La Writers' League di Brema (giugno 2006)- di Francesco Zardo

Essere calciatori-scrittori comporta vantaggi e svantaggi. Soprattutto vantaggi, direi. Poco dopo che il pullman ci aveva scaricati, tutta la squadra, nel fasto dell'Hilton di Brema, Carlo D'Amicis, il capitano delle battaglie di cui si dirà, m'ha fatto notare che trovarsi in trasferta in Germania, spesati e pasciuti, alla veneranda età in cui persino Vierchowood, Zoff, Carboni cominciavano a sentirsi scricchiolare le giunture, è una vittoria del collettivo sull'individuo.
Non esiste la Coppa Davis scrittori, in effetti, e per di più quella sarebbe collettiva. Non esiste il Roland Garros scrittori, non esistono i 1.500 metri scrittori, il golf scrittori o altre situazioni internazionali individuali in cui uno scrittore, plausibilmente, possa aspettarsi di andare all'Hilton per merito sportivo e letterario, fare colazione a suo piacimento e poi avere anche, per due giorni, il campo gratis. Col calcio sì, il deprecato calcio ci ha portati, in quindici più il mister, in Germania con l'aereo, il grand hotel, il torpedone da calciatori, pranzo e cena, birre e teatro gratis. E questo per giocare a calcio, mica esporre una relazione di filologia micenea: cioè fare una verso la quale chiunque di noi quindici più il mister tendeva fin da piccolo spontaneamente, piuttosto che stare a scuola a scrivere il tema o a leggersi Tacito o a fare, fino all'età dello sviluppo, qualunque altra cosa, connessa o non connessa alla filologia micenea.
Ma, tant'è, fare gli scrittori dovrà pure servire a qualcosa. Ed eccoci il due giugno, festa della Repubblica italiana, a scartare parata e discorsi ufficiali per raggiungere in tempo Fiumicino: si parte per Amburgo, poi Brema, poi le partite. L'Italia degli scrittori si gioca una Coppa del Mondo ante litteram contro la Germania, l'Ungheria, i Paesi scandinavi. La premessa, per quanto mi riguarda, era stata che il portiere titolare dell'Italia, Gianluca Favetto, non avrebbe potuto volare in Germania a difendere la nostra porta per il Mondiale e, come mi svelò lo stesso Carlo D'Amicis cinque giorni prima della partenza, il portiere titolare dell'Italia sarei stato io, per tutte e due le partite, comunque fossero andate, e salvo solo infortuni maggiori.


Luoghi comuni sul portiere

Il portiere, ho letto su un manuale, "ancor più che il colpo di reni" deve curare che la sua muscolatura e i suoi riflessi s'aggreghino in una salda "catena cinetica", pronto a guizzare come un cobra verso il pallone ovunque esso sia deviato in qualunque ultimo momento esso lo sia. Per quanto mi riguarda, di fronte al discorso della catena cinetica ho sempre dovuto, nella mia esperienza calcistica, girarmi dall'altra parte e far finta di niente. L'immagine della catena cinetica, che a molti giovani portieri, per es. Dida, può in effetti evocare l'immagine di un nervoso budello di legacci pronti a torcersi e a tendersi come un cappio attorno al pallone, si tramuta per quanto mi riguarda nella catena di salsicce del macellaio vicino casa, via Moricone 12. Faccio conto, per compensazione, di essere più intelligente di Dida e di far supplenza alla catena cinetica con il mio senso della posizione. Ma, e succede, se il mio famoso senso della posizione mi abbandona, deconcentrato da certi pensieri miei di portiere, da certi enigmi senza soluzione che inevitabilmente in solitudine mi pongo, in porta o non in porta, capita anche che sarà difficile per Zardo recuperare alla posizione sbagliata col balzo felino e lo scatto del cobra. Sarà difficile.
Diciamoci pure, fra l'altro, che tutti 'sti sofismi e queste pretese poetiche che accompagnano la figura del portiere alla fine hanno stufato. Hanno stufato dapprima i terzini, poi hanno stufato i mediani e poi, andando avanti nella formazione, tutti gli altri calciatori di una squadra. E poi i lettori e, per ultimi, gli scrittori. E per ultimi gli scrittori-portieri, come il vostro amico Za'. Dunque, come quelli che s'iscrivono all'Accademia di Belle arti ma poi, dopo aver imparato a tratteggiare le 45 nocche di una mano o i deltoidi, si scocciano e prendono a esporre cubi di Pvc, pure io che m'ero deciso portiere attratto dalla poesia del ruolo, mi so' scocciato. Voglio essere un portiere moderno, come tutti gli altri, senza 'sta poesia, 'sta solitudine leopardiana, 'sto pianto cosmico sulla solitudine, sul momento del calcio di rigore, sulle nevrosi e le psicosi del portiere. Sarò un portiere come tutti, prima o poi: lasciamo perdere Zamora e Yascin, sarò come Pizzaballa, Paolo Conti, Ivano Bordon, Nello Malizia o Astutillo Malgioglio, che pigliavano magari qualche gol in più di Zamora e Yascin, ma non stavano mai lì a menarsela tanto sul prima e il dopo. Entravano, paravano il possibile, pigliavano quei meritati gol, e poi una volta usciti dal campo, loro non se li ricordava più nessuno o quasi.


Italia-Ungheria, il tabellino

Per questo mi sforzerò di proporre una visione a degré zero, butoriana, di questo mondiale. Il compito è reso difficile dalla non disponibilità dei tabellini, che sono per un cronista sportivo e un lettore delle cronache sportive, quel sano degré -1 de l'écriture che qualifica in testa tali cronache. Posso ricostruirlo, forse, un benedetto tabellino, ma in maniera approssimativa.

