La Writers' League di Firenze - di Francesco Zardo

Che diranno i filologi futuri nell'intento di individuare una cifra, uno stile, una poetica comune agli scrittori e agli artisti italiani di questo confuso inizio di secolo? La necessità di aggiornare le storie letterarie e le antologie affinché gli scolari non si comprino usate quelle dell'anno prima rende poi la questione urgentissima per gli editori di libri scolastici, costretti ogni estate ad aggiornare all'ultimo minuto i loro manuali. Cari editori, dico io, alla fine della Storia della letteratura italiana di Asor Rosa o Ferroni metteteci l'Osvaldo Soriano Football Club. Coi tabellini, le formazioni, i risultati: di anno in anno potrete aggiungere comodamente due o tre pagine ai vostri terzi volumi di letteratura italiana. Tanto fino a quelle pagine non ci s'arriva mai: io per es. mi fermai a Pirandello, nel programma della maturità. A stento raggiungono Quasimodo, certi, schiacciati dai primi capitoli del terzo volume, con il Leopardi e il D'Azeglio che espellono Favetto e Menni, Cavina e Mathieu e tutti gli altri, e pure me. E col D'Amicis che… Scusa Carlo, te l'hanno già dette cose del genere, lo so. Ma vuoi mettere la soddisfazione di generare un ragazzino che in fretta e in furia, prima della maturità, s'era studiato le cose alla rinfusa. Va a scuola, e all'interrogazione gli chiedono la vita e opere del De Amicis, e quello risponde Il ferroviere e il golden gol, Escluso il cane… E la vita? Una vita da mediano.

Writers' League, edizione x
Per facilitare il compito agli editori e ai redattori di libri, le cronache e i tabellini li scrivo io. Un giorno, gli storici s'accaniranno in un convegno per capire se la Writers' League fiorentina fosse la seconda, come di fatto è indicato nel programma, oppure la terza. Se l'albo d'oro delle Writers' League debba comprendere le giornate bremesi oppure no: si riaccenderanno polemiche coi filologi tedeschi. A me tocchi dire che questa Writers' League del settembre 2006 s'è giocata a Firenze, frazione Coverciano, e comincia per quanto mi riguarda con una partenza in automobile. A Firenze non c'ero mai stato e ho deciso di andarci in macchina in modo da calarmi gradualmente nel ritmo e nelle cadenze della megalopoli cinquecentesca. Le varie volte che avevo fatto un passaggio a Firenze, infatti, era stato alla stazione di Santa Maria Novella, in una fulminea sosta dell'espresso per Milano. Arrivare in macchina, ho pensato, m'avrebbe restituito quella lentezza che più s'addice alla natura del luogo. Passando per il Mugnone, magari, di modo da raccogliere qualche pietruzza per ricordo e arrivare all'appuntamento cogli amici scrittori-calciatori e tutti a chiedersi "Dov'è Zardo", "Quando arriva Zardo". E io lì, invisibile, il portiere invisibile.

Italia-Regno Unito
Essere scrittori comporta di rado un attitudine politica reazionaria per davvero. Edoardo Sanguineti, di cui si dirà più avanti, in una sua bella esposizione su Dante e la guerra, ha sottolineato il carattere reazionario di molte pagine dantesche. Scrittori reazionari? Sì, concordo io, ma reazionari prevalentemente sulla pagina. Una volta alle urne, se ci fossero state, Alighieri avrebbe votato democristiano per davvero? Di fatto la nazionale britannica degli scrittori, invitata per la prima volta alla Writers' League, s'è dimostrata progressista, col riunire sotto una sola maglia e bandiera le cinque nazionali che da quando esiste il calcio (e altri sport) s'ostinano a negare l'unità politica della Gran Bretagna seguitando a partecipare a tutti i tornei ognuna per conto suo. Se Scozia, Galles, Irlanda, Inghilterra (e mettiamoci pure l'Irlanda del Nord) una buona volta si riunissero, per esempio nel rugby, il torneo delle Sei diverrebbe delle Tre nazioni. Se poi ci fosse, un giorno, davvero l'Europa unita, il torneo diverrebbe dell'Una nazione: niente torneo, solo il mitico terzo tempo del rugby. In tutti i modi i britanni si sono presentati a Coverciano non solo abbattendo questa centenaria divisione, ma pure abbattendo quella ultracentenaria che dal 4 di luglio 1776 li divide dagli Stati Uniti. Infatti c'erano, travestiti da londinesi, due americani. Insomma, altro che Cangrande della Scala, caro Sanguineti: qui a Firenze il calcio sembra davvero ambasciatore di pace e fratellanza tra i popoli. Vabbe' che, a ripensarci, si sono riuniti anche in occasione delle spedizioni in Iraq, quei popoli percossi e derisi e divisi.

