“Verticalizzazioni”
Balaton, 19-22 giugno 2009
di Marco Boccia

 

1. Passaggi a sud est

Un giorno di giugno del 1911, persa la trebisonda, György Lukács, austero filosofo magiaro, si trovò a passare per Avellino (laddove un altro ben noto comunista avrebbe, qualche decennio più tardi, lasciato il segno a suon di gol).
Abbarbicato com’era alle di-(se non tri-)cotomie suggeritegli dalla sua fede hegelo-marxista, volle misurare la validità delle proprie tesi sul campo: lo stadio Partenio con la canonica rettangolitudine ben si prestava ad accogliere e avvalorare le evidenze della sua teoria estetica.
Sicché il gesso delle linee non poteva che essere, agli occhi del filosofo, la struttura che dà forma e significato (e, insieme, negazione e limite) a quel profluvio di realtà umana che scalpita là in mezzo anelando alle scorribande di una palla.  
Ma quella parentesi irpina purtroppo non lasciò alla storia del pensiero segni indelebili: il capitolo “Tutti ad Avellino” (tutti chi? I proletari? Gli ungheresi? I filosofi?), superba chiosa del capolavoro “L’anima e le forme”, andò perso in un vagone di seconda classe insieme alle ciabatte lise, ma favorite, del maestro.
Quasi cento anni dopo un tardo epigono, un partenopeo scaltro e privo di scrupoli, approfittò della catalessi post-moderna per rispolverare in terra magiara le intuizioni lukácsiane rimestandole con suggestioni del tutto personali.

 

2. Risalita in verticale

Ma per raccontare questo cortocircuito italo-ungarico, che ricongiunge clandestinamente due secoli così diversi, bisognerà seguire le sorti di una squadra che risalì lo Stivale con mezzi di fortuna per approdare nell’ansa orientale del lago di Balaton, laddove alcune leggende slave miscelate con le memorie slavine di un visionario Carlo “Patrizio Sala” Grande narrano di panchine affioranti dalle gelide acque lacustri.
Alsóörs, nome della località ospitante, è in realtà un lessema basso-avellinese dal significato cangiante: un giorno vuol dire “Raffiche di vento e pioggia”, un altro, quando già sei a distanze siderali, “Adesso splende il sole, tiè”.
Nella prima eventualità semantica Alsóörs si configura come ossimorica località di villeggiatura senza villeggianti: un vacuum contornato di alberi, viuzze regolari e lungolago trapuntato di sparuti locali deserti. La femminilità, almeno fino a notte fonda, è un pallido ricordo.

Il viaggio ha inizio nel punto di confluenza di due strade consolari della Roma antica.
La ardua conquista del mezzo di locomozione ha non solo messo a dura prova il mio equilibrio psico-fisico, già precario, ma mi ha rammentato la persistente inconciliabilità della mia persona col sistema mondo tardo-capitalistico.
Non disporre di una carta di credito può significare anche dover rinunciare in extremis ai nove posti, alla trasferta ungherese, a Lukács e alla sua Avellino. E una fustigazione di squadra.
In tal caso è opportuno compensare la malversazione nelle dinamiche finanziarie post-moderne con le frequentazioni assidue della classicità: con un pianto greco e assegno bancario si sradicano le chiavi del mezzo e si può dare cominciamento all’epico viaggio.
I primi argonauti sono il bomber Trento, il valido Governatori e il cameraman/montatore Alessandro stavolta (dopo la penuria di mezzi varesina) confortato da ben tre videocamere.
Si aggiungeranno a Firenze Certosa il buon Simi, a Bologna “Bob De Niro” Menni, in bermuda e calzini rinfoderati fino al ginocchio, a Mirano (Padova) “Clint Lenin” Sollier, “Patrizio Sala” Grande, e il tardo epigono lukácsiano “Grandi Momenti” Furlèn.