Proviamo.
Italia 2 Ungheria 0
Reti: 15' pt rig.D'Amicis, 10' st Audisio
Italia (inizio 2-6-2): Zardo; Mathieu, Simi; Cavina, Menni, D'Amicis, Ternavasio, Audisio, Bianco; Sardo, Trento. All. Sollier
Italia (fine 3-3-2-2): Zardo; Mathieu, Simi, Aiolli; Verri, Sollier, Bianco; Audisio, Grande; Fabbri, Trento. All. Sempre Sollier
Arbitro: un arbitro tedesco con gli occhiali.
Ungheria: oltre a Zilhay, che nelle tre giornate bremesi mi sbucava davanti ovunque con l'aria tormentata di uno che si fosse appena tolto il dente del giudizio, rammento un biondo ciccione che m'ha spinto come prima cosa verso la recinzione del campo, e un piccoletto che tirava certe mine da fuori area e i calci d'angolo a rientrare fra cento preoccupazioni mie, e poi ha vinto la coppa di miglior giocatore.
Note: nessun ammonito, spettatori una sessantina circa, compresi quelli dell'altre squadre e il personale del catering. Quanto a Zilhay, sbucava con l'aria di uno che si fosse tolto il dente del giudizio perché in effetti il giorno prima gli avevano estratto il dente del giudizio.

L'imbarazzo del cronista nel riportare la formazione e i cambi dell'Italia tra primo e secondo tempo, anche in modo da farci entrare tutti, credo sia connaturata a questo tipo di partite, in cui entrano ed escono tutti. E anche chiarisce in qualche modo un due tre minuti di confusione tattica nel secondo tempo della partita con l'Ungheria, quando io stavo lì nervoso sull'uno a zero e il nervoso m'è cresciuto a dismisura nell'accorgermi che tutti i centrocampisti azzurri si stavano mandando a fanculo l'un l'altro per un sovrapporsi di ruoli. Secondo me, ora si può dire, nessuno se n'era accorto ma a un certo punto eravamo 12, con conseguente sfanculamento a catena di uno che diceva all'altro: "Che ci fai qui: vai lì", e via spostandosi, e via dicendo.

Però poi la formazione s'è ricomposta e abbiamo portato a termine la partita, non senza che negli sfanculamenti nostri s'intromettesse il bassetto ungherese con le sue sveglie da tre punti da fuori area. Due volte ho parato, le altre volte è andata bene, ma tutte le volte che quello si metteva a tirare il calcio d'angolo a rientrare io mi sentivo una catena cinetica di salsicce, o un salame italiano sul banco di una macelleria ungherese. Ah, avrete visto anche che, nel compilare il tabellino, quel famosi dégré zéro o dégré -1 de l'écriture l'ho mandati a quel paese, sono modi estranei alle mie corde liriche.


Il portiere volante

Un terzo degli scrittori italiani che partiva da Roma aveva paura di volare: Carlo D'Amicis ed Emmanuele Bianco. La metà, Stefano Sardo, Alessandro Fabbri, Francesco Trento, no. Poi ci sto io, quel sesto rimanente, che di norma ho paura di volare ma nell'occasione, curiosamente, non ne ho avuta. Credo che la solita paura di volare fosse soverchiata dalla paura di stare da solo in porta, io, più avvezzo alla panchina, per la seconda edizione della Writers' League. Insomma, i miei pensieri erano già atterrati a Brema, già cambiati, già fischiato l'inizio, già c'era uno scrittore-cannoniere avversario che in contropiede si precipitava verso me da solo in area. Il che mi ha dispensato dalla paura del volo Roma-Amburgo.
Con ciò è stato anche tranquillizzante, credo, nutrirsi della paura altrui, e badare a certe cose che m'ha detto Carlo D'Amicis; cose che fa lui per sopportare l'idea di trovarsi a cinquemila metri da terra, scagliato nel nulla a sette-ottocento chilometri all'ora. L'accorgimento è non pensarci, e non fare niente che possa ricordarvelo, tipo guardare dal finestrino o sentire qualcuno che vi riporta le meraviglie che scorge dal detto finestrino. Così uno entra da Roma, s'accomoda sulla poltrona, quando la cosa finisce riapre lo stesso sportello ed esce nel cuor della Germania, come se l'aereo non si fosse spostato, come fosse rimasto immobile, ma intanto il continuum spaziotemporale avesse ruotato di un grado intorno all'abitacolo poggiando poi il finger dello scalo proprio in corrispondenza dello sportello d'uscita.


Italia-Ungheria, il calcio di rigore

Ma torniamo sul campo, col nostro tabellino, a giocare contro gli ungheresi. Va spiegato, per prima cosa, che il primo gol italiano è succeduto a un provvidenziale calcio di rigore assegnato dall'arbitro tedesco che fino allora ce l'aveva fischiate quasi tutte contro. Gli ungheresi avevano cominciato, con un certo vigore, ad attaccare e premere, e portarci via la palla intorno al centrocampo. Mi sono detto, Zardo, resisti, si stancheranno. E la tensione del portiere era spezzata e alleviata, voglio dirvelo e ringraziarvi, cari compagni, ogni volta che qualcuno dei nostri commetteva un provvidenziale fallo d'interdizione sulla tre quarti, a spezzare il monotono fraseggio ungherese. Il fischio dell'arbitro, pure contro, dà sollievo ai portieri, credetemi. Poi c'è stata un'incursione di Trento, mi pare dalla destra, dentro l'area avversaria. E un fischio per noi: rigore, rigore nostro.
Io davvero pregavo in cuor mio che quel rigore lo battesse Carlo D'Amicis, per tutta una serie di ragioni che in parte ora esporrò. Prima di tutto Carlo è ultraquarantenne e ha tirato più rigori di altri di noi nella sua vita calcistica. Poi, una volta che lui e il suo amico Ghighi si sono messi a tirarmi i rigori su un campetto di terra non ne ho preso uno ma neanche uno, dato che li tiravano come vanno tirati i rigori, bassi e tesi e precisi. Terza cosa, decisiva, è che Carlo io lo conosco ed è un meticoloso lettore dei giornali sportivi, di numeri e statistiche, di calcio e di tennis. E la lettura, e il ricordo di tutte queste cronache e questi numeri compone secondo me una solida impalcatura emotiva, in grado di sostenere la precisione e la qualità del tiro nel momento di calciare. In grado di spingere la palla dentro, in altre parole: e infatti "sbim", palla dentro, a destra del portiere nell'angoletto, uno a zero per l'Italia. Mancava abbastanza poco alla fine del primo tempo per tenerci quel gol di vantaggio fino al riposo, e così è stato.