Italia-Regno Unito, il match
Ma ecco il sospirato tabellino che vede in campo l'Italia contro il Commonwealth, stadio d'erba sintetica di Coverciano (Fi), 15 settembre, ore 10.
Italia-Regno Unito 5-1
Italia (primo tempo, più o meno 3-5-2): Favetto; Menni, Simi, Mathieu; Cavina, Ternavasio, D'Amicis, Longo, Fabbri; Sardo, Trento. All. Sollier
Italia (secondo tempo, all'incirca 4-3-3): Favetto (Zardo dal 32' st); Menni, Simi, Mathieu, Aiolli; Verri, Sollier, Grande; Sardo (Bettini dal 15' st), Trento. All. Sollier ma anche Santori.
Regno Unito: quel contingente di pace che s'è detto, con un pennellone californiano piuttosto bravo in attacco; alla rinfusa: Wallis Simons, Jones, Marber, Markovits, Middleton, O’Farrell, Wray, Baddiel, Smith, Anthony, Williams, Taylor, Adams. All. Brackstone; presidente Oltermann
Reti: alla rinfusa pure le reti, che non mi ricordo il minuto, Sardo, Longo, Cavina, doppietta di Bettini. Per l'Inghilterra rigore realizzato da Anthony.
Note: due tempi da 35'; spettatori il solito centinaio (circa) inclusi i giocatori di Ungheria e Scandinavia che si sarebbero scontrati poi. E sfido le famiglie, di cui tanto s'invoca il ritorno allo stadio, a presentarsi alle dieci del mattino nelle nebbie covercianesi, seppure aperte gratis per l'occasione.

Breve guida alla città di Firenze
Come ho già detto era la prima volta in vita mia che visitavo Firenze. Luisa, la fidanzata di mio fratello, che è fermamente napoletana, mi ha detto qualche mese fa: "Approfittane, allora: non c'andare mai". Il suggerimento di Luisa era ispirato alla forte considerazione che molti napoletani riserbano al proprio territorio e all'indifferenza che indirizzano invece ad altri territori spogli di partenopeismo qual è per esempio proprio Firenze. Un po' tutti siamo campanilisti, tutto sommato, e le considerazioni napoletanistiche di Luisa le avevo accepite anche nell'intento di conservare quell'originalità che distingue un abitante di Roma che non s'è mai fatto 'ste due ore di treno per andare a visitare Santa Croce o la cupola del Brunelleschi. In macchina, verso l'ignoto, mi calavo man mano nella parte e verso Scandicci avevo individuato un concetto toscano che incominciasse per ciascuna lettera dell'alfabeto, come se a quel gioco che si faceva da piccoli, con le varie categorie, ce ne fosse una che recitava "fatti toscani": A come Arezzo, B come Boccaccio, C come Caciucco e via dicendo, fino alla Z di Zorro, ch'era il gatto di una mia amica di Grosseto. Arrivato a Firenze ho dovuto chiedere indicazioni scoprendo che, modernamente, lo spauracchio dei fiorentini non sono gli extracomunitari o la famiglia Cecchi Gori, ma le telecamere che controllano l'accesso automobilistico alle zone centrali: intravvedevo un pinnacolo del Duomo e mi dicevo "Sono arrivato", ma chiedendo indicazioni per il Duomo mi rimandavano su una rete di tangenziali, perché andando dritto per venti metri sarei passato sotto l'occhio di una telecamera.
Ma tanto avevo raccolto l'elitropia per il Mugnone, no? E nel miraggio cinquecentesco della piazza del Duomo sono andato dritto con la macchina, certo della mia invisibilità, e fra qualche giorno fioccheranno le multe, altro che elitropia.

Considerazioni sul viceportierato
Checché ne possano pensare i filologi futuri studiandosi i nostri pomeriggi bremesi, io dell'Italia sono il secondo portiere. Su tale ruolo ha riferito con vera maestria la mia amica Eva Schelling su "Slowfood" di maggio 2006, nel suo bel racconto Dieta calcistica del numero 12 (scervellatevi, filologi futuri, andate in biblioteca al catalogo periodici, che la filologia chiede anche movimento). "Il suo ruolo", scrive Eva in riferimento a un portiere di riserva, "consiste nello starsene seduto appoggiato per bene allo stipite di un gabbiotto, con le braccia incrociate e l'aria sconsolata, fino alla fine della partita". Tutto vero, sorellina. Però io non ero certo sconsolato in panchina, al punto di meritarmi al 10' del primo tempo il primo dei tanti sfanculamenti del mister, Paolo Sollier, il quale sostiene che non prendo le cose abbastanza sul serio. "Tu sdrammatizzi troppo", m'ha detto il suo secondo Sandro Santori, che s'occupa fra l'altro della tenuta fisica e psicologica di noialtri portieri. "Tu sdrammatizzi troppo", mi dice anche la mia fidanzata Lucrezia quelle volte che s'incazza da morì con me e io cerco di ricomporre le cose con uno scherzetto. Insomma, avete ragione. Tutti e tre. Quindi, dopo un primo tempo allegro con gli inglesi (allegro quanto la difesa inglese, per capirsi) ho assorbito gli sfanculamenti di Paolo Sollier e mi sono adeguato alle righe dettate dall'amica Eva standomene zitto e appoggiato da una parte. Al punto che quando Santori m'ha fatto entrare per tre minuti, richiamando in panchina Gianluca Favetto, la cosa era del tutto inaspettata. Sono entrato sul 5-1, ho fatto in tempo a prendermi un calcio in culo da un inglese che ancor mi duole, e la partita è finita in trionfo per noi (e con Zardo imbattuto). Non so ancora chi fosse l'inglese che m'ha scalciato perché il calcio era, per l'appunto, nel culo.

