FACCIA, NOME, DESTINO


Aveva diciassette anni e mezzo e si è presentato così. A Bari. Nel Bari allenato da Fascetti. Stadio San Nicola. Un sabato di metà dicembre del 1999. Seconda partita in serie A. La domenica prima, l’esordio in trasferta nel derby di Puglia contro il Lecce, 1-0. Passano sei giorni ed è davanti al suo pubblico, contro l’Inter. E lui: tacco testa finta scatto slalom fra Panucci e Blanc, rimasti piantati lì come croci in un cimitero, e gol. Semplice. A rivederlo, sembra un passo di danza, un volteggio di tango, con la palla a fare la femmina avvinghiata al suo tanghèro, e se leggete tànghero va bene lo stesso. Allora, in diretta, è stato un fulmine e un arcobaleno insieme.
E’ questione di faccia, di nome e di destino. Come sempre. Come quasi sempre. E’ questione di che cosa si trova dentro il nome, dentro la faccia, dentro il destino di un uomo. Antonio Cassano da Bari Vecchia, per esempio. Che cosa ci puoi trovare dentro Antonio Cassano? Il talento prezioso, ci trovi, tenacia e meraviglia. Va bene, e poi? L’istinto puro del calcio. Bene, e poi? La bellezza dell’ardire e dell’ardore. E poi? La capacità virtuosa di rendere concreta l’immaginazione. Poi? La promessa e la premessa del genio, di chi sa fermare il tempo in un gesto, in un’azione. Ancora qualcosa? Il Barone di Münchausen, tutto intero il Barone di Münchausen con la sua bulimica fantasia dentro Antonio Cassano, ventidue anni di calcio, che gioca come il barone fantastica, che dai suoi piedi fa partire racconti. E se non sono racconti, sono poesie.
Tutto questo dove ha inizio, dove si attacca? Si attacca alla faccia, al nome e al suo destino. Faccia nome destino hanno un momento, un istante preciso in cui sono insieme, sono la stessa cosa, e poi non più. Un attimo soltanto. L’attimo dopo cominciano a separarsi, impercettibilmente: ciascuno segue la propria strada. Che poi, le vedi, sono strade parallele magari, ma quasi mai è la stessa: è così che si perdono gli uomini, così che vivono.
L’istante in cui il nome, la faccia e il destino sono la stessa cosa, la stessa materia, è quello della nascita. E’ lì che bisogna ritornare. Provate a prendere queste righe come un passaggio per tornare alla nascita di Antonio Cassano. Fate l’autostop e queste righe vi raccolgono a bordo. Si parte. Dalla faccia.
La faccia è indiana. Fa anche rima: la faccia di Antonio Cassano è quella di un indiano. Lasciate perdere che si è tinto i capelli di biondo e guardate i lineamenti. Può benissimo essere un indiano del sud-ovest, un apache, un navaho, un hopi. Me lo sono trovato davanti a Reggio Emilia, nelle sale di Palazzo Magnani. Stava in una fotografia, un primo piano intenso. In una mostra, bellissima, che chiude a fine luglio. Non importa se non fate in tempo a vederla: chiusa la mostra, rimane il catalogo. Antonio Cassano, detto A Walpi Man, c’è anche sul catalogo, addirittura in copertina. La mostra s’intitola Edward Curtis – L’eredità degli Indiani d’America. Edward Sheriff Curtis (1869-1952) era un americano del Wisconsin che catturava ombre. Ombre rosse. Quarantamila fotografie, diecimila canti registrati e trascritti nelle lingue e nei dialetti che andavano perdendosi: una lotta contro il tempo per documentare “le tradizioni, le conoscenze, il modo di vita di una delle grandi razze dell’umanità”, così diceva. Le avrete sicuramente viste, le foto di Curtis, rabdomante di memorie: hanno contribuito in maniera decisiva a costruire il nostro immaginario sugli indiani. Sono quei ritratti seppiati, dorati, volti con lampi di fierezza, dignità, posture e paesaggi che molti film hanno ricalcato, tracce di una civiltà sconfitta ma non omologata. Un sogno talmente grande, il suo, che non riusciva a vederlo tutto. Un sogno monumentale diventato realtà.
