L’odore più buono della mia vita

Ci accolsero urla e polvere. Quelli del Biassono non andavano per il sottile. La tribunetta in legno traboccava di genitori e imprecazioni. Noi, con le nostre faccia di città, ci giocavamo il campionato a casa loro, mica facile.
L’aria condizionata mi picchia sul collo. La gente entra e si asciuga la fronte e dice finalmente si respira. Fuori ci sono quaranta gradi, ma io sono qui dentro da questa mattina, ho freddo, il gelo mi spacca le ossa.
Arrivammo quaranta minuti prima del fischio di inizio, giusto in tempo per fiondarci nello spogliatoio conficcato sotto la tribuna e attendere l’appello dell’arbitro.
Anche allora era giugno, anche allora c’era una palla rovente appesa al cielo. Sono passati trent’anni, milioni di facce sono scorse davanti alla mia, ma se quel giorno qualcuno mi avesse detto che avrei passato la vita dietro a un registratore di cassa, lo avrei preso a calci nel sedere.
L’arbitro entrò spalancando il battente di legno marcio. Ci chiamò uno a uno, noi facemmo un passo avanti, alzammo il braccio destro, dicemmo il nostro nome ad alta voce e tornammo a sederci in quelle panche da chiesa che sapevano di canfora.
Mister Fantini ci disse di non aver paura, can che abbaia non morde. Ma i genitori del Biassono continuavano a picchiare i piedi sulle nostre teste, dio come picchiavano, un tonfo ripetuto e sordo. Ascoltavamo il mister, ma il soffitto tremava , ancora un po’ e saremmo finiti sotto un groviglio di macerie.
Ci attendevano dal girone d’andata. Erano scarsi, li avevamo battuti sette a zero. Ma ce l’avevano giurata. Colpa di un pirla chiamato Zorzi, il nostro numero undici. Verso la fine della partita aveva preso a imitare il loro numero due, un tipo grosso come una montagna e lento come un formichiere. Gli corricchiava a fianco e gli diceva perché non vai a giocare a bocce? La montagna ansimò per qualche minuto, recuperò fiato,  infine disse: “vi aspettiamo a Biassono. Prenotate undici barelle. Uscirete dal campo in orizzontale”. Zorzi tornò negli spogliatoi bianco come un cencio, ci disse delle barelle, lo mandammo a quel paese.
Ben presto dimenticammo l’accaduto, il nostro campionato procedeva senza intoppi. Ogni partita una festa di gol e veroniche. Eravamo il Monza, i rossi. Io correvo lungo la fascia, a centrocampo Ruben era una diga, Sauro parava tutto e là davanti Michele ne buttava dentro tre a partita. Eravamo invincibili.
Poi qualcosa si inceppò, perdemmo un paio di incontri, altri ne pareggiammo e ci ritrovammo a giocarci il campionato all’ultima giornata. Avevamo un solo punto di vantaggio sul Meda, ma quei maledetti giocavano in casa e avrebbero fatto un sol boccone del Lesmo. Non avevamo alternative, dovevamo vincere a Biassono.
“Ciao Armando, come va?”
Il mio lettore ottico spara sui codici a barre. Alvise ha fatto la spesa grossa. Uova, albicocche e pesche, verdura di ogni tipo, riso, tonno, carta igienica, detersivi, gelati per i piccoli, pizze surgelate.
“Ho freddo”.
Alvise non capisce, “dove vai quest’estate?”
“Rosita ha le lune, si è messa in testa di adottare un bambino, dobbiamo risparmiare, quest’anno niente ferie”.
Sbucammo dagli spogliatoi filando verso metà campo. E’ sempre così, a correre veloce la paura svanisce. I genitori del Biassono ulularono contro di noi, Ruben si mise a ridere,  “sono dei poveracci”, disse. Entrambi sognavamo l’esordio in prima squadra, il Sada di via Guarenti era il nostro miraggio di bambini,  ma lui rideva e io tremavo, forse è per questo che lui è finito in Nazionale e io dietro una cassa del supermercato.
Zorzi non c’era. Il pirla si era dato per malato tre giorni prima, quando arrivò a casa sua una lettera del numero due che gli ricordava la faccenda delle barelle.
Picchiarono duro sin dai primi minuti, ma non ci facemmo intimidire. La montagna si chiamava Pippo Terzate. Randellava a caso e sbuffava come un bisonte. Dopo un quarto d’ora infilò i tacchetti dentro il ginocchio di Matteo, il sangue zampillò. L’arbitro estrasse il cartellino rosso. I genitori del Biassono si sollevarono in piedi, applaudirono Pippo, missione compiuta: ci avevano fatto vedere di che pasta erano fatti.
Il turno sta finendo, non sento più la schiena, ho i piedi intirizziti. Rosita mi sta aspettando nel parcheggio. Me lo ha promesso stamattina, ti vengo a prendere, andiamo a mangiare la pizza e dopo, se ci gira, una fetta di anguria.
Ho voglia di afa, ho voglia di zanzare e umidità, provate voi a  vivere in un frigorifero.
Alla fine del primo tempo arrivarono brutte notizie: quelli del Meda stavano prendendo a pallonate il Lesmo. Iniziammo la ripresa all’arrembaggio; per vincere il campionato dovevamo buttarla dentro. Attaccammo in ogni modo, ma il loro portiere sembrava Zoff e un missile di Ruben si stampò sul palo.
Mancava un minuto alla fine. L’armata rossa si stava facendo fregare il titolo dagli ultimi in classifica. Le risate colavano dalla tribuna, echeggiavano sul campo, ci tagliavano le gambe.
Ho voglia di canicola, forse Rosita ha ragione, un bambino potrebbe farci felice, dicono che quando li adotti li ami di un amore folle.
La palla arrivò a Ruben. Il biondo scappò via tra una selva di gambe e si allargò sulla fascia. Io seguii l’azione, corsi a centro area, aspettavo il cross. Ricordo tutto di quel momento, l’ho vissuto migliaia di volte.  Gli  occhi infiammati di Ruben si alzarono e mi cercarono, la palla partì come una carezza per atterrare sulla mia fronte, Zoff mi guardò con lo sguardo ottuso del condannato a morte,  si inginocchiò prima ancora che battessi a rete. Colpii secco, il cuore mi scappò via appena la palla gonfiò l’angolino basso. Di quello che successe dopo, invece, nessun ricordo, nessuna immagine, soltanto il sudore dei miei compagni di squadra che mi seppellirono di abbracci. L’odore più buono della mia vita.

Marco Cassardo

 

Pubblicato su Il Cittadino (18 agosto 2007)

 

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