“Un-na avventura all'italiana: the italian melodrama”
di Emiliano Zannoni

Mentre attendevo il treno che mi avrebbe condotto nella piccola località di Unna, teatro della Writers League 2010, cercavo di allentare quel briciolo di tensione che mi sentivo addosso, essendo alla prima esperienza ufficiale con la  Nazionale Italiana Scrittori.
Davanti a me, anzi praticamente tutto intorno nel raggio di chilometri, una campagna per certi versi bella e ordinata, ma parimenti piatta e monotona.
A farmi compagnia e mitigare un po' gli affanni “Il Colosso di Marussi” di Henry Miller, il sole che si era appena fatto spazio tra le nuvole e una Winston Blu che stavo cercando di gustarmi nella sua interezza, dopo qualche ora di esilio coatto in aeroporto, cioè succhiandola fino a far divenire il filtro oltremodo scuro. Ampie boccate...ah bene
“Here not smoke!” sentii proferire d'improvviso da un alto signore tedesco sui 55 anni, con un'energia ed un'incazzatura pari solo all'inesattezza della costruzione grammaticale utilizzata.
“Si comincia benino...” mi venne da pensare mentre gettavo via il mozzicone e mi scusavo col crucco facendogli comunque notare che trattavasi di luogo interamente all'aperto
“...questi abitanti della Renania sono proprio degli scassapalle”
Di lì poteva dirsi iniziato, simbolicamente, il mio primo torneo europeo con l'Osvaldo Soriano FC, la Ruhr Lit Cup in terra di Germania.
Un'avventura forse non altrettanto epica quanto le gesta dei Greci di cui narrava Miller nel libercolo che mi portavo appresso, ma certamente vissuta “a tutto campo”, cercando di assorbirla completamente, proprio come il fumo di quella sigaretta.
Si sarebbe infatti susseguita, di lì a breve, una serie di vicissitudini che mi avrebbero portato a far rientro nel Bel Paese con una stanchezza disumana ma la netta sensazione di aver dato tutto, dentro e fuori del campo, ovviamente in termini di squadra e di mitico gruppo creatosi, prima che dal punto di vista meramente personale.

Il tranquillo alberghetto che ospitava la compagine azzurra era lo stesso in cui alloggiavano i ragazzi turchi, anch'essi alla prima esperienza internazionale: mi sembrarono subito affabili ed assolutamente compatibili con noi latini, essendo infatti gli unici altri rappresentanti dell'area mediterranea e anche i soli relegati nel modesto Kraka Hotel, quando le nazionali nord europee erano state dirottate sul più nobile Katharina.
All'esordio sul bel campo in erba di una base militare, che però rievocava vagamente i fantasmi della seconda guerra, ci imbattemmo subito nella temibile (ma mai veramente temuta) armata tedesca, che aveva nel portiere Ostermaier, un ragazzo tanto fotogenico quanto fintamente cordiale e nient’affatto ironico, il suo massimo rappresentante.
Il match, come da copione, fu probabilmente il più duro da noi disputato nell'arco dell'intera competizione, almeno in termini di vigoria fisica e determinazione messe in campo dalle due formazioni.

“Questo tedeschi picchiano come fabbri” mi venne infatti da pensare all'ennesimo fallo subito da bomber Trento e mentre mi toccavo il ginocchio già  dolorante a causa del colpo appena ricevuto dal mio diretto avversario, un terzino destro praticamente albino
“...e neanche ti chiedono scusa” continuai mentre il fiato si faceva più corto e la mente cominciava ad offuscarsi.
“Dai Emi, non farci caso, continua a giocare al tuo meglio, e soprattutto non farti riconoscere da subito, non al debutto almeno: questa è una partita di pallone tra gentiluomini che impugnano la penna, mica tra gente che imbraccia i fucili...”
Poi, però, arrivò il repentino black-out, quell'attimo di subitaneo reset del cervello  in cui il corpo, o almeno il mio, lavora quasi per conto suo, senza una guida alcuna.
Il mio primo giallo con gli scrittori, che nulla aveva a che vedere ahimè coi bei libri del granitico centrale Simi o dell'elegante regista D'Amicis e che avrebbe potuto tranquillamente tramutarsi in un ben più vivido rosso sangue, se solo l'arbitro non mi avesse graziato.
“Certo è proprio una bella testa di cazzo questo Zannoni” avrebbe sinteticamente sentenziato mister Sollier quella sera stessa, mentre cenavamo in un'antica birreria poi divenuta avveniristico museo delle luci, dopo averci dato la sua solita perfetta lettura della partita.
La quale, comunque, tra occasioni da una parte e dall'altra e reciproche scorrettezze, scivolò verso il più classico dei punteggi d'esordio all'italiana, terminando sullo zero a zero.

