partita. Toro 1, Juve 0. Pulici al sesto in contropiede. Poi, la Juve sempre avanti.
Quirico sentiva l'assedio e le sortite dei suoi, i lanci negli spazi vuoti e i piedi che pestavano il terreno. Distingueva il passo di Agroppi, di Bui, di Ferrini da come posavano i tacchetti sull'erba. Li riconosceva dalla falcata, dal tempo che i piedi impiegavano a ritrovare il suolo. Pulici era inconfondibile, era l'unico che sapeva volare. Pulici vola, diceva -come se lo chiamasse, non come se descrivesse un'azione. Lo sentiva fratello.
Percepiva il meccanismo oliato dei muscoli sopra il frastuono del tifo. Era un assolo di sax che s'innalzava sul corpo dell'orchestra. Vedeva come sfiorava l'erba e come pesantemente gli zoccoli juventini si affannavano a inseguirlo.
Poi, nel pieno del suo compleanno, scocca il sessantatreesimo minuto e il pallone sguscia secco dalle retrovie, sulla sinistra. La pianura spalancata davanti, il pallone che rotola, Pulici che fa una veronica e si lascia correre, Pulici che con la sua corsa gioca, potrebbe superare il pallone, ma si trattiene. Attorno a lui, nessuno. Nessuno.
A un certo punto, un'eco, uno zampettio lento, un borbottio rabbioso, passettini ulcerati, chi sono quelli?, Quirico Vola non li distingue subito, Pulici vola, fa il suo mestiere, va, una falcata, due, cinque, le rimpicciolisce -è come trattenere il fiato quando suoni- tocca il pallone con il destro, crede Quirico, il destro di Pulici tocca il pallone come tu passi il panno su un soprammobile, e quei due dietro, sempre più dietro anche se aumentano la velocità, Spinosi che sballonzola come un riccio, sbuffa -deve essere lo sbuffo di Spinosi, quello- e Cuccureddu, Cuccuruccucu Paloma, con le u che si allungano a piacere e la o di Paloma che si ricarica mentre la pronunci. Più che un mediano, più che un inseguitore, una canzone. Cuccuruccucu cantava... Antonello Cuccureddu nato ad Alghero cantava lelodi di Paolo Pulici, il ciclone. Era sempre stato il suo chierichetto.
E laggiù Zoff, la pertica, che si avvicina. Pulici lo guarda. Un'altra falcata. Un altro sguardo. Come prendesse la mira e dovesse catturarlo per dipingerlo. Si prepara alla pennellata. Guarda il pallone, intinge il piede nel colore.
Quirico gli sente le basette sulle guance e il sudore nei capelli, sul collo, e l'impegno sente, la forza, la grazia, la Maratona invocante e i bianconeri terrorizzati, e il sinistro di Pulici che tarantella, ancora un passo, ancora un altro, ammorbidisce i ciuffi. Ma quanto aspetta? -si chiede.

L'attesa è la migliore alleata del racconto. E dell'azione. Stana gli avversari e chi ascolta. Fa tendere l'orecchio, sporgersi in avanti.
Pulici aspetta e Zoff lo ascolta, si spinge in avanti, di poco, ma avanti. Anche Quirico ascolta, è proteso sulle gradinate. Ha tutti i sensi che strappano nebbia davanti agli occhi. Sente il sinistro di Pulici che si abbatte a colpire, ferro e velluto insieme, elastico, spostando l'aria da sotto in su dietro il pallone. E' lo spostamento d'aria a imprimere la traiettoria e l'effetto, un millesimo di secondo prima dell'impatto con il piede.
Quirico segue il pallone, segue le voci che seguono il pallone, segue i metri che il pallone guadagna, l'impennata e la morbidezza con cui procede. Sembra indifferente, il pallone, a ciò che accade. Va. Come Pulici andava, adesso va il pallone.
Inquadra Zoff, Quirico, pertica Zoff, Mole Antonelliana Zoff, Tour Eiffel Zoff, alto, carsico, il braccio fanciullo rigido in verticale, il saltino da scolaro al limite dell'area piccola. Una posizione onesta, mica sbagliata, previdente. Ma non basta.
Il pallone scende di colpo e soffia nella rete. La rete fa come le guance di Dizzy Gillespie, come la rana. Esce un suono bellissimo da quel gol. E il gol diventa tutta l'azione, tutta la partita fino a quel momento. E Quirico può rivederla bene, inciderla nella memoria. Appropriarsene.
Due a zero. Poi segnano gli altri, una rete, non un vero gol -inutile. E quando dice inutile, Quirico Vola sorride.