La tappa austriaca, in un legnoso autogrill a pochi chilometri da Graz, è segnata dal diverbio acceso tra Trento e l’aglio, intervenuto di soppiatto a contaminare le pietanze fredde del self service. Se Trento, come di consueto veemente e impulsivo, rinuncia al pasto avventandosi su una barretta di cioccolata, io ingurgito e soffro in silenzio (sarà costretto per il resto del viaggio a masticare un intero pacchetto di gomme).
“Grandi momenti!” è il refrain forlaniano ribadito persino nei cessi dell’autogrill, là dove “Clint Lenin” Sollier, impegnato nell’atto piccolo, potrà controbattere con asciuttezza sabauda: “A me sembra soltanto una pisciata”.    
Si arriva dopo 13 ore di viaggio, con indicazioni stradali stentate, nella casa dei balocchi di János, arcigno centrocampista ungherese: una cornucopia di biliardo, calcio balilla, ping pong (net... Simi: “Scusa!”. Sollier: “Scusa un cazzo!”), freccette e brande bastevoli per poter scongiurare il mucchio selvaggio e per stare alla larga, nella fredda notte magiara, dall’ostile russare di “Grandi Momenti” Furlèn.

 

 

3. I sapori del pre-partita

Insieme alle prime luci del mattino spuntano salami, alcolici, formaggi e pruriginose banane con nutella. “Un must degli anni 70” sbotta Furlèn. Perplesso Sollier ribatte: “Non mi sembra che anche allora avessimo bisogno di scuse per leccare la figa”.
Ma la mattina balatonense è irta di insidie: i magiari proveranno a debilitarci propinando grappa a colazione, calzoni fritti (con aglio) a pranzo e un tediosissimo gioco nella algida guazza lacustre che coinvolge i nostri impavidi Trento e “Bob De Niro” Menni.
Il gioco: un’accozzaglia di sei arditi decerebrati si immerge nel Balaton con una palla e, dalla cintola in su, come dannati del Flegetonte (ahiloro, dantianamente sodomiti), si dimenano, sferzati dai venti, colpendo la sfera con la testa in direzione di due porte confitte sul fondale.
Si palesa così alla ciurma italica la pressoché totale assenza (o provvisorietà) di regole nelle manifestazioni ludiche del popolo magiaro. Qui il portiere colpisce di testa e serve gli attaccanti immobili davanti alla porta avversaria. Tutto qua.
La medesima miseria normativa che si ritroverà, la sera, nel corso della partita di calciobalilla tra Trento-Indigeno e Sollier-Grande (coppia rivelatasi infallibile e pervicacemente tignosa). L’Indigeno, ostinato quanto spontaneo e anarcoide, chiede a gran voce (nella sua lingua, senza farsi capire... dunque mima) il rispetto delle non regole magiare: difensori, centrocampisti e attaccanti possono passarsi la palla a più riprese (saggiando impotenza e frustrazione dei portieri). Un affronto per l’irreprensibile italiano che acconsente sì, in patria, alla mortificazione del diritto e allo svilimento della certezza della pena, ma mai toccargli la regolamentazione del calciobalilla, i tempi di cottura della pasta, la mamma.

 