Italia-Regno Unito, breve cronaca
Ciò non toglie che ho potuto osservare la partita in posizione che si riterrebbe privilegiata, cioè dalla panchina. Vi dirò una cosa, a voi abbonati della tribuna scrittori: la partita si vede meglio in tribuna; in panchina tutto è piatto e specialmente su quei campi sterminati di Coverciano, dove certe azioni svaniscono dietro l'orizzonte erboso. Non abbastanza da segnalare, a beneficio dei posteri, il bel gol in mezza rovesciata di Stefano Sardo che ha aperto la strada al successo azzurro, seguito da un bel piatto al volo di Davide Longo. Un rigore degli inglesi accorcia, ma la goleada è nell'aria, visto che nel frattempo noi italiani s'erano costruite un centinaio di occasioni, più o meno, che nel secondo tempo sarebbero state compiute da Cavina e Bettini (due volte). Se sono impreciso ditemelo, cari compagni, che a certi gol me ne stavo a dire il vero un po' distratto a pensare a me stesso, e alla bella Lucrezia, e a se avesse torto o ragione a rimproverarmi in continuazione quando dice che sdrammatizzo troppo.

Breve guida al sobborgo di Coverciano
Sì, Coverciano. Dove prima dei Mondiali tedeschi i colleghi giornalisti si sono accampati fuori dell'inferriata per una decina di giorni, tenuti a debita distanza dal filo spinato mediatico (e materiale?) svolto da Antonello Valentini e dallo staff di pubbliche relazioni della Federcalcio intorno ai calciatori della Nazionale di calcio calciatori, e intorno a questo locus amoenus del pallone italiano. Semaforo verde invece per noi scrittori, pure se mischiati c'erano anche curiosi giornalisti, come per esempio il sottoscritto. E così, da disoccupato, ho potuto girare indisturbato per i segretissimi quaranta campi covercianesi, e mangiare alla mensa dei calciatori, vero cibo da calciatori (pasta al sughetto, grana padano, rosbif, mela golden...) e anche rivolgere domande indiscrete allo staff. "Che mangia Cassano?", "Che mangia Peruzzi?". La risposta meno cifrata ottenuta in questa mia piccola inchiesta me l'ha data la barista: "Eh, Peruzzi gli è una bona forhetta". Ma questo non è certo uno scoop. Il resto restava tutto segreto, al limite mi avrebbero svelato che si mangiava Inzaghi, ma quello è facile da immaginarsi (pasta, grana, rosbif, mela). Niente scoop, in pratica, e mi ritrovo a tutt'oggi disoccupato.
Di Coverciano colpisce la biblioteca e, tendenzioso come sono, m'immagino il bibliotecario di Coverciano poco indaffarato: "Un bel libro, signor Cannavaro?" "No grazie, oggi no", e via dicendo. E m'immaginavo che, in biblioteca, ci fosse Come sopravvivere ai francesi, e che Lippi prima di partire l'abbia preso in prestito, nel caso, e grazie al libro di Zardo si sia vinta la finale tedesca abbattendo, calcisticamente e culturalmente, quella ventennale maledizione che ci condannava alla sconfitta coi galletti, nelle occasioni importanti.
Un'altra cosa che colpisce di Coverciano è il caldo torrido nel perimetro dell'impianto tutto, stridente quel giorno con la pioggia torrenziale che ci aveva investito fino a poco prima dell'ingresso. Sudato come una scimmia, a bordo campo, ho pensato che l'aria fosse intrisa di vapori calcistici storici, i sudori di Meazza, di Albertosi, di Cabrini, tutti miasmi di storia del calcio italiano che accolgono magicamente il visitatore ignaro.
Per concludere: l'impianto federale si trova a Coverciano, sobborgo fiorentino raggiungibile dal Centro storico in autobus, scuolabus o bicicletta se siete la nazionale di calcio scrittori scandinavi.

Sempre loro (+ spot)
A proposito di scrittori scandinavi. Ekelund e compagni si sbarazzeranno con disinvoltura dell'ostacolo Ungheria e la finale del giorno dopo sarà Italia-Scandinavia. Come a Brema qualche mese prima. Tranne che l'organizzazione del torneo (Telecom Progetto Italia, benvenuto signor Rossi; non si sbarazzi di noi nel lavoro di riorganizzazione che sta facendo: la naz. scrittori costa poco, sporca nulla e di solito non interc... e zitto un po' Zardo, e zitto, no?) ha messo a disposizione dei partecipanti delle biciclette, oltre che i pulmini. Ecco, gli svedesi l'hanno presa sul serio, 'sta cosa delle bici, e facendo marameo all'autista hanno percorso per due andate e due ritorni tutta la distanza da Firenze a Coverciano pedalando allegramente, a guisa di riscaldamento e defatigamento. E per una volta non scherzo quando dico che li ammiro, su quelle grazielle con un rapporto fisso da discesa che stancherebbero Gianni Bugno dopo trenta metri, sfidare l'ignoti viali fiorentini e arrivare ordinati come la Mercatone Uno sul verde traguardo covercianese. Meno male che non ci sta il Giro o il Tour scrittori, che se no Zardo stava ancor oggi sui pedali a chiedere indicazioni, altro che scrittore-ciclista.