De Germanorum origine ac moribus

La città di Brema conta oltre mezzo milione di abitanti ed è per grandezza il secondo porto tedesco dopo Amburgo: che a Brema ci sia il porto lo apprendo dall'enciclopedia; pochi di noi Azzurri sospettavano, una volta arrivati a Brema, che da qualche parte ci fosse il porto. E nessuno sospettava il mezzo milione d'abitanti: le strade di Brema, come avviene in molte città del Nord Europa, appaiono curiosamente sottopopolate in ore del giorno nelle quali a Napoli o Barcellona si scatena invece la canizza. Per il resto la città di Brema pesca il suo blasone nella favola dei Grimm in cui quattro animali (asino, cane, gatto, gallo) sono al centro di una breve saga in cui la loro umanizzazione si esplicita, oltre che con la parola, con la capacità di suonare degli strumenti. Le quattro bestie sono il simbolo della città, come la lupa lo è per Roma o il biscione per Milano.
Ciò detto, s'aggiunga che Brema è stata bombardata dagli americani durante la Seconda guerra mondiale e poi è stata ricostruita quasi uguale: colpiscono il visitatore, come avviene in gran parte della Germania, l'ordine e la pulizia delle strade, le case dai tetti aguzzi e il fatto che ci sono molti alberi e molto verde. In più a Brema sono piuttosto sviluppati, mi è parso, i commerci d'antiquariato e di oggetti di seconda mano: proprio di fronte all'Hilton c'è un negozio di vestiti di seconda mano, e in tutta la città (compresa la parte nuova che ho visitato poi dirò perché) s'aprono all'occhio del visitatore certe vetrinette con dentro esposte carabattole di modernariato: una tuba, un paio di pattini, un servizio di porcellana anni Quaranta, e via dicendo. Anche nel nostro hotel sono esposte delle porcellane d'epoca! E sul modernariato tedesco devo confessare una sensazione che m'accompagna ogni volta che visito la Germania, ossia quella di autentica e minuziosa censura d'un'epoca oscura, cosa che da noi non avviene, non in maniera altrettanto puntuale almeno. Se andate a quelle bottegucce di articoli per turisti vicino alla stazione Termini, per esempio, è frequente trovare in vendita un capoccione di bronzo del duce o altre cose fasciste. In Germania questo non succede, e osservando le porcellane esposte all'Hilton, e la Bmw anni Trenta che pure è parcheggiata dentro la hall dell'albergo, mi domando se mai girando uno di quei piattini non vi sia marcata una piccola croce uncinata, o se le borchie della Bmw non siano state a loro volta sostituite con un manufatto industriale laico, rispetto a quelle montate all'epoca per un colonnello della Lutwaffe, con l'aquila aggrappata alla svastica.
La squadra di calcio di Brema, come molti sanno, è il Werder Brema: credo che la parola Werder significhi 'verde', non solo per assonanza, ma per il fatto che la maglietta del Werder è di colore verde.


Italia-Ungheria, il terreno

Eravamo fermi sull'uno a zero, c'è ancora tutto il secondo tempo. Il campo da calcio bremese dove s'è giocata la semifinale con l'Ungheria è uno sterminato campo in erba sintetica. Rispetto alle ordinarie abrasioni che il portiere e gli altri giocatori si procurano in un qualunque invaso di pozzolana che ospita le nostre partite romane e italiane, il campo in erba sintetica è soffice e piatto, e meglio si presta a quelle sorte di ustioni che si producono col pur minimo attrito di una parte del corpo sul manto sintetico. Su quest'erbetta sintetica i tedeschi spargono, ve lo giuro, della terra sintetica, per ridurre l'attrito: pezzetti di gomma catramosa che simulano dunque il terriccio frammisto all'erba vera. Per me, per fare le cose bene, dovrebbero piantarci ogni tanto qualche piccola margherita sintetica, del trifoglio sintetico e, da qualche parte, un solo quadrifoglio sintetico.


Cenni di estetica della narrazione moderna

Arrivato a questo punto della lettura, un lettore si potrà legittimamente chiedere: ma cosa porta Zardo, anziché fare un resoconto lineare dei due incontri di calcio alla Coppa del Mondo Scrittori (2' pt Sfuma sul fondo un cross ungherese dalla destra, troppo alto per tutti; 4' pt Discesa di Cavina atterrato al limite destro dell'area avversaria, ecc.) ci condanna a questo puzzle narrativo? E io rispondo: siccome tante volte vado al cinema e mi adatto alla visione dall'inizio alla fine di film come Lady vendetta o viceversa mando giù libri totalmente sincronici in cui solo arrivati pazientemente alla fine della lettura o della visione si riesce a dare un senso a quello che s'è visto o letto, e per capire meglio va rivisto o riletto dall'inizio alla fine, allora anche io faccio come i registi cinesi, to', ed ecco che ne risulta un genere di narrazione provocatorio e moderno. Tipo Proust, diciamo. All'inizio del secondo tempo della finale (faccio un balzo in avanti, poi tornerò indietro, eh eh, come se Proust avesse scritto Lady Vendetta), alla Coppa del Mondo Scrittori tedesca, mi sentivo investito da una sorta di caos percettivo comprendente le duemila cose che uno osserva in un paese nuovo, nei viaggi aerei, negli spostamenti in torpedone, nell'incontro con scrittori di altri Paesi, nell'incontro con una squadra di scrittori italiani tutti insieme e ognuno con un suo punto di vista definito e da scrittore sulle circostanze. Vi si aggiunga la necessità di mantenere i sensi più acuti del solito, se uno fa il portiere e si gioca la finale, e si capirà che il bombardamento sensoriale di cui dicevo mi sorprende indifeso, come se un'orda barbara decidesse di attaccare il pacifico villaggetto amish in cui si svolge Witness, quel film con Harrison Ford, l'avrete visto. E mi viene in mente Proust, e mi dico questo: se lo scrittore francese su un biscottino inzuppato nel tè ci scriveva cinquanta pagine, che sarebbe accaduto se Proust si metteva a giocare a calcio? Che ci scriveva sopra, l'Enciclopedia britannica?