4. I due volti della partita

Ebbene sì, per qualche ora sono stato una delle 11 biglie sul panno verde del biliardo di János.
Mister Sollier dispone un 4-4-1-1. Sarò la biglia dietro Trento, rifinitura e poco sacrificio (è evidente che non si abbia, cum grano salis, granché fiducia nella mia corsa).
Sulla mediana Grande, Menni, Lombardi, Bianco. Dietro Simi, Mathieu centrali con biglia dadaista Furlèn a destra e Governatori biglia mobile con licenza di soverchiare il centrocampo.
Scaringi e Sollier a disposizione dello stesso Sollier (che dunque gode del privilegio di poter disporre di se stesso come e quando crede).
Dal biliardo si passa al campo di gioco. Io in quanto biglia faccio gli scongiuri affinché il buon Simi, eroico capitano, non si faccia sopraffare al rito della monetina. I magiari non impongono regole atipiche, almeno qui. O testa o croce. Simi perde contro il fato.
A me, a tutti, ma soprattutto a me, toccherà sostenere la prima frazione di gioco con un impetuoso vento contrario misto a pioggia “orizzontale” (presto capiremo perché). La mia corsa stantia sarà piana, rivoltante fissità (mi parrà di tirare l’aratro in un campo arido).  
I magiari partono decisamente meglio, per nulla intimoriti dal nostro scalcagnato grido di battaglia “Branca Branca Branca Leon Leon Leon...”.
La palla gira (sarà per la regola corsara applicata al calciobalilla?) e János governa a modo il centrocampo. Se “Bob De Niro” Menni, dopo un paio di fulgide sgroppate sulla fascia, si infortuna, di sicuro a tracimare è la rabbia di “Patrizio Sala” Grande (“Non farmi portare la croce da solo” mi urla contro, ribadendo a suo modo il precetto fondamentale dei Cristianesimo). Sollier, subentrato con Scaringi, non è da meno invocando più e più volte Dio nelle sue incarnazioni e sembianti zoomorfi (le varianti apocrife del “Dio da guardia”, nonché della divinità che, nella sua infinita misericordia, trasuda speck e lardo di colonnata).
Noi giriamo a vuoto (io, pleonasticamente, vuoto a giro) e János ne approfitta con due staffilate dalla distanza che trafiggono l’incolpevole “Gatto soriano” Lazzarini.
Una cesoiata di esterno di Bianco (che aveva promesso una “cassanata”; forse di nascosto avrà sputato all’arbitro, chissà) è pane per i denti (senz’aglio?) di Trento che macina metri contro il muro dei venti e le secchiate piovane, scarta a destra il portiere, si complica sette vite, fa rientrare tutta la difesa, attende l’inattendibile e poi scaraventa in rete.
Ma in agguato attende Zilahy, con la sua proverbiale flemma increspata appena dalla improbabile zazzera, il quale approfitta di una respinta  corta di Lazzarini e insacca per il 3-1 che chiude il primo tempo.
Negli spogliatoi è un turbinio di musi lunghi e insulti, che solo un agiografo prezzolato potrebbe spacciare per incitamenti. Il mio mutismo è l’evidente cartina al tornasole di una scomoda girandola di pensieri (ad esempio il fatto di essere la prova inconfutabile del dualismo cartesiano di res extensa e res cogitans: io cogito di fare un doppio passo con finta a destra, sinistra e tiro sotto il sette; il corpo approva, ma nella quiescente stasi).

Eppure bisogna consegnare ai posteri il senso profondo di 13 ore di pulmino (solo andata) per non incorrere in sberleffi sempiterni. Così la partita cambia volto: Governatori spinge sulla sinistra, Trento lo segue con la corsa, io con lo sguardo. Il piattone all’angoletto è il giusto contrappasso per il flagello di Dio, Attila, imponente portiere dell’Ungheria. 3-2.
Di lì monta l’ardore insieme alla rabbia (Lombardi e Trento verranno accusati di essere in realtà due comparse del teatro instabile di Roma inclini al tuffo e alla lagnanza). E dopo una stoccata di Lombardi che si frange sulla traversa, a decretare il senso del viaggio è Mister Sollier con una punizione sopraffina, la corsa verso l’abbraccio della colonna difensiva “Tutti ad Avellino!” e una scivolata risolutiva ad impattare un perfido tiro magiaro.
3-3. Risultato finale.