Adesso era subito la volta degli ungheresi (il massacrante gironcino a 4 prevedeva infatti tre partite da disputarsi, quasi senza soluzione di continuità, nella stessa giornata), che definire guidati da Péter Zilahy sarebbe fare un torto colossale all'intero popolo che dette i natali al grande Puskas.
Erano scarsi, certamente inferiori a noi, che infatti ci gettammo a capofitto nella pugna nel tentativo di segnare il primo goal azzurro del torneo, senza certo poter immaginare che sarebbe arrivato solo molto tempo dopo...
Gli ungheresi, probabilmente memori della semifinale di ritorno di Champions tra Barcellona ed Inter, e sfruttando le intuizioni tattiche dello Special One, formarono due linee difensive così fitte che la coorte dell'inno di Mameli sarebbe sembrata, al confronto, un gruppetto smagliato e distratto di legionari al bivacco.
Non c'erano versi, non si passava, né coi guizzi del fantasista Lombardi, né coi tocchi vellutati di Grande, né con le folate del solito Trento.
Ci voleva l'invenzione del talento puro, quella che attendevamo, infatti, dal debuttante Dani Sardiello; che, invece, nonostante i saggi consigli di papà Luigi, altro esperto difensore azzurro, finì per farsi irretire dalle impenetrabili maglie magiare, rimediando pure un bel rosso alla Zannoni per quello che gli addetti ai lavori avrebbero definito un fallo di frustrazione, più che di reazione alle numerose pedate subite.
Altro “match nullo”, come dicevano i vecchietti del bar sotto casa mia al sabato sera, quando li trovavo al tavolino con un “ponce” caldo in una mano e la schedina del Totocalcio nell'altra, a cercare di ipotizzare quel tredici che avrebbe certamente rimpinguato le loro tasche, ma che altrettanto sicuramente non avrebbe modificato il loro stile di vita da anziani onesti, sereni, paghi.

Rischiavamo veramente, a questo punto, di non passare il turno e di tornarcene a casa anzitempo amareggiati e soprattutto malconci, visto che il bollettino dal fronte cominciava a mostrarsi impietoso: il fiero combattente Boccia accusava già il primo infortunio muscolare serio, ma gli acciacchi erano evidenti in ciascuno di noi, stante il numero di bombardoni (anti-infiammatori, anti-dolorifici, de-contratturanti, sospetti viagra impoveriti, ecc.) ingeriti dai non più giovanissimi atleti italici come fossero mentine.
E non c'era neanche il tempo per recuperare le forze: occorreva battere il simpatico fanalino di coda FC Criminale, che di criminale aveva soltanto il fatto di schierare dei signori talmente panciuti e attempati che ciascuno di loro rischiava l'infarto ad ogni accenno di pseudo-scatto; l'impresa certo non era  titanica dunque, ma intanto bisognava riuscirci, senza più sbagliare, e poi occorreva vincere con più di due goal di scarto, giacché tedeschi e ungheresi, in odore di clamoroso biscottone (o addirittura Waffeln), avevano appena pareggiato e ci attendevano al varco, speranzosi.
La tensione era ai massimi livelli, stemperata soltanto dalle battute sagaci dell'esterno di centrocampo Forlani in cerca dell'agognata demi-volée.
Dopo una prima fase di gioco concitata e nervosa, mentre lo spettro della vergognosa eliminazione (stile Corea del Nord, per intendersi) si faceva sempre più evidente, ecco che arrivava il primo goal dei Soriani nel torneo: angolo del mister, traiettoria perfetta sul secondo palo per l'accorrente Zannoni che si elevava in versione Gigi Riva e incornava a rete con violenza!
Anzi no, mi correggo: angolo del mister, la palla correva stancamente sulla linea di porta come incerto volo d'uccello che abbia lasciato il nido per la prima volta, il già accorciato Zannoni si doveva abbassare di altri 30 centimetri buoni per colpire la palla di testa e metterla alle spalle del portiere (che forse era una portiera e forse no, non si è capito bene in definitiva).
Da lì partita in discesa con tripletta di bomber Trento e tocco di precisione di Lombardi per il 5 a 0 finale che valeva l'accesso alla semifinale con la Turchia, sorprendentemente prima nel gruppo A ai danni della Svezia.