Italia-Ungheria, secondo tempo

La seconda parte dell'incontro s'è connotata per varie circostanze, di cui ne esporrò tre. Primo: abbiamo cambiato campo. E in un campetto retrostante la porta che difendevo c'erano due ragazzini tedeschi che facevano una finta telecronaca in italiano, cosa assai divertente ma anche in grado di minacciare la mia famosa concentrazione di portiere. "Zambrotta", faceva il più irriverente dei due giovinastri: "Biribiribì, purupurupù... Camoranèzi. Zuzuzuzuzù, bereberebè... Gilardino..." e via così per tutta la partita. Seconda cosa: un po' di cambi e l'episodio di sfanculamento a catena a centrocampo che ho riportato prima. Terza, e preoccupante cosa, il risveglio dell'ometto coi baffi, chiaramente un ex agonista, che nel primo tempo se n'era stato quieto lì dietro a portar palla ma poi s'è rivelato evidente che a perdere non ci stava e ha cominciato a tirare in porta, e assai. E così mi sono guadagnato la giornata, un paio di volte che l'ungherese ha tirato dritto e basso, certe bordate a effetto che giravano ancor più in conseguenza del pallone troppo gonfio e della superficie sintetica. Il calciatore ungherese, c'ho badato il giorno dopo, quando si trascinava appresso per l'aeroporto di Amburgo la coppa di miglior giocatore del torneo, porta circa 36 di piede, come Palanca, l'ala sinistra del Catanzaro che certi rammenteranno per i suoi corner calciati direttamente in porta.


L'allegria del portiere

Non mi sento per niente solo, in porta, questo lo dico a 'sti famosi portieri-poeti del passato. Non sempre almeno. Nelle partite bremesi c'era Simi sempre là vicino, con una pazienza proprio di scrittore, direi, a chiamare gli appoggi e a prendersi cura dei rinvii, che sono il punto debole dei portieri part-time come me, e poi si vedrà anche perché. Poi Mathieu, che mi tiene compagnia lì davanti anche con l'occhiatacce che mi lancia di tanto in tanto furente, e il cui cognome francofono mi fa pensare di essere dentro un sonetto di Carducci sulla Rivoluzione francese, in queste mattinate brumose e lutulente del Nord Europa. Poi Cavina, che ogni tanto richiamavo sulla destra e lui aveva voglia a strillare: "Non sono un difensore, io non sono un difensoreee" ma però copriva, anche con un provvidenziale campo minato di spergiuri. Gli altri sono più lontani, specie su questi campi di lunghezza sterminata, e così da lontano ho visto il nostro secondo gol, uno di quei gol che uno si dice "è troppo facile, non ce lo danno". E invece sì. Su un pallone lento e caracollante verso di lui, il portiere ungherese ha lisciato la palla con quella semplicità che alle volte connota i disastri. E, meno male, ci stava Audisio che con altrettanta semplicità l'ha spinta dentro: due a zero per l'Italia, palla al centro, ma a quel punto ci siamo sentiti più o meno in finale.
Non mi sento solo, no no, tanto più che il nostro mister, l'ex calciatore (ex?) comunista Paolo Sollier, mentre giochiamo, dice sempre a tutti "Solo... Solo", per segnalare che nei paraggi non c'è un ungherese agguerrito. Ma al portiere non lo dice mai; morale: il portiere non è mai solo.


Giocare stanca

Il tempo emotivo di una partita, mi fa presente Carlo D'Amicis riportando le parole di un calciatore che ha conosciuto, è lunghissimo. C'è l'idea che di novanta minuti in novanta minuti s'invecchi di più di quanto avviene in novanta minuti che passate al ristorante o al cinematografo. Da una parte io mi sentirei di replicare che i tempi emotivi delle mie giornate lavorative sono davvero sterminati, lì in un'agenzia stampa a passare comunicati insulsi. Però è anche vero che 'sta partita con gli ungheresi a un certo punto, e dal mio punto di vista, non finiva mai, e a ogni calcio d'angolo tirato dall'uomo coi baffetti mi sembrava di ripercorrere tutta la mia esistenza calcistica, dalle memorie di Palanca in avanti. Si può dunque accettare l'idea che un calciatore professionista in quei novanta minuti invecchi più rapidamente, e questo può spiegare il fatto che ogni volta che vedo le interviste dei calciatori non riesco a figurarmi di essere, di fatto, a trentasei anni suonati, più vecchio di Totti, Gattuso, Inzaghi. Tutti gli atleti famosi mi sembrano, e forse mi sembreranno sempre, più grandi di me, pure Nadal, Rooney, e non parliamo di Messi, l'argentino, che ha 19 anni e negli occhi la consapevolezza di un vecchio elettrauto. Insomma, è più che mai quando vedo queste interviste televisive di un calciatore che, ontologicamente, finisco per domandarmi: Io, chi sono?