Edoardo Sanguineti
In serata, dopo la partita e verso sera, s'è compiuto un grande momento del Novecento italiano. Solo che s'è compiuto a Novecento terminato, e andrà escluso proprio per questo dalle storie letterarie del futuro. Edoardo Sanguineti, per chi non lo conoscesse, è un importante critico letterario e poeta del nostro tempo, che ha accettato di riferire, in una manifestazione di contorno alla Writers' League, su "Dante e la guerra". Per Sanguineti critico letterario, lo dirò senza vergogna, io provo un'ammirazione sconfinata che ho sviluppato negli anni dell'Università e coltivato successivamente. Capirete. Se c'è una cosa che mi rende fiero di aver pubblicato tre o quattro libri è che sono incluso nella Nazionale scrittori, cosa che mette in imbarazzo una serie di miei compagni (più di tutti, non so perché, Favetto) quando, nelle trasferte, lo vado ripetendo a mezzo mondo, dal controllore del treno in poi. Figurarsi se mi perdevo l'occasione di scocciare Edoardo Sanguineti con le nostre faccende. E così ho pedinato a distanza il critico letterario durante tutto il cocktail di benvenuto aspettando solo il momento propizio. E infatti non appena l'ho visto solo in un angolo ecco qua che piomba Zardo con la sua solita tiritera: "Buonasera".
"Buonasera", mi fa il prof. Sanguineti.
"Sono Francesco Zardo, il portiere della Nazionale scrittori". Ho omesso che ero il "secondo" portiere, confido che non lo scopra mai.
"Ah, buonasera, buonasera", mi ripete sorridendo sinceramente.
Ho imparato a controllarmi, in queste occasioni, a controllare le lodi sperticate che d'istinto mi sortirebbero da dentro il cuore per un critico sanamente generoso e marxista (mi permetta) e democratico come Edoardo Sanguineti è.
Il sogno mio segreto di scrittore è che egli scriva un lungo saggio di letteratura italiana che m'includa come terminale di un ponte esegetico che parte da Dante, passa per Ariosto, Leopardi, Gozzano, Gramsci e finisce con Zardo. Dante, Leopardi, Zardo - si potrebbe intitolare, almeno avevo in mente questo titolo.
Naturalmente non gliel'ho detto, limitandomi a contenere le lodi.
"Ho davvero apprezzato i suoi lavori su Gozzano", mi sono contenuto a dirgli fra altre cose misurate. Per poi, ovviamente, strabordare alla fine della conferenza, quando tutti si sono recati a tavola. E io, tanto per strafare, mi sono attaccato di nascosto a Sanguineti in maniera da sedermi vicino e carpire qualche altro lampo di conversazione. Sono stato premiato da una breve conversazione su Pavese che qui non riporto, la terrò per me, in questo momento che tanto m'ha entusiasmato da includerlo retroattivamente nel Novecento italiano, o filologi del futuro. E terrò per me anche il lampo critico che m'ha elargito con un sinteticissimo e illuminante giudizio su uno dei calciatori dell'Osfc, per meglio dire sui suoi libri. E anche questa cosa non la dirò mai a nessuno o quasi, l'ho solo spifferata tre minuti dopo a Carlo D'Amicis.

Un'altra brevissima guida alla città di Firenze
Firenze, per chi c'è andato la prima volta nell'occasione del torneo di cui si parla, appare come una città molto piovosa e popolata per i nove decimi da due ceppi etnici distinti: quello angloamericano e quello asiatico. Fra le conclamate meraviglie del posto ci metto piazza Santa Croce, davvero suggestiva nel nostro piovoso arrivo: proprio davanti alla chiesa che ha ispirato il Foscolo nella concezione dei suoi Sepolcri non c'era che una persona. Angloamericano, c'ha chiesto in inglese, a me, Carlo D'Amicis, Elisa, Trento, Cavina, Menni: "Have you got any joint?" che tradotto suona: "Disponete di sostanze psicotrope?"
Io, figurarsi, che potevo rispondere? "No, I am sorry, we're football players, not addicted to the stuff you're meaning. We are the national team…" Ma intanto s'era allontanato, prima che potessi chiarirgli che noi s'era la nazionale italiana scrittori (esclusa Elisa, che è l'autrice dei ritratti che hanno abbellito la nostra serata teatrale, di cui si dirà più avanti).
Fra le altre meraviglie del luogo rammenterò la biblioteca comunale centrale, che ha ospitato diverse occasioni culturali adiacenti alla manifestazione sportivo letteraria fiorentina: questa è una delle mille bellezze sconosciute della città, e dico sconosciute perché, chieste indicazioni a tre vigili assieme su dove fosse ubicata, tutti e tre mi sospingevano con ardore verso la biblioteca nazionale. Il dialogo coi vigili suonava più o meno così.
"Buongiorno, sono il portiere della nazionale ecc. ecc. Mi sa indicare la biblioteca comunale centrale?"
"La biblioteca nazionale", fa uno dei vigili.
"No, guardi, è non distante, ma non è la biblioteca nazionale", replico io.
"Aspetti un momento. Lapo…" si rivolge quello all'altro vigile, che magari non si chiamava proprio Lapo, ma ce lo metto io per significare un nome toscano.
"Che vuoi, o Guido?". Vedi sopra.
"Dov'è la biblioteca comunale?"
E quello: "La biblioteca nazionale?"
E io: "No. Sono il… ecc. Sto cercando la biblioteca comunale, ci sono stato ieri, mi sono sbagliato con la biblioteca nazionale, io e Cavina che è l'esterno destro della…" ecc.
E lui: "Aspetti un attimo… O Nencia…", e chiama la vigilessa.
A quel punto avrei voluto che lui e Lapo ed io fossimo presi per incantamento e trascinati alla biblioteca comunale, e invece m'hanno rilasciato solo dopo una ventina di minuti, con indicazioni in contrasto l'una con l'altra.
E la faccenda, mister, le chiarisce perché sono arrivato tardi alla riunione tecnica indetta proprio nei fastosi locali quattrocenteschi della biblioteca comunale centrale di Firenze.