Fra sogno e realtà mi sono ritrovato davanti Cassano. Giuro. E’ ancora qui, mi fissa dal catalogo stampato in Canada, Sacred Legacy, edito da Simon & Schuster, lunghi saggi in inglese, ma uno può trascurare l’inglese e guardarsi le fotografie a tutta pagina: hanno una forza che supera le parole.
A Walpi Man ha più di ventidue anni, capelli lunghi e scuri con una fascia annodata sopra la fronte, due grossi orecchini ai lobi, ma per il resto, zigomi, naso, bocca e sguardo sono Cassano, che viene, sì, dalle strade di Bari Vecchia, via San Bartolomeo, ma sono strade con dentro praterie, orgoglio, fierezza e ribellione, e istinti da uomo libero e selvaggio. Strade che induriscono, fanno venire i calli e lasciano la briglia sciolta.
Poi c’è il nome. Ho imparato anni fa che il nome ha con sè il destino e il racconto della tua vita. Che se fai un’inversione di vocali nome diventa nemo, e allora tu non sei nessuno. Ma se ci giochi, con le lettere, trovi la storia. Claudio Mercandino, giornalista, giocoliere e arbitro, è andato per anagrammi su Antonio Cassano e ha trovato un paio di pepite niente male. Le rubo e le metto qui. Per completezza dico anche che ha rabastato sul fondo pescando il perentorio “io can assonnato”, l’inquietante “sano scannatoio” (sarà che da solo, con i piedi, scanna le squadre avversarie?), l’equivoco “noiosa scantona” (noiosa la vita e allora lui scantona ed entra sul campo di calcio?), il goliardico “son oca onanista”, nonché il vocativo culinario “o annosa costina”.
Le perle sono altre: “sì, oso cannonata”, per esempio. Antonio Cassano è uno che osa sparare cannonate con i suoi comportamenti, dentro e fuori dal campo. Ancora di più: “casta non noiosa”. Antonio Cassano appartiene a quella casta, a quella sublime schiera di angeli -i piedi in funzione di ali- che sono addetti a coltivare e a presidiare la fantasia, a combattere la noia come fosse il diavolo. Angeli con la faccia sporca, però. Come quell’altro, che sopravvive sull’esile frontiera fra delirio e memoria, territorio riservato a chi ha avuto troppo passato, così tanto passato che si è ingoiato anche buona parte del futuro: Diego Armando Maradona.
Tempo fa è stato il professor Antonio Dal Monte, già responsabile dell’Istituto di scienza dello sport del Coni, a paragonare Cassano a Maradona, dal punto di vista fisiologico e biomeccanico. A un certo punto notava: “Cassano è un eccellente calciatore. Ha un’età in cui ci sono margini di miglioramento. Spero che alla crescita fisica possa affiancare una parziale maturazione mentale. Dico parziale perché, se fosse assoluta, avremmo un archivista di ministero e non un soggetto geniale”. Culo basso, piedi piatti, andatura tracagnotta nonostante il metro e settantacinque di altezza: però è un genio, un esecutore di miracoli chiamati dribbling a velocità irresistibile.
Per chiudere con gli anagrammi: come considerare quest’ultimo, “sono nato in casa”? Oh, certo, Antonio Cassano è nato in casa. Ma quale casa? Mica quella di sua madre Giovanna, che pure l’ha tirato su sacrificio dopo sacrificio, e per questo era considerata dal figlio l’unica persona -almeno all’inizio- che aveva diritto di gioire per i suoi gol. Quale sarebbe allora la casa dove è nato Cassano? Per rispondere, bisogna arrivare al destino.
Il destino. Uno lo pensa solo rivolto in avanti, qualcosa che sta nel futuro, che guarda oltre, dove ci sono le cose ancora da venire. E’ un difetto di prospettiva, un’abitudine. Il destino sta anche alle spalle. Sta là dove s’inizia, dove si nasce. E’ il proiettore che proietta il film: sta dietro, in fondo alla sala, in una cabina che sembra il collo di un utero.