Del perché i campionati maggiori si giochino di pomeriggio

Giocare di mattina, com'è avvenuto con gli ungheresi (inizio alle 12) e come avverrà con gli scandinavi, comporta una serie di condizionamenti cui sarà utile far cenno. Premetto che, per quanto mi riguarda, non credo che nel resto della mia vita calcistica giocherò mai più talmente di mattina come avveniva nei campionati esordienti, quando giocare di mattina poteva significare alle otto di domenica mattina in punto e spesso in borgate di Roma talmente lontane da condannare alla sveglia in ore delle quali molte persone, la domenica, ignorano la stessa esistenza. I raduni tedeschi delle quattro Nazionali scrittori erano, a Brema, per davvero in contrasto coi bioritmi di tanti. E lo sa bene Kristina, la bella hostess bremese che si prendeva cura dei gruppi e che il primo giorno aveva estratto a sorte gli abbinamenti delle semifinali.
Poco prima di Italia-Ungheria c'era stata Germania-Scandinavia, vinta dagli scandinavi con i quali avremmo dunque disputato la finale il giorno dopo. Per i quattro spogliatoi c'era solo un locale docce ma soprattutto un solo cessetto, che per le 11 di mattina era stato visitato almeno da una trentina di calciatori. Né il viavai accennava a calare. Giocare di mattina comporta questo andirivieni nel cessetto. A quell'ora io ero cambiato e fuori dal locale degli spogliatoi quando davanti a questo luogo ormai per davvero dantesco si presenta Kristina, con la quale ero entrato in confidenza un paio d'ore prima scambiandoci due chiacchiere e vantandomi di imprese sportive non mie.
"Francesco - mi fa Kristina in inglese - I need to use the toilet..." Cioè, tradotto liberamente: Dovrei scendere nel cuore di Malebolge...
"Sure - rispondo io - I'll clear the way for you". Cioè, tradotto: Si capisce, ora vado a vedere se è libero. Dissimulando che ero stato uno dei trenta famosi, e uno dei maggiori contribuenti, ora posso dirvelo, ché il mio metabolismo m'inchioda al cesso, con la Settimana enigmistica, esattamente un'ora dopo colazione e per almeno il tempo di risoluzione di uno schema di parole crociate a schema libero.
Due o tre di voi se lo ricorderanno, Ternavasio e Audisio e Simi, mi sembra, di quando Zardo entrò galantemente nelle toilettes, chiamiamole così, coi guanti e la Settimana enigmistica sottobraccio, dicendo: "Spazio a Kristina, spazio a Kristina".
"Un momento un momento", rispondeste.
E ora te lo voglio scrivere, bionda Kristina, che non so se t'ho fatto un favore: t'avrei dovuto raccomandare io stesso, galantemente, la siepe tedesca retrostante il fabbricato. Perché non è detto che, nella vita di una ragazza tedesca, debba prodursi un'esperienza sensoriale così marcata come usare un bagno appena usato da quattro nazionali di calcio costrette a giocare la mattina.
Naturalmente, per quanto mi riguarda, ho dissimulato, per la famosa regola che il primo che la sente è quello che l'ha fatta. Ma non mi ricordo come ho dissimulato, in inglese, se per esempio le ho detto: "Do you really need to go to the toilet in the morning? I usually go in the evening...", che tradotto suona più o meno: Veramente non puoi rimandare? Pensa che io seguo la regola della cacatio vespertina. Ma forse no, ho aspettato ch'essa entrasse nel bagno per poi dileguarmi. Semplicemente, poi, ho distolto lo sguardo per il resto del torneo, ogni volta che rischiavo d'incrociare il suo, foss'anche da lontano.


Triplice fischio

Comunque, come s'è visto, sgombri, abbiamo vinto con l'Ungheria: il giorno dopo avremmo affrontato (sempre verso le 12) la Scandinavia, campione in carica della Writers' League di San Casciano e, dicono loro, squadra imbattuta o peggio, squadra che ha sempre vinto. Si poneva più di un problema, alcuni comuni, altri privati. Il problema comune sarà un signore di nome Ekelund, di nazionalità svedese, che ha tutto l'aspetto di un tranquillo direttore di dipartimento universitario e anzi, probabilmente lo è. Solo che le università stoccolmesi, evidentemente, mettono a disposizione campi di calcio e palestre riservate ai docenti, e se vi immaginate Asor Rosa o Giulio Ferroni che scendono sul campo da calcio a difendere i colori della Sapienza, vuol dire che non ho ancora reso l'idea di quant'è temuto e tenuto in considerazione, sui campi di calcio 'sto signore ex calciatore agonista che all'una e all'altra Writers' League s'è distinto per essere il capocannoniere, con la naturalezza che distingue probabilmente una lezione di letteratura comparata in cui, passando per Firenze, si compara Guido Cavalcanti a Giancarlo Antognoni.


Vizi e virtù

E a proposito di Antognoni, il mister ci ha avvertito, venti minuti prima della finale. "Smettetela di giocare di prima". Sì. Perché ai miei tempi, quando appunto giocavo negli esordienti al campetto di Villa Gordiani, erano i tempi di Antognoni e Tardelli, di Novellino, Briegel, Virdis, Battistini. Tutte persone che sanamente, a testa bassa, si tenevano la palla a morte aspettando con pazienza il fischio dello zero a zero o qualche distrazione avversaria dove incunearsi. Invece, poi, Totti e Kakà e qualcun altro hanno prodotto quei guasti di cui le squadre di dilettanti fanno care le spese. Perché Totti, ad esempio, è abituato a giocare di prima: gli arriva la palla e senza tenersela cara manco mezzo secondo s'inventa un passaggio filtrante che s'infila, rasoterra o quasi, in mezzo a sei sette avversari e raggiunge Delvecchio o Iaquinta o chi per lui. Solo che lui è Totti, noi no.
Quando avevo 13-14 anni il mister ci costringeva a giocare di prima facendo delle partite d'allenamento in cui chi la toccava due volte veniva fischiato, per disabituarci al dribbling e agli occhi bassi che ai tempi funzionavano come modello di virtù calcistica. Ora, vent'anni e più dopo, l'allenatore Sollier, al quale ai tempi m'immagino che Castagner raccomandasse il gioco di prima, è costretto a dissuaderci. Eh sì, perché seguendo il modello Totti, se non si è Totti, si perdono decine di palloni nella selva di gambe tedesche. E pure io, convinto della saggezza del mister, ho cominciato a dire ai compagni: "Tenetevi 'sta palla", "Testa bassa", "Occhi a terra", e cose così, visto che il portiere dovrebbe un po' governare la difesa, parlare. E questo fatto di parlare è una raccomandazione che m'ha fatto a me personalmente lo stesso mister Sollier. Abituati a Favetto, col suo vocione baritonale, i compagni di squadra si sentono sperduti se in porta, dietro a loro, c'è il silenzioso Zardo, tendente al silenzio anche in aereo, in ufficio non ne parliamo, nella vita domestica. "Tu non parli", mi rimprovera tante volte la stessa Lucrezia, la mia fidanzata, che confonde certi miei sovrumani silenzi domenicali con astrazione da lei. "Tu non parli", mi dice anche Stella, una collega dell'agenzia dove lavoro, esortandomi a cercare di mettere in evidenza, a voce, le mie doti di scrittore. "Tu non parli", mi disse anche mister Sollier una mezz'ora prima della finale.
Avete ragione. Preferisco il silenzio, far parlare la pagina qualche giorno più tardi: per questa ragione faccio lo scrittore e non, che ne so, l'attore o il conduttore radiofonico. Ma in effetti in porta non è produttivo, questo silenzio cosmico di Zardo scrittore. Non posso scrivere dei bigliettini ai compagni: "Ora, per favore, coprite. F.Z."; "Ognuno si tenga un uomo, ve ne prego. Francesco Z."; "Caro Cavina, c'è un calciatore avversario libero sulla destra: ti prego di seguirlo pazientemente. A più tardi, Zardo", e via dicendo. Oltretutto, vi sfido a scrivere coi guanti da portiere indosso.