Italia-Scandinavia, tabellino
La riunione tecnica era stata indetta per formulare una serie di raccomandazioni difensive che ovviamente non saranno da me svelate in questo luogo. Il giorno dopo si sarebbe giocata una straclassica della Writers' League: Italia-Scandinavia.
Sui costumi e la formazione scandinava s'è già riferito: la loro pretattica covercianese coincideva con la punzonatura e questo c'insegnerà la prossima volta a dotarli di biciclette ma decidere di giocare in alta montagna, diciamo a Deux Alpes, ma con albergo a Grenoble. E vediamo come ci arrivano, questi svedesi-norvegesi-finlandesi ciclisti, lassù!
Partita alle dodici; campo: sempre lo sterminato sintetico erboso di Coverciano.
La sera prima, proprio durante la conferenza antimperialistica di Sanguineti, il presidente di Telecom Italia s'era dimesso, in un rocambolesco e dantesco avvicendarsi di cariche, sostituito da Guido Rossi, quello della Federcalcio, che in quei giorni era presidente dunque sia della Telecom, sia della Federcalcio, cioè anche Coverciano, e anche degli arbitri. Il mio pensiero veramente è andato a Sollier, appresa la notizia, che si sa, in questi casi saltano le panchine. Ma poi pure a Favetto, il nostro bravo portiere numero uno. Mi sono detto, hai visto mai che Guido Rossi fa 'na rivoluzione e Zardo parte titolare. Invece no, ed ecco il tabellino.
Italia-Scandinavia 3-4 (dcr, 1-1 dst, 1-1 dsts, poi spiego)
Italia, pt: lo stesso che con l'Inghilterra, all'incirca
Italia, st: si veda Inghilterra
Italia, pts: al 5' entra Zardo! Al posto di Favetto infortunatosi al ginocchio.
Italia, sts: entra anche Baricco, al posto di non so chi. A disp. Bosonetto, Pinardi.
Scandinavia, ormai li so tutti a memoria: Olofsson, Radmann, Economou, Kihlgård, Wickström, Kanerva, Hansson, Bergh, Tichy, Kindvall, Sjöholm, Samuelsson, Lindberg, Hall, Brunner, Ekelund!
Reti: 30' pt Trento, 10' st Xxxsson; calci di rigore: D'Amicis 0, Ekelund 1; Trento 1, Yyyberg 2; Baricco 2, Zzzsson 2; Grande 2, Xxxxsky 3; Cavina 2, fine.
Note: ammoniti, secondo "Panorama", Trento e Cavina: 'sti comunisti. Spettatori, un centinaio circa, compresi Antognoni e Pazzagli. Per i filologi non avvezzi ai tabellini scioglierò le abbreviazioni in testa: dcr = dopo i calci di rigore; dst = dopo il secondo tempo; dsts = dopo il secondo tempo supplementare. Le altre abbreviazioni siano intuitive, o filologi, non ci mettete la crux desperationis, per giunta.

Intermezzo critico
Cari filologi, fra i tanti libri scritti dai giocatori dell'Osfc ve n'è uno che non troverete alla biblioteca nazionale, almeno non nella sua prima edizione, che è stata stampata in proprio dall'autore, Claudio Menni, e che io mi tengo in una delle sue rare duecento copie: Gardo Mongardo alla fine del mondo. Ora, appunto in quanto stampato in proprio, Gardo Mongardo gode di poche recensioni, e quindi gliene dedico una io, prima di continuare con le cronache calcistiche. La trama, in breve: nel libro si narrano i viaggi del romagnolo Gardo Mongardo in Francia, New York e Sud America, fra loschi traffici di pietre preziose e circa un migliaio di seghe e scopate. Se si pensa alle centinaia di volumi tutti scicchettoni che affollano le nostre librerie, se si pensa alle recensioni fichette che ogni sabato sono squadernate sull'inserto di Repubblica, be', davvero questo lungo e avvincente libro mi sembra un miracolo boccaccesco. E anche Boccaccio, infatti, avrebbe dovuto aspettare un paio di secoli per trovare un editore (cioè che inventassero la stampa e le case editrici e che, nel 1527, qualcuno si decidesse a stampare il Decameron). Ora non so che invenzione tecnologica potrebbe convincere qualcuno a divulgare un libro tanto provocatorio come Gardo Mongardo, se no avrei fatto l'ingegnere e non il giornalista disoccupato. So che mi viene in mente che ciascun editore della Repubblica italiana, sulla falsariga di libretti come Porci con le ali o Santacroce o Melissa P. s'è dannato poi per pubblicare un libro con qualche scopatina in mezzo, contrabbandandolo per merce provocatoria, tanto per contentare chi non osa comprarsi i giornaletti porno alla stazione. La vera provocazione l'ha scritta Menni, con un libro che sfida il lettore e il libraio e il sistema editoriale che non ha altra scelta che rimuoverlo. Mi rincresce soltanto una cosa: che Gardo Mongardo, nelle sue peripezie, non s'incontri mai con Melissa P. Perché Melissa P., a Gardo, davvero gli fa una pippa. Ah, c'è chi dice che il libro avrebbe bisogno di editing. Come ben sanno i miei editori, per quanto mi riguarda, rifiuto l'editing, che in più nel caso di questo bel romanzo sarebbe come assumere alla Barilla una signora abituata a fare le tagliatelle in casa. Alla contabilità, magari, a contare i tabulati delle tagliatelle Barilla che partono pel mondo.