Piccola parentesi impegni serali-reading-eventi: la cittadina di Unna, certamente pulita ed accogliente ma anche assolutamente artefatta, coi suoi pratini pettinati e le variopinte costruzioni alla Disneyland come fosse un immenso outlet, sarà pure una delle capitali della cultura più conosciute in ambito europeo, come si affrettavano a sottolineare i politici locali, ma quanto a capacità di organizzazione della manifestazione e di positiva commistione trai cervelli e le storie dei vari partecipanti, lasciava alquanto a desiderare: che senso ha prevedere intere sessioni di reading con traduzioni dal turco o dall'ungherese al tedesco? La lingua ufficiale non sarebbe necessariamente dovuta essere l'inglese?
E poi...perché solo noi italiani a donare i libri a inizio partita? Ok, forse non li leggerà nessuno, proprio a causa dei problemi legati alla lingua, ma almeno chi ne avrà voglia o ne sarà rimasto incuriosito potrà andare a consultare internet per vedere se trova notizie aggiuntive su quel testo o su quell'altro autore.
In definitiva, direbbe il pagellista Ziliani, voto ai reading: 4 meno, confusionari, sconcertanti.

La semifinale (o semifinalina, visto che era stata incredibilmente pensata di soli 40 minuti complessivi, poiché il giorno stesso ci attendeva la trasferta a Dortmund per la godibilissima partita Borussia-Wolfsburg) sembrava filar via abbastanza liscia, essendo giocata con agonismo ma con il massimo fair-play da entrambe le squadre: c’era un solo ma, costituito dall’infortunio occorso al nostro bomber nella partita precedente, per colpo ricevuto dal solito Zannoni (stavolta involontariamente, lo giuro, me ne sento ancora in colpa caro Francesco).
Le occasioni più nitide, comunque, erano certamente azzurre, anche perché in difesa gli impeccabili Longo, Geda, Simi e tutti i componenti della Linea Maginot (miglior difesa del torneo con una sola rete subita) facevano attenta guardia, guidati da un reattivissimo Lazzarini, che quasi si troncava il collo in un’uscita a valanga di quelle che ti chiedi se davvero tutti i portieri non siano un po’ pazzi, e da un Mathieu che giocava magistralmente d’esperienza e di fisico, senza commettere errori né fallo alcuno, se si eccettua quello appoggiato sulle terga del povero turco vittima involontaria di sodomia (come testimoniato dall’attento occhio meccanico di Boccia).
La partita, però, era davvero troppo breve ed equilibrata per potersi sbloccare prima del triplice fischio, così che arrivammo ai drammatici calci di rigore.
Già me la facevo addosso, anche se avevo dichiarato in precedenza e mi affrettai a ribadire subito, da vero cuor di leone, di non essere portato per il tiro dagli undici metri.
Infatti si presentarono sul dischetto i più coraggiosi, mentre anche l’ottimo jolly di centrocampo Menni, così come il mitico capitano d’Amicis, alzavano bandiera bianca, rinunciandovi: nonostante la bella parata di Lazzarini, dopo un errore del prode Cassardo ingannato da una finta di corpo del “gatto di piombo” portiere avversario, si presentava sul dischetto un acciaccato Trento. Era il copione dell’ “italian melodrama”, col leader infortunato che ricordava Roberto Baggio dei mondiali del ’94. E che infatti, come lui, falliva il tiro. Tu quoque, Trente, fili mi!
Niente da fare, neanche questa coppa sarebbe stata azzurra, porca Elena! (di Troia, ovviamente).

