A Foggia - di Francesco Zardo

La libertà è un argomento piuttosto complesso che negli ultimi duecent’anni s’è corrotto.
Se partiamo dalla nozione di “liberté”, accorpata a “égalité” e “fraternité” nella rivoluzione francese e la confrontiamo con l’attuale accezione italiana accorpata a “popolo delle” ci accorgeremo, come nel frattempo aveva chiarito Erich Fromm, che alla libertà sarebbe meglio sottrarsi, per l’uomo moderno, e al limite agganciarsi alle regole dell’umanesimo normativo, ben esposte dallo psicoanalista tedesco.
Ammetto che sarebbe fuorviante, con ciò, soffermarsi troppo a lungo sulle dottrine di Fromm quando tutti s’aspettano quel buon resoconto di viaggio e partita dell’ultima impresa della Nazionale italiana scrittori: la trasferta foggiana nella casa circondariale.

La pattuglia di scrittori nazionali partente verso Foggia per sfidare la Nazionale dei prigionieri del carcere di Foggia era, la mattina, di sette persone della trentina preventivate: in ordine alfabetico D’Amicis, Grande, Lombardi, Menni, Santori, Trento e Zardo, cioè io. Cominciamo proprio da me: la mattina mi sono svegliato all’alba e sono uscito di casa proprio in quell’ora in cui piomba la polizia col mandato di cattura per sorprendere noi ricchi bancarottieri fra le coltri. Nel buio della cucina ho lasciato un bigliettino a Lucrezia che suona così: “Ciao tesoro, vado in prigione: mi mancherai”.

Oltre alla partita era in programma una relazione nella biblioteca del carcere. Argomento: Libertà, legalità, scrittura. Auditorio: cinquecento carcerati prigionieri che avevano richiesto un incontro con la nazionale di pallavolo veline, magari, e invece si vedevano recapitati dalla Provincia foggiana sette scrittori pelosetti e bianchicci. Una premessa non proprio favorevole alla sapiente relazione di Zardo, tant’è vero che per prudenza, immagino, la Provincia foggiana non aveva organizzato l’incontro culturale nel detto carcere (come avevo capito solo io, e per pura distrazione), ma alla biblioteca provinciale di Foggia. “La biblioteca, non il carcere”, m’hanno chiarito Carlo D’Amicis e Carlo Grande una volta in viaggio, quando già avevo censurato la mia relazione di tutti i suoi riferimenti rocamboleschi.
M’ero anche documentato: nominare la “letteratura d’evasione” nella biblioteca di un carcere e poi sghignazzare è roba scontata, come una scureggia nei film di Vanzina.
Insomma, tutte censure, avevo adottato, poi superflue nella biblioteca foggiana.

Delle trasferte una cosa che mi piace assai sono le chiacchiere che si fanno nella macchina di Carlo D’Amicis, una Renault Kangoo a due piani, della quale mi colpisce sempre che nei sedili di dietro ci stanno due portabagagli come quelli degli aerei. Quando sto lì dietro certe volte penso che scenda la mascherina d’ossigeno, o cominci un film. Invece no, solo chiacchiere di letteratura e argomenti a essa adiacenti (cioè tutti).

All’andata, nel divertimento di Carlo Grande, ho raccontato di quella volta che ho rischiato di macchiare la mia fedina penale alle Tremiti, proprio nel territorio di competenza della casa circondariale foggiana. Il racconto ha riscosso tanto successo che poi Carlo Grande lo ripeteva pure ai carcerieri: «Vedete il portiere? Una volta...»
E allora, visto anche che me l’ha chiesto, lo ripeto qui.