Italia-Scandinavia, tempi regolamentari
Rossi o non Rossi, l'avrete capito, la mia visione della partita incomincia sempre in panchina, una condizione ben descritta dall'amica Schelling, cui restituisco la parola: "in quel sottile lembo di pozzolana, quello spazio amletico in cui il giocatore di calcio s'appoggia quieto, tra campo e tribune, tra l'esserci e il non esserci", scrive Eva. Qui s'esclude la pozzolana, cara mia collega, visto il manto erboso sintetico. Per il resto la descrizione mi s'addice. E così da quella striscia di limbo erboso ho visto il primo tempo, fino a quando è scoccato il minuto di Trento: il trentesimo. Un'azione ostinata, che conteneva tutta la rabbia per non aver segnato mai nella Writers' League, ingresso in area, e poi un destro e una traiettoria lunghissima e il sospirato gol.
Il nostro presidente si raccomanda sempre tanto, durante l'intervallo: attenti a quando rientriamo in campo; è il nostro momento di stordimento, la nostra zona morta. Ha ragione, e l'amico mio Stefan Lindberg, che sa bene l'italiano, deve aver orecchiato, tant'è vero che proprio al 10' noi italiani ci siamo detti in cuor nostro: "È fatta: siamo riusciti a non prendere gol nei primi 10' del secondo tempo, la nostra fase di sbandamento…" Zac, ci pensano gli svedesi, mentre tutti stavamo a guarda' Ekelund, con un'azione per il vero un po' scachettica che sfruttava soprattutto il nostro sollievo per aver scavallato indenni i primi dieci minuti del secondo tempo.

Giancarlo Antognoni, ma non solo lui
In quei giorni fiorentini, proprio qualche ora prima della partita con l'Inghilterra, era morta Oriana Fallaci, portandosi nella tomba i suoi dolci pensieri. C'è chi sostiene che la giornalista e scrittrice fosse stata uno degli elementi di gloria e decoro della città, una città per dire che ha scacciato Dante Alighieri e terrebbe in gloria la povera defunta. La realtà è che attualmente il mito vivente della città di Firenze si chiama Giancarlo Antognoni, che non è uno scrittore ma un ex calciatore fra le altre cose campione del mondo nell'82 e autore di una rete regolare annullata per fuori gioco, il quattro a due contro il Brasile. La mattina di Italia-Scandinavia si presenta proprio in carne e ossa Antognoni con altri due calciatori. Tanto è mitologico, l'Antognoni, che il telecronista ci fa: "Salutate Antognoni", mentre ci stavamo riscaldando. Io ho detto: "Anche gli altri due però". E uno degli altri due l'avevo ben riconosciuto, da milanista pentito quale sono, da portiere di riserva quale sono: era Pazzagli. Vado da loro, ovviamente, ignorando il dovere di riscaldarmi, e attacco la solita solfa: "Sono Francesco Zardo", ecc. ecc. e mi metto con disinvoltura a chiacchierare coi tre, come fossimo vecchi amici. Pazzagli mi fa: "Sono Pazzagli" e io lo sapevo bene. E mi aggiunge: "Ho scritto anche un libro, ce l'ho con me, ancora non ho trovato l'editore". Ahi ahi, mi sono detto a quel punto, già io sto in panchina: se Pazzagli pubblica un libro sono cazzi miei e di Favetto, non giochiamo più manco contro la nazionale scrittrici. E allora ho promesso a Pazzagli che ne avrei parlato a più editori possibili, di 'sta sua intenzione di pubblicare un libro, e invece mi starò debitamente zitto: scusa tanto Paz, ma comunque non sono certo tanto influente presso le case editrici come ho millantato con te e Antognoni e quant'altri personaggi famosi ogni tanto mi capita di incrociare.