 

5. Il fiacco dopopartita

Fradici di acqua e di emozioni ci ritroviamo nelle squallide salette delle tribune a degustare gulasch infastiditi da un avventore con fisarmonica che ci ricorda ancora una volta, in terra straniera, che, dopo tanti anni, ci associano ancora a Toto Cutugno e alla sua “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano” (tra quanti anni, Dio da guardia, potremo dunque affrancarci, negli immaginari universali, dall’imbarazzante icona berlusconiana?).
Questa, almeno secondo i magiari, è la Festa.
Si contano un paio di ubriachi in via di cirrosi, una donna degna di tal nome, forse un’ipostasi dell’amata petite Marie forlaniana, e una insopprimibile voglia di fuggire via.
L’arguzia romagnola si dilegua insieme a Menni rintanandosi in un pub preso d’assalto da ragazzine (una festa di laurea, dirà lui). Le stesse (?) ragazzine discinte che troveremo, per una misteriosa sindrome anti-cenerentola, solo dopo la mezzanotte, in un locale sul lungolago.
Fino ad allora la movida balatoniana è pari alla programmazione serale di Rai Uno in agosto.
Due, casualmente e incautamente maggiorenni, si siedono al nostro tavolo dando la stura all’ars amatoria di Zilahy, che si concede il lusso di rimproverare il nostro Trento (“Se racconti che siamo scrittori, le fai scappare!”), ma anche l’infamia di aver offerto due drink alle stesse ormai finite nel carniere di ben altri famelici maschi di lago.

 

6. Epilogo con il siparietto del tardo epigono lukácsiano

Sulla cuccia dei cani assenti di casa János Furlèn verga furtivo con gesso: “I ragazzi della Via Pál sono stati qui”. È il presagio di un finale roboante, la quadratura del cerchio lukácsiano che racchiude e ingloba Avellino, il ragazzo della via Gluck, i fantasmi di Dino Campana, Procida, il libro Cuore e il compianto Carlo Pisacane.
Gli svolazzi surrealistici di “Grandi Momenti” Furlén nella Sala delle Conferenze di Balatonfüred mettono a soqquadro le ruvide logiche magiare.
L’Italia, Paese eterno incompiuto, ha almeno, sostiene il frizzante epigono di Lukács, il dono della verticalità. Evidente nel tricolore da lui medesimo trafugato a Procida (che sovrasta e schianta l’omocroma prona orizzontalità della bandiera ungherese), inconfondibile nelle movenze (“Ahò!” diranno romanamente gli stessi ragazzi della via Pál, Pálla?, accompagnando il suono col gesto, verticale della mano), persino ovvio nella rabdomantica ricerca del mare (da noi trovato e abbracciato ognidove, da loro orizzontalmente da sempre mancato).
E dunque: “Fabbricare, fabbricare, fabbricare. Preferisco il rumore del mare” (ma chi, come il popolo orizzontale, non può sentirlo?). Dopo un secolo di oblio il capitolo “Tutti ad Avellino!” torna a vedere la luce nell’immaginazione dei presenti. Ma solo grazie ad un italiano, per giunta partenopeo. Gli astanti indigeni incassano supini. Orizzontali.
Il grande Grande non è da meno in quanto a insulti mascherati da metafore: il magiaro è nell’ordine l’Unno, l’Uomo nero, l’Orco mangiainfanti.
Una sequela difficile da digerire se sommata alle argomentazioni forlaniane che dipingono evidente la diade turgore italico/mollezza (impotenza?) magiara.
Se avessi ascoltato quel buontempone di Trento saremmo stati cacciati e rispediti in patria a calci: “Vai a parlare anche tu: potresti argomentare su Cicciolina e il Parlamento italiano!”.
Dunque, non solo degli uomini Bau Bau mal dotati, ma anche delle donne, le loro, Miao Miao gattine sfrenate.
I magiari, anarchici al gioco ma arrendevoli in ambito culturale, prendono per buono tutto, anche Furlèn che canta Celentano e il nostro frettoloso congedo.
Pagheremo dazio ad un passo dall’insulsa Patria per mano di un austero austriaco, inutile quanto il suo paese, che veglia sul confine e sulle infrazioni, stavolta non a base di aglio ma di mancata “vignette” da esporre sul cruscotto. Prodigo di argomentazioni e suggestioni ci apostrofa così: “Tu no pagare, io confiscare auto. 120 euro, crazie”.
Lukácsianamente parlando, anche l’Austria paga lo scotto di essere un paese desolatamente orizzontale.