L’arcipelago delle Tremiti è una formazione carsica adriatica, ecc. Vabbe’, diciamo che nel ’92 me n’andai alle Tremiti in vacanza, accompagnato. Il fatto è raro perché quasi tutte le vacanze degli anni Novanta me le sono fatte in solitudine: invece a quei tempi ero con una bella ragazzina che qui non nomino, per non macchiare anche lei delle mie colpe. Nell’arcipelago carsico abbiamo preso alloggio in una stanza d’affitto dell’isola di San Nicola (era San Nicola, non San Domino, come ho detto in macchina a Carlo D’Amicis: cioè delle due isole Tremiti abitate, quella col camposanto e le pietre, non quella della casa di Lucio Dalla e del turismo di massa).
La settimana di vacanza è stata tutta bella, tranne alla fine quando, nel partire dalla casetta d’affitto della signora tremitese, mi venne in mente di rubare una coppia di lenzuola. Perché? La ragione non è buona (se mai ci fosse una buona ragione per un gesto del quale non ho mai smesso di pentirmi): si doveva fare sosta a Napoli, nel ritorno verso Roma, in una casa di amici che non avevano le lenzuola degli ospiti (potevamo comprarle, direte... E allora niente racconto e niente avventure picaresche zardiane, vabbe’, pensate che vita grigia). Per farla breve, ho premuto le lenzuola in valigia e via verso l’aliscafo. Figurarsi se la signora che ci affittava la stanza verrà mai giù per mille gradini a seccarci per una coppia di lenzuola, mi ripetevo. Come non detto, ero già a metà del ponticello che univa l’aliscafo alla terraferma quando vedo caracollare giù la signora in persona, che non scendeva al porto da dieci anni: «M’avete rubbato le lenzuola», strillava, facendo girare tutti i turisti delle Tremiti verso Zardo lì in bilico sul ponticello reclinabile.
La bella ragazzina che mi faceva compagnia s’infilò nell’aliscafo con svelta grazia, che sia benedetta, mentre io venivo afferrato e trattenuto per il polso, lo giuro, dalla signora furente. Cretino che ero: nella società rurale le lenzuola non si comprano alla Upim, erano probabilmente il suo corredo nuziale, roba storica, tessuta nell’Ottocento, di cui non si fa man bassa passandola liscia così.
«Ora chiamo la polizia», strillava la signora, coi turisti curiosi che s’affacciavano ormai anche dalla prospiciente isola di San Domino, il loro riposino interrotto, in piedi a scrutare che succedeva a San Nicola. Capirete, anche i due poliziotti delle Tremiti stavano lì a osservare incuriositi: ero in centro a una delle vicende di cronaca più impressionanti mai verificatesi nella storia delle isole.

Ora devo confessare alla Nazionale scrittori un’altra cosa. Nei miei vent’anni – e ai tempi delle Tremiti sguazzavo abbondantemente entro i vent’anni – ero un cattivo scolaro redento, dedito a compiacersi della filologia italiana, ma non alieno all’atomo opaco del male, al taccheggio occasionale negli Autogrill per esempio.

Insomma, ho aperto la lampo della valigia per scagliar le lenzuola in pasto alla signora furente. Quest’ultima per prendersi la coppia ed evitare che il vento carsico le disperdesse sull’Adriatico, mi dové lasciare andare il polso. Libero, mi precipito nell’aliscafo per raggiungere la bella G., che era sprofondata nell’ultima fila, dalla quale non ci muovemmo per l’intera durata della tratta marittima. Dopo allora ho scoperto grandi valori e – che Fromm la pensi come vuole – non ho più tentato piccoli furti.

Carlo Grande, ala destra della Nazionale scrittori, si diverte da matti ad ascoltare questi fatti angoscianti, e abbiamo anche pensato di chiedere dei finanziamenti alla Regione Piemonte per fare un film in cui, semplicemente, io li racconto.
Tipo “Sfide”, me l’immagino, quella trasmissione di Raitre. Tipo “Sfide”, ma io non sono morto o semiparalizzato come Cassius Clay, ma invece racconto ‘ste avventure, con anche magari Minoli che commenta la mia vita: “Nell’estate del ’92, ritroviamo Zardo alle Tremiti. Alcune foto documentano che è in compagnia ed è proprio lì che macchia la sua fedina penale, nel tentativo di sottrarre una coppia di lenzuola”. Segue l’ergastolo (per via delle lenzuola): non è più uno scrittore burlesco, ma si fa vent’anni alla casa circondariale di Foggia dove un giorno del 2008 arriva una squadra di scrittori e lui si domanda se mai la sua vita avrebbe potuto essere diversa, se mai avesse potuto essere uno di quelli, se mai, invece di Zardo, avesse potuto essere come, diciamo, Santori.