Ecco che, però, si andava materializzando all’orizzonte il più dolce ed immediato tra i possibili riscatti italici: la partita per il bronzo contro la Svezia campione in carica, mai battuta dagli azzurri nelle precedenti edizioni.
Una pioggerellina quasi impercettibile accompagnava il riscaldamento dei nostri eroi (via giù, ora non esageriamo, facciamo dei nostri ragazzi) nell’ex stadio del Borussia Dortmund, che tanta somiglianza pareva avere, anche a livello architettonico, con quello in cui Pelè, Ardiles e Bobby Moore avevano affrontato la selezione della Luttwaffe in “Fuga per la vittoria”.
Poi venivano gli inni nazionali (io pateticamente commosso, anche se cercavo di non darlo a vedere) con gli azzurri che, presi dal furore agonistico, volendo assaporare il prima possibile la meritata vittoria, anticipavano le note di Mameli in modo imbarazzante.
Inizio in salita; gli svedesi giravano bene la palla e facevano girare anche le nostre poiché, molto scorrettamente, dopo aver pianto per i troppi infortuni patiti nei turni precedenti, si erano fatti dare il nostro placet a schierare alcuni ragazzi della Nazionale inglese, manco a dirlo i più giovani e scattanti.
Su corner e successiva ribattuta con contro cross e colpo di testa arrivava l’uno a zero per i poderosi ma non a caso altrettanto “legnosi” figli dell’Ikea.
C’era tutto il tempo di reagire però, ma soprattutto la voglia e la consapevolezza di poterci riuscire.
L’invenzione, stavolta, era di Carletto Grande, che faceva partire una rasoiata imprendibile in buca d’angolo per il momentaneo 1 a 1. Superb!
Tutto questo mentre i Turchi, che si stavano riscaldando in vista dell’imminente finalissima con la Germania, cominciavano ad esultare intonando un “Bella ciao” versione Istanbul, tra le facce incredule degli astanti.
Noi, col cuore gonfio d'orgoglio, raddoppiavamo le forze e le energie per fronteggiare gli assalti anglo-svedesi, che avevano in Martin Bengsston, già compagno di squadra di Oba Oba Martin ai tempi della Primavera nell’Inter, il suo più temibile esecutore.
Dal canto mio, dietro indicazione del mister, cercavo di non mollarlo un attimo, di non dargli modo di alzare la testa per far gioco, ma sentivo d’improvviso gli acciacchi di almeno 27 anni di calcio praticato nei campi di Mezza Toscana. Erano tutti con me adesso.
Chiunque della compagine azzurra, però, dai più anziani ed esperti soriani ai più giovani aspiranti scrittori, riuscivano a dare un po’ di più di quello che avevano in corpo, come  avvertissero nell'aria l’odore del bronzo, o  cogliessero il rumore metallico delle medaglie impercettibilmente mosse dal vento.
Tutti insieme, quelli dentro e quelli fuori dal campo.
Italy! Italy! continuavano gli amici turchi dagli spalti, accompagnati solo adesso dai timidi applausi di qualche altro divertito spettatore.
Le azioni si susseguivano da una parte e dall’altra, Lazzarini faceva un paio di super parate, gli avanti cercavano di ficcare, mentre centrocampo e difesa non indietreggiavano di un metro.

Poi, come nelle belle storie romanzate, il giovane talento prendeva il pallone, accarezzandolo col piede delicato, avanzava velocissimo verso l’area di rigore avversaria, con passo da vero felino (del quale infatti sembrava ricordare, oltre che le movenze, lo sguardo, di un’intensità e una dolcezza fuori dal comune).
Correva, dribblava, saltava, era in procinto di calciare…veniva messo giù: calcio di rigore!
Eravamo di nuovo lì, a undici metri dalla gloria, ma non poteva sempre andare all’italiana; sul dischetto non c’era Cabrini né Pertini in tribuna a seguire con pathos.
Calciava, invece, chi era logico che assumesse il comando prendendosi la squadra sulle spalle nel momento topico: il professionista dell’Osvaldo Soriano.
Partiva Sollier, portiere da una parte, pallone dall'altra. 2 a 1.
Il bronzo, nonostante i disperati assalti finali del “biondino enfant prodige” (poi uscito per infortunio, recito l'ennesimo mea culpa) e dei compagni, prendeva la strada per l'Italia, insieme a tutti noi.
“Grandi momenti” avrebbe commentato l'inarrivabile Effeeffe.

Nel lungo e faticosissimo viaggio di ritorno verso Livorno, riflettevo sulle tante emozioni regalatemi da questa esperienza: quelle della scoperta di un nuovo gruppo, ancor prima che di veri scrittori, di amici veri che, anche tra una battuta e l'altra e con la giusta dose di autoironia, si trovano a lottare per un obbiettivo comune.
E poi, quelle legate al positivissimo confronto e dialogo con persone (alludo anche agli scrittori delle altre nazionali con i quali ho avuto modo di interagire almeno per cinque minuti) in massima parte interessanti ed interessate.
Infine, quelle scaturite da un senso di appartenenza che, ne sono certo, ha smosso le coscienze di tutti noi, e del giovane Daniele in primis, il quale ha ancor più bisogno di seguire il proprio cammino avendo accanto magari, oltre al mitico Luigi e alla famiglia, anche un gruppo di “cazzoni” un po' cresciuti e matti per il pallone a fargli compagnia per qualche tappa del viaggio.
Che continuerà a lungo, anche per il mitico Osvaldo Soriano FC.
Prossima stazione: Sunderland, o forse Istanbul. Compagni turchi stiamo arrivando...

Turky-e, Turky-e, Turky-e, Turky-e!
Turky-e, Turky-e, Turky-e, Turky-e!

Grazie a tutti, di cuore.

Olé