Invettive
Un documento collettivo prodotto dall'Osfc ad uso delle antologie scolastiche del futuro consiste in una raccolta d'invettive contro qualcuno o qualcosa che sarebbero state messe in scena e pronunciate quella sera stessa al teatro La Pergola di Firenze. Ora, chi non è mai stato in questo teatro s'immaginerà una pergoletta d'osteria o qualcosa di altrettanto off. Al contrario il teatro è un trionfo di stucchi e legni settecenteschi, altro che osteria, e quando sono salito su quel palcoscenico impolverato mi sembrava d'essere Ermete Zacconi, tanto fitto era il pulviscolo secolare raccoltosi su quelle assi. E l'invettiva nostra era di dimensioni europee, il che colloca questo movimento letterario, aggregatosi intorno al gioco del calcio, al centro della rifondazione di una cultura letteraria europea, visto che le invettive erano state scritte e pronunziate da voci comunemente invettive provenienti da mezza Europa, a chiusura delle nostre esperienze calcistiche. Per l'occasione erano stati invitati, chi registrato chi di persona, diverse personalità non calcistiche. Fra i registrati si rammenta Dacia Maraini, Erri De Luca e qualcun altro che non fa parte della Nazionale nostra. Fra i presenti Silvia Ballestra, che è un po' un mio mito personale e letterario, e ora posso dichiararlo senza ch'ella si spaventi e si creda d'essere stata trapiantata, proprio nel cuore di Firenze, in quel romanzo di Stephen King chiamato Misery. Dunque trascuro tutti gli illustri presenti alla manifestazione per dedicare qualche riga all'autrice di Compleanno dell'iguana e Tutto su mia nonna.

Silvia Ballestra
Anche la Ballestra ha avuto l'occasione di pronunziare una fulminante invettiva, nella sottile fessura lasciatale libera da un fiume di chiacchiere sul '68 pronunciato da un altro scrittore non calciatore invitato, che ora non mi ricordo come si chiama. Interrogata da Marino Sinibaldi, presentatore della serata, su che ne pensasse della Nazionale Scrittori, infatti, la Ballestra ha avuto il tempo di rispondere: "Me stanno sul cazzo", rammentando a noi e a quell'altro scrittore che avrebbe sproloquiato poi, che la letteratura è verbo ma può essere, alle volte, anche un lampo intuitivo. Silvia m'ha confessato poi che le sarebbe piaciuto che ci fosse una risposta femminile alla Nazionale di calcio scrittori. "Ma che facciamo? La nazionale de tajo e cucito?" s'interrogava la Ballestra. Credo fosse la sua, di fatto, un'utile indicazione sulla disgregazione del mondo intellettuale che è costretto, nei nostri amari tempi, ad aggregarsi intorno all'unico fenomeno del mondo moderno che abbia un consistente strapotere aggregante, ovvero ancora il calcio. Infatti, dopo la finale dei campionati del mondo, qui a Roma c'erano tutte le strade piene di gente che non si conosceva e gioiva come se fosse appena finita la terza guerra mondiale. E invece se la terza guerra mondiale finisse c'è il rischio che manco ce ne accorgeremmo.

Italia-Scandinavia, primo tempo supplementare
A proposito di non accorgersi. Alla fine del primo tempo supplementare, sempre sull'1-1, è successo uno di quei fatti che i portieri panchinari come me sognano, a metà fra il sogno e l'incubo, in tutta la loro vita di portieri di riserva. Me ne stavo a cazzeggiare dietro la panchina con un pallone di riserva quando mi sento chiamare a più voci: "Zardo!" Avranno detto "Sardo" ho dedotto, vista la consonanza del mio cognome con quello di Stefano, che stava in campo. E ho continuato a palleggiare, lì dietro, contro il muretto. "Zardo!" risento. Ed era proprio con la Z. Gianluca Favetto s'era infortunato. Dovevo entrare a fine partita, portare a termine l'evento e, in caso di rigori, essere io a riscuotere l'eventuale gloria di una fortunosa parata. Capirete. Devo fare un'ammissione, a questo punto: al di fuori dello scrupolo tattico tecnico con il quale curo sempre la mia preparazione ai pomeriggi panchinari che m'attendono, è vero che io tendo un po' a cazzeggiare, come rimedio a quella tensione che pervade noialtri portieri nelle circostanze del match. Lo scrivevo poc'anzi, del resto: "Tu sdrammatizzi troppo", mi dice Sandro Santori, il vice di Sollier, un concetto che lo stesso Sollier s'esprime solitamente in maniera più ermentica con un "Zardo, vaffanculo", che però significa, in linguaggio calcistico, che sdrammatizzo troppo. A casa, poi, anche Lucrezia, con riferimento alla vita domestica, mi rimprovera di sdrammatizzare troppo. Che rispondere? Avete ragione, tutti e tre, mi ricospargo il capo di cenere. Ma mi preoccupa che il punto di vista della donna che amo coincida con quello dei due tecnici dell'Osfc. Che, segretamente, abbiano un piano per farmi diventare serio? Succederà. Per ora vorrei chiedere, a tutti e tre, di accettare il mio punto di vista sulle partite e sulla vita tra una partita e l'altra. È quella di un outsider, lo dico per qualificare soprattutto la mia scrittura: come Chichibio e Alan Turing, come il Tenente Colombo, come Kurt Cobain, come Viola di Un posto al sole. Abbiate pazienza, ve ne prego, tutti e tre: stiamo giocando a calcio e vivendo, nulla che vada preso troppo sul serio, insomma.