Naturalmente non potevo resocontare questo fatto, né in carcere (per timore che mi trattenessero: «Aspetti, Zardo, ci sono troppe cose da chiarire») né in biblioteca dove m’ero spacciato per un colto esegeta e invece emerge che sono un poco di buono e un cattivo esempio per le generazioni successive. Del resto non sono riuscito bene a definire, nella mia relazione in biblioteca, la nozione di “libertà”: troppe autocensure. Pertanto cercherò di formulare una definizione adesso: la libertà assomiglia a qualcosa che ti fa pensare che potresti essere tu, rinchiuso nella prigione foggiana, e invece quello non sei tu, ma altri cinquecento carcerati, e tu sei “libero” per un po’ di immedesimarti con loro e poi invece andare all’albergo a leggere un libretto, “Gramsci in carcere e il partito”. E anche libero di far presente a te stesso, nell’albergo, che quel libro si sposa coi tuoi ideali comunisti ma è anche un po’ noioso, ammettiamolo. Dunque accendere la tv e cercare sulle stazioni locali che fanno, e finire per vedere la premiazione degli Internazionali di tennis di San Severo (e non sto cazzeggiando, è tutto vero).
E la relazione in biblioteca, vedremo, improvviserò.

Ma andiamo al match, la smetto di menare il can per l’aja. La striminzita pattuglia di letterati è nel frattempo riuscita a convergere sul carcere foggiano. Gli scrittori di cui s’è detto accompagnati, come fosse Virgilio, dal libraio foggiano Michele Trecca. Come l’Alighieri, io mi sentivo tranquillo vicino a Trecca: qualunque cosa succedeva avrebbe parlato lui. In foggiano, al limite. Il carcere di Foggia, come si chiama? Non lo sapete? Ve lo dico io: si chiama “Casermette”, e lo so perché l’ho letto sulla fermata dell’autobus che porta fin laggiù i parenti dei carcerati, all’ora di ricevimento.
Mi ha colpito che non ci fosse nessuno, però, quel giorno, se non noi, lì davanti alla fermata di Casermette a congiungerci per entrare nella prigione. Ora immaginate la scena vista dall’alto, come in un film hollywoodiano dove i registi possono permettersi elicotteri e carrelli elevatori: sette persone munite di quelle borse da calcio le quali, per individui di diversa condizione sociale, servono invece a trasportare i propri effetti personali. Anche, perché no, dentro a un carcere.
Va premesso che non ci erano state chiarite per bene le dimensioni e la superficie del campo. «È un campo sette contro sette, sintetico», era stata la scarna indicazione degli organizzatori. Ora, siccome pure il bitume e il catrame sono, di fatto, idrocarburi sintetici, tutti ci eravamo dotati di scarpe a suola piatta. È del resto prevedibile che nel cortile di un carcere la superficie del campo sia appunto un composto idrocarburo saturo, più che l’erbetta da pascolo del club Parioli. Per tutti scarpe adatte alla pietra, dunque, tranne che per Francesco Trento il quale visto il campo e ha cominciato a spergiurare come se fosse al circolo delle Ginestre, per l’appunto. “Ma porca puttana – spergiura Francesco – ma per questo campo non vanno bene le scarpe che c’ho”. Erano scarpe chiodate da rugby, tipo.
Occorre un inciso: fra tutti i componenti della Nazionale scrittori, quello che ha sempre la borsa più pesante è proprio Francesco Trento. Una volta, a Torino, che avevo constatato la pesantezza del suo borsone avevo supposto fosse, nel tempo libero, un fabbro che si portava appresso l’incudine. Era lecito pensare che trasportasse otto paia di scarpe, lì dentro, adatte a ogni superficie climatica, dal deserto al ghiaccio, visto il peso schiacciante del tutto («Ho anche le scarpe da Thundra, adatte alla presa sul lichene»). No. Un paio solo di scarpe. Ah, e una tesi di dottorato di dumila pagine, parlo sul serio, che solo la legatura pesa quanto una muta completa per riserve e trasferte.