Racconta il gol di Paolo Pulici a Zoff, il giorno del suo compleanno, come un sorriso. Lo proietta negli occhi degli ascoltatori.
Qualcuno fa domande, chiede altri racconti. Giorgio De Nizzi si siede e chiede un'altra partita, un'altra vita. E così Ferdinando, che ha sedici anni ed è miope, porta occhiali grandi a finestra perché non tollera le lenti a contatto. La piccola Lella chiede di quando è stato in Africa: Quirico Vola non è mai stato in Africa, ma l'ha raccontato mille volte, il suo viaggio, quando l'Africa era ancora nera, veramente nera e lontana. Stefano e Gloria, separatamente, chiedono dell'amore, dei suoi amori. Gigi chiede di quando i tedeschi hanno invaso la Polonia: lui l'ha visto? No, non l'ha visto, ma racconta lo stesso, altri hanno visto per lui. E di quella volta che l'aereo è caduto in mare, sparato, bombardato, ma nessuno sa niente, nessuno vuole parlare, chiede Elena, e qualche pomeriggio viene anche sua madre ad ascoltare. E Christian chiede delle Brigate Rosse, che a volte chiama Brigate Grosse, che a Torino ammazzavano e oggi ammazzano in Emilia e in Toscana, com'era quando ammazzavano a Torino, e perché?
Le spalle robuste, un po' curve, seduto nella stanza dove lavora o appena fuori casa o sulla panca davanti al bar di Salvo, appoggiato al muro, o sotto gli alberi al centro della piccola piazza, Quirico Vola mette in atto la sua passione e racconta. La sua passione riduce il mondo in un racconto. Storia dopo storia dopo storia, che sembra non abbiano inizio finchè non arrivi alla fine.
Spesso l'inizio delle storie si trova alla fine. Come il gol, che è l'inizio della storia anche se sta al fondo dell'azione -allora cominci a raccontare, dice. Di tanto in tanto beve un bicchiere di vino, un bicchiere d'acqua e continua. Che cosa farebbe la terra fra Cento e Fortinovo, se un giorno lui smettesse di raccontare? Che cosa direbbe, laggiù, il mare?

La maggior parte delle persone odia ciò che non capisce. E siccome la maggior parte delle persone non capisce la maggior parte delle cose che accadono al mondo e a loro stesse, la maggior parte delle persone odia la maggior parte delle cose del mondo, dal sorriso al pianto, dalle tasse ai calli, dalla morte all'amore. Odiano l'amore. La maggior parte delle persone odia l'amore e non lo sa. Lo ignora. Ignorante in fatto d'amore e di tutto il resto. Perché non lo sa vedere, non lo guarda negli occhi.
Quirico Vola -di tutto il resto, dell'amore- ha incontrato gli occhi una volta e li ha guardati diritto. Una volta per tutte. Poi ha messo da parte la vista. E ama. Raccontando ama. Amare è vedere, dice. Vedere di nuovo, ogni volta nuovo.
Quando gli chiedono un racconto, lui prende tempo, prende il tempo, si mette comodo e comincia. Con un NO. Di solito comincia con un NO.

(da Schema Libero, ed. Gazzetta dello Sport, 2003)