Italia-Scandinavia, secondo tempo supplementare
Lascio la parola a Favetto nel descrivere la giusta stizza del portiere titolare nel dover lasciare il campo proprio a quel punto della partita: "Tutta una vita - scrive Gianluca sulla Gazzetta Sportiva - ad aspettare i rigori decisivi, quelli di una finale del campionato europeo, io in porta a salvare la squadra, e invece alla fine del primo tempo supplementare il polpaccio si strappa. Maledetto polpaccio!" Quanto al mio pensiero, esso era lontano anni luce dai rigori. C'erano in mezzo ancora quindici minuti in cui, entrato freddo come una sogliola al mercato, potevo fa' una cazzata, beccare un gol, e addio rigori e addio finale, tutta colpa di Zardo. Gravato da quel peso che potevo fare? Sdrammatizzare. E così verso la metà del secondo tempo supplementare, per fare un po' il buffone e tranquillizzare me stesso che ero già sollevato avendo constatato la protezione da pentito che m'offriva la linea difensiva, ho deciso di cazzeggiare un po'. E siccome c'era una punizione dal limite per noi, mi sono offerto di andare in avanti a colpire di testa, come avevo visto fare in certi campionati inglesi. La risposta di Sollier non è stata solidale: in altre parole s'è incazzato come una seppia. Però un po' mi sono tranquillizzato io scaricando, con le mie burle, la mia tensione su di lui. E siamo arrivati ai rigori.

Silvia Ballestra, seconda parte
A questo punto te volevo da' un suggerimento, Silvié. Perché non te travesti da omo, come Porzia nel Mercante di Venezia, e fai la Nazionale scrittori pure tu? Male che vada la cosa esce fuori e si va tutti al processo del lunedì, una piccola grana per il nuovo presidente Telecom, se non bastassero. Per il resto ci si può adeguare a una letteraria e gioiosa vita panchinara. Devo dire che mi sono autocontrollato fino all'ultimo, parlando con la Ballestra che conoscevo a fondo dai suoi romanzi. Ma non le ho mai detto, per non intimidirla, che secondo me Tutto su mia nonna rappresentava una sorta di rifondazione segreta del romanzo italiano moderno. Meno male che c'ha pensato Carlo D'Amicis, a svelarle questo punto d'ammirazione che ho per lei. E io là ho pensato che la Ballestra si sarebbe intimidita un po', pensando a Misery, e m'avrebbe giudicato un pazzo scriteriato pronto di lì a poco a sequestrarla per costringerla a scrivere il seguito di La via per Berlino, e ricucire, sulla pagina, la gamba cioncata di Antò lu Purk. Invece no, Ballestra ha capito che sono più simile a Cobain e Turing e quei tizi che dicevo. E siamo diventati amici. D'altro canto, proprio nel mezzo della Writers' League fiorentina, il nostro sponsor Telecom Italia si disponeva a cambiare vertice e assetto: alienate le attività telefoniche, l'intenzione del nostro ex presidente T.P. era di fare una media company. Il che mette la nazionale scrittori praticamente al centro dei piani finanziari del gruppo: "Siete diventati il core businnes", m'ha detto Silvia proprio quando s'era da poco appreso che il nuovo presidente sarebbe stato Guido Rossi, quello della Federcalcio. Quello che ai rigori, un paio di mesi prima, aveva vinto i Mondiali veri.

Italia-Scandinavia, calci di rigore
I calci di rigore sono sempre, quando ci sono, l'epilogo fulminante e prosaico di una lunga storia, sia che si vinca sia che si perda. Tanto fulminante, come epilogo, da essere più simili a un'interruzione che a una fine. Prima dei rigori, Sollier e Santori m'hanno praticamente sequestrato per diversi minuti e dandomi vari suggerimenti che io ho ascoltato come chi ascolta i poliziotti americani che gli leggono i diritti, nei film polizieschi. E un po' di concentrazione sono riuscito a trovarla, lo giuro, al punto che mi sono anche proposto come tiratore di rigori, come avevo visto in certi campionati inglesi. Ometto la risposta di Sollier, che m'ha apostrofato al solito modo intanto che quell'altro portiere, Olofsson, s'era acceso e non scherzo la pipa, per trovare la giusta concentrazione. Gli attaccanti, ai rigori, c'è chi dice che vadano ipnotizzati. E nella camminata interminabile che precede la sistemazione fra i pali, mi ero quasi convinto a provare io stesso l'ipnotismo su Ekelund e gli altri. Poi mi sono visto davanti Ekelund in persona e nel frattempo mi sono chiesto: "Come faccio a ipnotizzarlo in svedese? Come si dice tira di là, tira di là, in svedese?". E mentre pensavo Ekelund ha tirato. Per il risultato dei rigori e della partita rimando al tabellino, che mi amareggia ripeterlo. Per la cronaca, o filologi, vi rimando alle colonne di Favetto, fatevi una passeggiata in emeroteca. Le conclusioni ai rigori sono anche interruzioni, infatti. E per concludere le mie cronache, ancor oggi mi domando: "Ma come ha fatto Olofsson a ipnotizzarci in italiano?"

 

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