Ci siamo cambiati in un locale caldaie.
Siccome io dovevo fare la pipì sono sceso per certe scale, pristino risalendo, che c’erano solo catacombe ferrose e pozzanghere, roba da Castello d’If, per chi ha letto il Conte di Montecristo. In risalita ho provocato la solita ilarità di tutti e di Carlo Grande, che si segnava quest’escursione mia a Malebolge per il finanziamento piemontese.
Poi, tutti in campo. Ah, il campo era, per chiarire agli assenti, un campo da calcetto. Ma se dormite tutte le notti pigiati in tre in una stanzetta e se il vostro orizzonte è un muro cementizio, credetemi, quello vi può sembrare serenamente un campo da calcio: da cui l’idea di giocare sette contro sette, anche – e giustamente – per stipare più carcerati possibili in campo in quel frangente.
Infatti i prigionieri foggiani, che sono in tutto cinquecento, hanno un sistema di accesso rotante al campetto: la recola consente a ciascuno di loro di giocare una volta ogni quindici giorni.

Che formazione facciamo, in questo campo stretto e lungo? Vista l’assenza di Sollier e la geometria del luogo io ho timidamente proposto l’1-1-1-1-1-1. Ma nessuno m’ha sentito e di lì a poco eccoci nel recinto. La cosa funziona così: dentro l’arena c’erano una ventina di calciatori carcerati; a margine una tribunetta recintata a sua volta e gremita. In tutta la mia frequentazione della Nazionale scrittori non ho mai visto tanto pubblico.
Grandi applausi per tutti, come fossimo stati la nazionale veline.

C’è stato un breve parlamento fra il nostro capitano Carlo D’Amicis, l’arbitro, e il capitano dei detenuti. Questi ultimi avevano previsto di giocare sette contro sette. Noialtri a piede libero si sarebbe preferito cinque contro cinque, vista anche la panchina corta (che in sette sarebbe stata panchina nulla). La decisione, salomonica: giocheremo sei contro sei.
Figuratevi il turbine di sensazioni e osservazioni per chi mai prima d’allora, come me, era stato in una prigione. E poi c’era anche la televisione: Rai Regione e una bellina di una tv locale foggiana. Come mai dalla tribuna non piovono commenti e battutacce alla bellina della tv locale, mi sono domandato? Non è frequente che una starlette foggiana si rechi in visita al carcere provinciale, che diamine. Fossi io carcerato organizzerei un coro sull’aria di “Faccela vedé, faccela toccà”.
Ma non occorre essere carcerati, accipicchia: pensiamo a una qualunque curvetta o tribunetta di tifosi di qualunque squadra italiana... Si palesa dal nulla una bonetta lì in mezzo al campo, chi volete che resista a indirizzare terribili commenti segaroli alla giornalista? Invece niente, e questo è il primo tratto di civiltà della pena che ho notato dentro quel perimetro cementizio, ma non l’ultimo. Poi ho osservato le facce dei prigionieri, uno per uno, domandandomi se il Lombroso avesse ragione, se ci fosse un tratto comune all’uomo delinquente. La risposta è no. Se un’attacco d’amnesia avesse colpito magistrati e carcerieri, e a fine partita si fossero dovuti separare i buoni dai cattivi solo in base alla faccia, probabilmente noi tutti avremmo dovuto faticare a convincerli: certi detenuti, in quella divisa da calcetto, non sembravano differenti dal professore di greco o al limite dallo studente di giurisprudenza.
Questo fa il carcere, forse, perlomeno il carcere di Foggia dove – mi ha fatto notare Carlo D’Amicis – il solco della tossicodipendenza non è così pronunciato come, per nominare un altro carcere, a Rebibbia. Questo effetto fa un certo carcere, forse: piegati all’istituzione, rassegnati alla pena, quei volti s’illuminano quando possono mischiarsi, per un’ora, a persone cosiddette libere. Entra una luce che, ragionando sullo stretto presente, rischiara quei volti.
Fosse questione di volti, del resto, sarebbe molto più naturale sbattere in galera subito uno qualunque dei concorrenti di Stranamore o di Uomini e donne, quelle trasmissioni di Mediaset. Ma anche Morgan, il cantante che fa X-Factor: dentro pure lui. E qui mi fermo, ma si potrebbe andare avanti, da Raiuno a Mtv, mettendo insieme i mille volti di un kolossal carcerario eccellente. Invece la luce di questa gente, sarò melenso, ma è di chi sa qualche cosa in più: se non altro sa che vuol dire stare chiusi, e che il lunedì sera se – fatto possibile – guarda il Grande Fratello, lo guarda con occhi diversi, quelli di gente prigioniera dentro una cella, e non prigioniera dentro un sogno opaco e non suo. Ecco un’altra cosa che andavo pensando sulla libertà, mentre il numero 8 di quella squadra, un pennellone albanese dentro – m’avrebbe poi detto – per spaccio, lasciava partire una mina da tre metri siglando l’uno a zero per loro.