Brema, rive droite

E quindi nella finale, con la mia boccaccia aperta, ho detto tutta una serie di cose. Ma ho la voce bassa, mi vergogno a parlare in pubblico, detesto dare ordini, come se questi ordini compromettessero fra l'altro un'armonia naturale delle cose, quel panta rei delle partite di calcio che, pure da portiere, mi piace osservare in silenzio. E confesserò un altro difetto calcistico che compromette forse le mie prestazioni: la tendenza saltuaria a ricercare solitudine, per ritrovare la concentrazione. Chissà se pure Zoff o Yascin o Zamora avevano tutti riti loro di questo genere.
Finita la semifinale con la Spagna si poneva il problema di lavare le magliette. Una scelta naturale sarebbe stata lasciarle nello spogliatoio, come hanno fatto molti dei miei compagni di squadra, o viceversa lavarsela dentro il lavandino dell'Hilton, come ha fatto per esempio Carlo D'Amicis. Io no. Volevo la maglietta di bucato, per giocarmi la finale, entrare in campo come nella pubblicità di Vernel e Coccolino, lasciare al mio passaggio una strisciata di freschezza d'aprile. Pertanto, mentre una parte della squadra si recava a visitare le bellezze bremesi, un'altra parte al mercatino dell'usato a comprare oggetti ricordo con la macchia di muriatico a scancellare la croce uncinata, e una terza parte nella piscina dell'hotel, io ho messo la divisa in una busta e mi sono recato alla reception dell'albergo per domandare se il servizio di lavanderia fosse efficiente tra il sabato pomeriggio e la domenica mattina.
No, m'ha detto in inglese la receptionist, le ridaremmo tutto martedì.
Io non so come si dice in inglese "Lavanderia a gettone", così mi sono aiutato mimando il gesto d'infilare un euro da qualche parte e poi facendo il rumore della lavatrice, e agitando la mano circolarmente. La receptionist tira fuori una mappa e mi spiega che devo pigliare il "train", che fortunatamente sarebbe il tram, e recarmi in una zona residenziale della città, dall'altra parte del fiume dove c'era, m'ha spiegato, una lavanderia a gettone. E così è trascorso il mio sabato pomeriggio bremese, nella ricerca di una lavanderia automatica in una zona di Brema che il sabato pomeriggio è per davvero deserta, che paragonerei come urbanistica ai Prati Fiscali per chi abita a Roma o a San Siro per chi sta a Milano. Comunque, senza cacche di cane, che una cacca di cane per strada, in queste città tedesche, è notizia da prima pagina sul giornale, mi sembra.
Così, alla finale, avevo tutto pulito, quel damerino che sono, prezzo un silenzio e un raccoglimento assordante in me stesso per quelle tre ore e mezza che mi ci sono volute per trovare la lavanderia, fare il bucato e tornare all'hotel. Per quanto mi è dato intuire, l'unica altra persona che in parallelo s'era piegata a momenti di solitudine paragonabili ai miei è stato Emiliano Audisio, che fin dall'arrivo in Germania si è impegnato nella sterile ricerca di una tessera telefonica per i telefoni pubblici, merce rara in tempi di egemonia dei cellulari. La mattina ci eravamo scambiati qualche parola, visto che una carta telefonica l'avevo cercata anch'io. La sera l'ho riincrociato: "Hai trovato la carta telefonica?" gli ho chiesto. Per tutta risposta Emiliano m'ha mostrato una manciata di spiccioli: "Sto messo così", ha risposto. E dire che noi sulla maglietta c'abbiamo scritto "Telecom Italia", e si badi non "Telecom Italia Mobile", ma "Telecom Italia", quello stesso marchio che sta impresso nelle ormai rare cabine del telefono italiane.


Italia-Scandinavia, il terreno

La finale con gli svedesi si è svolta alle 12 di domenica 4 giugno, in un campo di erba vera ancora più grande di quello della semifinale. Uno di quei campi che, per grandezza, rimandano al polo e al cricket più che al calcio come lo conosciamo noi giocatori versati alla pozzolana: distese erbosi sterminate senza linee, in cui s'ha l'impressione di poter continuare a correre all'infinito, col fallo laterale ch'è pura astrazione. Dal punto di vista del portiere si è vittime di un'illusione ottica: questi campi sembrano riprodurre la nozione visiva di orizzonte e curvatura terrestre. Uno si sente come Magellano, come Caboto. Vedete l'altro portiere, laggiù, lo vedete, ma non gli vedete i piedi: la sua figura s'erge dagli stinchi in su, le scarpe sono nascoste dietro l'orizzonte. Può capitare, in certe ore della mattina, qualche fenomeno di rifrazione prismatica: allora il campo di calcio è in grado di contenere un intero arcobaleno.


Italia-Scandinavia, gli altri

Ho letto che molti portieri studiano le caratteristiche degli attaccanti avversari, per arrivare alla partita più preparati. Non è il mio caso: durante la finale ho imparato che sarebbe meglio, per incoraggiare la resa emotiva, ignorare la forza e la capacità di tiro degli avversari in maniera da non restarne ipnotizzati e intimiditi come invece accadeva a me - ma anche a qualche compagno difensore - quando sulla tre quarti avversaria prendeva il pallone Ekelund, quel professore di letterature comparate di cui ho già parlato, e che se ci ripenso alla fine non era così forte ma cavalcava una serie di coincidenze che l'avevano portato, col tempo, a intimidire le difese. Difese le quali, consapevoli della sua forza, aggiungono vigore con la propria timidezza alla falcata dell'attaccante scandinavo. Un signore peraltro piuttosto mite e di buona compagnia, che passava il tempo a scolare birrette e fumare la pipa, conversando fino a tarda notte coi compagni di squadra, come se il giorno dopo dovesse giocare qualcun altro, che ne so, Gren, Nordhal, Liedholm, al posto loro.
Prima della partita, gli svedesi hanno l'abitudine di intonare una canzone africana, stretti insieme a cerchio, in un rituale che rammenta più il rugby che il calcio. Il calcio è una cosa seria, mi ripeto io ogni volta che leggo Corriere e Gazzetta, gli unici quotidiani cioè, se ci pensate, privi di satira e vignette umoristiche: la stessa concentrazione e dedizione al numero di Carlo D'Amicis dovrebbe darci la spinta per battere una Nazionale di scrittori di Paesi che, come nel caso della Finlandia, non hanno mai raggiunto la fase finale di un Mondiale. Dovrebbe sostenerci, in campo, quella compattezza data dall'avere un inno tutto sommato musicalmente e lessicalmente insipido come, diciamocelo, Fratelli d'Italia è. Dovrebbe. E magari succederà: non in Germania, non questa volta, come si vedrà leggendo il tabellino della partita che anche qui riporto.