Il destino, dunque. Un giorno ho chiesto di Cassano ad un amico, Fernando Acitelli, scrittore visionario, numero dieci della pagina, romanista tutto cuore e sangue, enciclopedia vivente del gioco del calcio. Poiché Fernando -prima di essere scrittore, visionario, romanista, cuore, sangue- è poeta, capace di pennellare versi con lo stesso talento con cui l’Antonio di Bari gioca, ha risposto con una poesia. Comincia così: “Fanciullo d’un urlo al tramonto/ quando nel sottoscala saraceno/ il gioco d’assi passa di mano e si fa/ diagnosi il volto del vincitore di poco prima”. Poi continua. Ma bastano già quel fanciullo, quel sottoscala saraceno. Basta quell’urlo al tramonto.
Antonio Cassano è nato il 12 luglio 1982. Da un urlo. Appartiene alla squadra di quelli non nati da donna. Quelli non nati da donna sono desti-nati all’impossibile, a far dell’impossibile realtà concreta. Lo dice Shakespeare nel Macbeth, a proposito di Macbeth, lo spietato generale che vuole il trono di Scozia per sé, spinto nell’ambizione dalla moglie. Le streghe, che come corvi riempiono l’aria di questa tragedia, gli garantiscono che non sarà sconfitto finché la foresta grande di Birnam non risalirà in armi contro di lui. Sostengono anche che nessuno partorito da donna riuscirà mai a fargli male. Chi dunque potrà prevalere su Macbeth? Macduff, che giunto al duello finale rivela come sia stato tratto anzitempo, con un taglio, dal grembo di sua madre: non partorito, tirato fuori prima.
Chi può salvare il calcio, opporsi fieramente a tutto quel tragico, farsesco Macbeth che è diventato, se non quelli come Cassano, i non nati da donna? Sia detto con buona pace di mamma Giovanna.
Correva l’anno 1982, diciamo che zompettava. Correva il mese di luglio, diciamo che sudava. Correva il giorno undici, diciamo che correvano undici contro undici, italiani e tedeschi, a Madrid, su un campo di calcio, dietro a un pallone, finale della Coppa del Mondo. Correva il ventiquattresimo minuto del secondo tempo, diciamo che stava lì ad aspettare che Bruno Conti smettesse di volare sulla fascia, che Paolo Rossi finisse di mettere in mezzo per Scirea, che l’immenso Gaetano e l’allora giovanissimo Bergomi, saliti in area avversaria, decidessero di dar via la palla, che Marco Tardelli se la trovasse sul sinistro al limite dell’area, l’accarezzasse con eleganza stralunata, e gol, 2-0. Correva infine anche Tardelli, oh come correva, con quelle braccia che remavano forsennate e quell’urlo che gli riempiva la bocca e lo stadio e l’eurovisione tutta. Quell’urlo. Avete presente l’urlo di Munch, il pittore norvegese a cavallo di Otto e Novecento? Forse il quadro s’intitola Il grido, ma fa lo stesso: la testa di un uomo in primo piano, la bocca messa a “o”, urlante, le mani sulle orecchie e, alle sue spalle, una strada sinuosa e un cielo a strisce rosse. Tardelli ha messo le gambe a quell’urlo. Da sgomento e disperazione l’ha trasformato in gioia rabbiosa, passione stravolgente. Un gol, il suo, e una reazione che solo Eupalla, direbbe Gianni Brera, nostra musa della Pedata (entrambi muse per noi, sia Eupalla, sia Gianni Brera), può concedere.
Quanto ci impiega un urlo, nel mese di luglio, ad arrivare dalla Spagna, da Madrid, fino in Italia, nel Sud, in Puglia, nel cuore vecchio di Bari? Ci impiega tutta la notte, arriva il giorno dopo. E’ quell’urlo, che suona come una doglia di felicità e di bellezza, è quella magia che partorisce Antonio, strappato anzitempo dal grembo della madre. Cassano è quell’urlo liberatorio di ventidue anni or sono fattosi carne e ossa, fattosi giocatore, campione, destino. Un urlo che si è preso una faccia da indiano e un nome da bambino.

 

Torna alla pagina di Gian Luca Favetto