Fra noi, caro mister, mancava il collegamento fra i reparti. E se si fa l’1-1-1-1-1 questa crasi è compromettente. E se in un carcere di 500 uomini si pescano sei persone, aggiungo, è facile che quei sei a sei scrittori viziati e dediti all’assenzio gli facciano i bozzi.
Ma c’è un’altra cosa. Provate a parare se siete un vecchio secondo portiere corrotto e romantico – e anche un po’ scarso di riflessi, diciamolo – come me, in un’occasione del genere. Se v’hanno detto – e ve l’hanno detto –  che quei ragazzi giocano una volta ogni quindici giorni, vuol dire che magari fanno un gol ogni tre mesi. E che fate? Gli parate? Tre dei quattro gol erano non parabili – chiunque si presenti da solo a tre metri davanti a voi portieri, avete poco da assumervi colpe – ma uno potevo agguantarlo, e invece l’ho fatto passare. La pressione psicologica, già nel mio caso opprimente ogni volta che indosso i guanti, aumenta se si pensa che il tizio cui avete parato quel tiro poi se ne torna rinchiuso per quindici giorni a farsi le pippe su Alessia Marcuzzi o sulla bonetta di Teleregione, no?
Comunque, nel secondo tempo è cambiata la squadra ed è entrato anche l’assessore alla pubblica sicurezza di Foggia, come se cerbero si mischiasse alle anime di un girone infernale.
Soprattutto, Trento, dopo aver spergiurato come un ergastolano per venti minuti, s’è fatto prestare le scarpe da Santori – la cui prestazione non ha per niente sfigurato e anzi mi pare che con lui in campo abbiamo preso zero reti – ed è rientrato con suole piatte, e ha fatto uno dei due gol nostri del secondo tempo che ci hanno permesso di conquistare dignitosamente la coppa del secondo posto. L’altro gol l’ha segnato Carlo Grande, e l’arbitro ha fischiato la fine.
Gli avevamo portato dei libri, ai detenuti, dentro a un cestino.
“Portiamo pure dei giornaletti pornografici”, avevo proposto io durante il viaggio. Ovviamente credo nella letteratura, anche nel suo potere di redenzione, ma mi sono anche immaginato quella brava gente a farsi le seghe con “Come sopravvivere ai francesi”, con certi passaggi di “Amor Tavor”, con certi racconti di “Cocomeri e palloni”. Meglio portare qualche giornaletto, tanto per stemperare un po’: io stesso se fossi in carcere gradirei, ricordatevelo.
“Ma no”, ha replicato il saggio D’Amicis: “Ce li avranno”.
“Ma saranno sempre gli stessi, tutti stracciati e schizzati”, ho insistito io: “Con le pagine più porno sbiadite, e sempre le stesse storie”.
In tutti i modi all’Autogrill dove c’eravamo fermati non vendevano giornaletti porno (che – va detto – sono ormai merce rara dai giornalai, mala tempora currunt). Quindi si saranno contentati dei nostri libri.
Però almeno un pacchetto di sigarette glielo voglio dare, mi son detto alla fine della partita: quindi sono rientrato nello spogliatoio-locale caldaie, ho preso il pacchetto di Ms dalla tasca e sono tornato in campo, dove intanto c’era la foto e la premiazione, con anche il magistrato.
“Senta”, mi sono rivolto al magistrato: “Posso regalare le mie sigarette ai detenuti?” (Altra merce che prediligerei, cari lettori, se mai dovesse succedere...).
“Mmmh, meglio di no”, scuote la testa il pubblico ufficiale: “Sa, ci sono certe regole...”
“Ah, vabbe’“, faccio io. Per poi infilarmi dritto in mezzo a un gruppo di detenuti e distribuirle lo stesso. Proprio non ce l’avrei fatta, emotivamente, a tenermele. E vabbe’, ho violato ancora la legge, dopo quella volta delle Tremiti: ora mi autodenunzio e vediamo che succede.
Mi ripeto che, per una volta, un po’ di luce l’abbiamo portata noi, chissà se è vero. Perlomeno grazie a noi è andata lì la giornalista locale, uno o due dei detenuti hanno persino potuto sfiorarla, durante l’intervista, se la letteratura non bastasse. E non basta, credetemi: la letteratura è n: la letteratura è necessaria ma non sufficiente.