Italia-Scandinavia, tabellino

Paesi Scandinavi 2 - Italia 1
Reti: 32' pt e 22' st Ekelund, 28' st Grande
Italia: più o meno lo schieramento dell'Ungheria
Paesi Scandinavi: un portiere fumatore di pipa, un libero fumatore di pipa anch'egli, un finlandese con cui ho chiacchierato di calcio nel torpedone, vari difensori e centrocampisti tra cui Kinvaldt, ex calciatore del Werder Brema, molto signorile nel portare palla senza mai tirare, come si conviene a un ex calciatore del Werder Brema; e poi il pericolo pubblico numero uno: Ekelund!
Arbitro: l'arbitro di ieri; assistenti: due ragazzini di chiaro retaggio maghrebino, immigrati di seconda generazione in Germania
Note: niente ammoniti, costola incrinata per Mathieu, i soliti sessanta spettatori senza però Kristina, la bella hostess bremese, fiaccata evidentemente dalle esperienze del giorno prima.

La disposizione psicologica della nostra linea d'attacco la dice lunga su quell'attitudine che ci ha portato vicini alla conquista della Coppa del Mondo scrittori senza averla raggiunta per un solo gol (più eventuali calci di rigore): un lieve ritocco, un allenamento in più e chissà come sarebbe andata. Il discorso è questo: quasi tutti, anzi tutti i nostri attaccanti sono dotati di buone risorse tecniche: Trento, Sardo, Grande, Fabbri. In particolare, e più di tutti, Alessandro Fabbri è veramente capace di un buon palleggio e ha un bel tocco di palla, e secondo me potrebbe anche girarsi e tirare ogni tanto una botta da quindici metri, all'occasione giusta, ma queste risorse tecniche si stemperano contro un muro psicologico creato dalla nazionale scandinava che riesce a intimidirci. Ditemi la verità, o compagni attaccanti, certe volte vi arrivava un pallone e il carico psicologico lo appesantiva di due-trecento grammi e il contatto con esso pallone si caricava d'enfasi, come se fosse il primo pallone che vi arrivava in vita vostra. Come quei compagni di classe che non sanno giocare a calcio e vengono tratti al match in occasione di una gita scolastica, quando ne manca uno, e a quel compagno capita l'occasione della vita, integrarsi calcisticamente con gli altri grazie al primo pallone della sua vita che gli arriva da solo al limite dell'area. Ma il portiere di quegli altri è un tizio sicuro di sé che gli sembra in quel momento possente e guizzante come Dida, con l'annessa catena cinetica, e quindi il tiro esce debole. Io lo capisco e lo condivido, quest'atteggiamento di pudore tecnico che ha distinto una parte di quella finale (tranne un quarto d'ora giocato in modo eroico e davvero meritevole di pareggio).
Lo capisco quest'atteggiamento di chi è dotato di risorse tecniche e s'intimidisce. Perché pure io m'intimidisco, e dire che non sono dotato di grandi risorse tecniche.


Italia-Scandinavia, primo tempo

E ora giunge il momento in cui posso lasciare un consiglio in eredità ai miei colleghi portieri che giocassero contro Ekelund e compagni in una ventosa giornata tedesca. Il mio consiglio giunge al 31' primo tempo quando Emmanuele Bianco, a occhio e croce il più giovane e di certo uno dei più capaci nel tener palla alla morte in queste nostre partite, si distrae e dimentica di mettere a fuoco Romeo Benetti, nel tocco, e invece gli viene in mente il solito Totti, corruttore di giovani calciatori. "Pensa a Benetti, pensa a Benetti", ho gridato dentro di me quando gli ho tirato il pallone. Non potevo, mister, mi rivolgo a lei, non potevo gridarlo ad alta voce. Perché Bianco è il più giovane, nella squadra: Benetti non ci ha mai giocato contro, come forse è accaduto a lei, e non l'ha mai visto giocare, mi creda. Insomma, il mio suggerimento sarebbe stato dispersivo. So anche che dall'altra parte del campo c'era Cavina che non solo pensa a Benetti, ma forse è Benetti. O Boniek. O Briegel. O un altro calciatore che comincia per B, uno che il cucchiaio, nel caso, ci mangia una minestra tedesca d'asparagi. Questo, pensavo. E invece Bianco, giovane e bravo e corrotto, quando gli piomba addosso il vichingo di turno cerca il passaggio di prima. E sarà calcio d'angolo. Lì in fondo a quel campo c'era un vento urlante che spingeva tutto verso la porta nostra, e ora ecco il consiglio che posso lasciare in eredità ai miei colleghi portieri: in caso di calcio d'angolo mettete un uomo sul secondo palo, fermo là. Il consiglio non vale per Dida e per Van Der Saar, per il resto dei portieri vale. Sì, perché la palla ha preso un giro che ho visto solo in Shaolin Soccer, scavalcandomi a trenta metri d'altezza per piovere sul secondo palo, verticale come il motore dell'aereo che piomba sulla casa di Donnie Darko, nel film omonimo. Con la stessa ineluttabile ferocia. E chi c'era, feroce, ad aspettarla? Il signor Ekelund, quello spregiudicato cultore della letteratura comparata che la sera prima se ne stava sereno a leggere le sue cose in tre lingue contemporaneamente al gran gala degli scrittori calciatori, e a bere una quantità di Unicum che avrebbe steso Gattuso, Zambrotta e Vieri. Palla in rete, invece, e fra le cose che mi sono venute in mente c'è il perché dei tanti famosi suicidi in Scandinavia. Tanti s'ammazzano perché bevono senza riuscire a ubriacarsi, ecco perché. Al decimo Unicum il protrarsi della lucidità li mette in uno stato d'angoscia invincibile, e se non sono calciatori, o tennisti, o sciatori sentono sgusciar via il sublime, l'apollineo e il dionisiaco, tutto via, tutto insieme. E s'uccidono, per l'incapacità di stordire sé stessi, e l'inclinazione a stordire il povero Za', e le sue tre birrette serali.