Poi tutti via da Casermette, tutti a Foggia. C’era da chiarire a un libero uditorio provinciale quale fosse il nostro punto di vista sull’argomento “Libertà, legalità, letteratura”. Tutti andavano a farsi la doccia per poi uscire e confondersi nella città vecchia. Non io che dovevo ristrutturare il mio intervento, una volta appreso che il pubblico sarebbe stato di non carcerati e non pregiudicati. Decensurarlo, dunque, soprattutto dei riferimenti alle grandi evasioni (Dantès, per cominciare) che in carcere avevo deciso di non riferire. Alla biblioteca provinciale di Foggia, al contrario, questi riferimenti potevano essere ben esposti. Così mi sono seduto allo scrittoio della stanzetta, ho immaginato che fosse una cella, e ho dedicato un paio d’ore a riprogrammare l’intervento. E a guardare la premiazione degli internazionali di tennis di San Severo.

Dell’intervento non riporterò il contenuto, per non annoiare soprattutto quelli che c’erano e se lo sono già sciroppato. Però riporterò tre episodi e sarebbero l’elenco degli autori considerati, qualche passaggio che ho autocensurato in loco (e si dirà perché) più una considerazione sulla libertà che m’è venuta in mente in seguito e con la quale dunque non ho potuto deliziarvi, cari calciatori. Una nota a margine riguarda una signora che era seduta in seconda fila e si scompisciava dalle risate qualunque cosa dicessi, manco fossi Benigni, il che asseconda le tesi di Carlo Grande e ci spinge dritti verso il finanziamento della provincia di Sondrio per un grande affresco cinematografico intitolato “Zardo, l’uomo, il tempo”, o qualcosa del genere (“Zardo, l’uomo, il tempo e la provincia di Sondrio”, tanto per far contento chi delibera i centomila euro, va’).
Gli autori che avevo incluso nella mia relazione sono, in ordine sparso: Catone, Dante, Shakespeare, lo stesso Fromm, Dumas, Manzoni, Gramsci, Stephen King e Zingarelli, quello del dizionario. Le considerazioni che ho censurato sono tutti strali politici perché nel pubblico c’era l’assessore alla sicurezza di Foggia (quello che ha giocato anche il secondo tempo del match). Durante l’introduzione avevo vergato un bigliettino per Carlo D’Amicis, chiedendogli di che area politica fosse: siccome Carlo non lo sapeva ho dovuto censurare tutti i miei strali contro Berlusconi. Mi sono cacato sotto: ho detto, caro Zardo, se questo poco poco non è comunista come te, qui stasera non si mangia. Niente orecchiette, e niente pezzotto di carne. Dunque ho censurato la mia considerazione iniziale, che qui riporto avendo appreso in seguito che il buon assessore è – se  non compagno – comunque di area Pd. La considerazione è la seguente: la vita in carcere è migliorata enormemente da quando il Cavaliere ha vinto le elezioni. Non che ci siano stati importanti cambiamenti negli istituti penitenziari: ma la vita è sensibilmente peggiorata fuori, e quindi i prigionieri possono essere grati al Pdl per questo livellamento del quale ogni giorno abbiamo esempio. Grazie alle sue corbellerie, per esempio, l’Air France se n’è volata via lasciando nella merda qualche migliaio di impiegati Alitalia che stanno ancora lì ad aspettare la cordata non avendo capito, poveracci, che la cordata italiana è un pour parler. Ed è solo per fare un esempio del running start berlusconiano che ha intitolato alla libertà il suo ultimo commercio di anime.
Un’ultima cosa sulla libertà, e poi tutti a mangiare le orecchiette, altro che biblioteca, altro che carcere. La moderna nozione di libertà, cari carcerati che ne siete privi, confina pericolosamente con quella di ignoranza, fino a coincidere del tutto con essa laddove troviamo la dicitura “Libera università”. Diffidate di chi si proclama libero e diffonde sotto questo alibi l’autorizzazione a non sapere, a liberarsi (appunto) di qualunque nozione. Le “libere” università, proclamandosi tali, asseriscono in maniera impudente che lo Stato, la nozione e la qualità di esso, sostenga un’istruzione in qualche modo imprigionata. Non voglio dilungarmi, le orecchiette si scuociono: dirò solo che l’asserzione di queste università è falsa. E ben lo sa ad esempio Trento, costretto a trascinarsi appresso per tutto il meridione una tesi di dottorato di duemila pagine così pesante, professor Santori, che al ritorno abbiamo consumato un quarto di serbatoio in più solo per via di quella zavorra. Soluzione? Volete una soluzione alla crisi energetica? Qualcuno un giorno lo dirà a Porta a porta, lo giuro: per risparmiare sul carburante, s’abolisca il dottorato. Anzi, chiudiamo le università italiane: con tutte ‘ste tesi, tutti ‘sti libri, non si circola più, ecco.
E gli scrittori? E i libri? Tutto sull’iPod.

C’è una luce, in fondo a queste mie amare parole una luce segreta c’è, come quella candela che s’era fabbricato di nascosto Faria, nel castello d’If, per comporre di nascosto le sue opere (nonché evadere). L’ottima cena foggiana in compagnia di Michele Trecca, promotore e proprietario dell’unica libreria propriamente detta di Foggia, che nel cuore della notte abbiamo visitato, quei quattro o cinque di noi più nottambuli. Il signor Trecca, che va rammentato in queste righe come una delle persone più colte e gentili incontrate nei nostri viaggi per il mondo, ha aperto per noi la sua libreria, che nella notte foggiana s’illuminava poco a poco, con quella magica cadenza delle lampade a basso consumo. Abbiamo ricevuto un libro a testa, in dono, e lasciato un pensiero a testa. Giustamente Santori ci ha raccomandato di non rubare libri a Trecca e nasconderli sotto la giubba. Ha fatto bene perché pensava che io fossi ancora quel delinquente irredento che, nella provincia foggiana, aveva un tempo cercato di rubare le lenzuola, e per poco ha scampato la galera, e un’altra vita nella quale in panchina dei carcerati c’era proprio Zardo e – chi lo sa – in mezzo agli scrittori quell’albanese forte numero otto, cosa di cui il livello tecnico della Nazionale scrittori trarrebbe senz’altro giovamento. E poi, la notte, l’albanese a magna’ le orecchiette e Zardo a farsi le seghe nel letto a castello pensando ad Alessia Marcuzzi.
Per ora le cose stanno così: vediamo che ne pensa il Popolo delle Libertà, qualcuno potrebbe farsi venire in mente una cordata che rimetta “in libertà” un po’ di brava gente vittima delle toghe rosse. E quel comunista di Zardo spedirlo a Casermette, lui e i suoi quaderni, e pure Sollier teniamolo d’occhio.

 

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