Del perché in Germania si beva tanta birra

Così funziona. "In Germania hanno problemi di siccità?" mi chiedeva Carlo D'Amicis il giorno dopo all'aeroporto di Amburgo, intenti al mesto shopping del rientro, e una volta realizzato che una mezza minerale, in quelle zone tedesche, sta sopra i tre euro e mezzo. Sei bottiglie di Uliveto le mettono in profumeria, tra lo scaffale di Donna Karan e quello di John Player Special. E questa era un'altra cosa che ci tenevo a dire della Germania, dove confermo che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare noi italiani e noi francesi si mangia bene. I buffet di carni arrostite sono indimenticabili, le famose patate sono arricchite con una sapienza di grand cuisine, i dolci, che io non mangio quasi mai, mi garantiscono essere degni dei piatti già nominati. Stefano Sardo, che è esperto di gastronomia, ci ha anche chiarito le sorte di carni scelte per gli arrosti bremesi: "Siamo a Brema, saranno asino, cane, gallo, gatto..." Escluso il cane, mi piace pensare.


Italia-Scandinavia, secondo tempo

Al secondo tempo hanno cambiato campo e non c'era più vento, ma io mi sentivo piuttosto abbattuto per il gol preso alla fine del primo, ancorché emozionato per la finale in corso. E ho sbagliato un paio di rinvii. In particolare, dopo aver catturato una botta a tu per tu con Ekelund, che tutto solo in area me l'ha sparata addosso, c'è stato questo episodio. Avevo agguantato il pallone e me lo tenevo al petto incredulo come se avessi ritrovato un neonato nel boschetto adiacente e il telecronista tedesco, il quale ogni tanto diffondeva un commento dagli altoparlanti, pensa bene di darmi gloria: "Portieren... Italianen... - fa il cronista - Paraten... Francesco... Zardo!!!" Capirete, a sentire il mio nome gracchiato in tedesco nell'altoparlante mi sono tutto emozionato rinviando così sulla tre quarti in bocca a Kinvaldt, e via così con gli assalti, e il mio rinvio e il mio momento di gloria radiocronistica si sono stemperati in un giusto e lacerato sfanculamento di Cavina, che s'aspettava la boccia per ripartire.
Con ciò, onore ai miei compagni, s'era presa la giusta piega: non so che altro ha detto il telecronista tedesco, ma fossi stato io il telecronista avrei detto che tutto sommato il pareggio ci stava. "Italien... Meritaren... Pareggen..." Vedremo che succede a Firenzen... Per quanto riguarda Bremen, c'ha pensato il solito Ekelund, costante e stancante fino all'ultimo, con un tiro lento e preciso che ci rammenta Rivera contro la Germania, Baggio contro la Nigeria: una vendetta, insomma, del calcio nordico e africano allo stesso tempo, dritto in un angoletto lontanissimo da tutti. Inutile ripensarci: mi viene in mente semmai a quella scarpa Adidas d'ottone, il premio per il miglior marcatore del torneo, che ora sta lì a Stoccolma, in mezzo ai volumi svedesi di comparatistica. A quella coppa per la squadra campione, nella biblioteca dell'Università stoccolmese... All'aeroporto mi sono chiesto se le coppe, casomai, le sequestrava la dogana tedesca, essendo manufatti affilati. Ma credo di no, credo anche di poter sbrigare in poche righe, per stanchezza di tutti, la descrizione del gol di Carlo Grande che c'ha portati ancora più vicini a quello che è il sogno di tutti i portieri, cioè la finale che si risolve ai rigori, e io che agguanto il tiraccio di Ekelund nel tripudio di compagni e telecronista tedesco. Tutto nel regno della letteratura. Nel regno della cronaca preferirei anche saltare la descrizione della traversa che ha preso il prof. Ekelund all'ultimo minuto, e la sua imprecazione svedese che ho sentito da terra dopo essermi gettato sui suoi piedi. La salto, la descrizione: lasciamo che l'arbitro fischi la fine, l'Italia arriva seconda.

Ma non vorrei saltare, saltando alla conclusione di questa storia, un altro sogno di portiere che avevo accarezzato in questi bei giorni mondiali. Il sogno era questo: l'Italia gioca bene e vince, Zardo gioca benissimo e contribuisce alla vittoria dell'Italia al punto che Lippi, il quale passava da Brema per curiosità calcistica e letteraria, sceglie di rimandare a casa Buffon e, sfidando l'Italia del calcio professionistico, la Federazione, Blatter e Beckembauer, tutti i giornali sportivi del mondo, gli sponsor e la sua reputazione, mi stringe la mano a fine partita: "Sei stato bravo, Zardo, un po' lento ma bravo". E io: "Grazie, Lippi, io anche l'ho sempre stimata". E lui: "Ti va di giocare nella Nazionale?" E io: "E' tutto spesato, vero?" E lui: "Si capisce". E io: "La maglietta la lavate voi". E lui: "Ci mancherebbe".
Fosse un film direi, alla fine: "No grazie, Lippi, il mio posto è qui, nella Nazionale italiana scrittori, al limite anche in panca". Fosse vero direi: "Chiamo il giornale, che m'aspetterebbero domani, ma aspetteranno".
Il calcio, del resto, è fatto anche di sogni, nessuno scrittore-calciatore dovrebbe dimenticarselo. Fa bene giocare a calcio, e pensarci, un po' prima e un po' dopo: se ogni tanto fate un bel sogno a occhi aperti, qualcos'altro di bello accadrà sempre.

 

Torna alla pagina delle Cronache Soriane