Intervista a Marco Boccia su "Il Romanista" del 5 gennaio 2009

1. Si impara prima a scrivere o a giocare a calcio? Ci racconta le sue prime volte in tutti e due i casi?

Dipende dalle famiglie di origine: c’è quella che, magari esasperata, affibbia una penna al marmocchio e, con gran dolore e senso di frustrazione, acconsente a che le pareti di casa siano scempiate dalla sua imberbe foga espressiva.
C’è poi quella che opta per un pallone e non può che dare l’estremo saluto a lampade e chincaglieria d’arredo.
In entrambi i casi, appena il pargolo è sufficientemente in grado di badare a sé, viene invitato, non sempre con le buone maniere, a recarsi fuori, all’aperto. Con i suoi strumenti di lavoro.
È così che si comincia a conoscere il mondo. Poi lo si narra.

2. Se suo figlio le dicesse: papà, da grande voglio fare o lo scrittore o il calciatore, quale sarebbe la sua reazione?

Se me lo dicesse a 37 anni suonati, risponderei: “Amico, quella è la porta, ma non intesa come porta che tu devi tirare un pallone e un portiere cercare di fermarlo se no andrebbe in rete. Io intendo la porta con la maniglia e le chiavi che ti pregherei di lasciare sul comodino. Chiudi bene, ciao”.
Se me lo farfugliasse adesso che ha 19 mesi, il mio meraviglioso Alessandro, comincerei a leggergli una storia palleggiando.

3. Qual è il suo calciatore preferito (o qual è stato) e perché?

Sono tre.
Stefano Ciliberti. Per la disarmante abilità nel tiro al volo.
Marco Chirullo. Per come nasconde il pallone e irride gli avversari.
Totti. Perché non puoi che venerare per tutta la vita chi, ad una semifinale degli  Europei, ha avuto l’ardire di fare il cucchiaio sbeffeggiando un cristone di quasi due metri.

4. E invece il suo scrittore preferito?

Igor Nikolaj Fuguentes Veleňa Setubal III detto Fefé
(ovvero, uno, nessuno e centomila)

5. Ha una squadra del cuore? Se sì perché ha scelto quella?

La Roma.
Grazie a mio padre, a quella volta che mi portò a vedere gli allenamenti quando ancora si tenevano alle tre fontane dell’Eur, alla rovesciata di Pruzzo alla Juventus, alle finte di  Bruno Conti, alle bombe di Di Bartolomei (che quando eri al campetto urlavi al portiere “Mo’ te tiro ‘na bomba alla Dibbartolomei!”).
Ma anche all’ancheggiare beffardo di Grobbelar, portiere del Liverpool, durante i rigori della maledetta finale di Coppa Campioni del 1984: uno di quei gesti che scolpiscono la memoria, impastano rabbia e sconforto e ti fanno diventare un po’ più grande. Come quando da ragazzino ti svegli e scopri che le scarpe che hai messo fino a ieri non ti stanno più.

6. E ci sono cose e persone che non sopporta, in letteratura e nel calcio?

Quelli che scelgono di volare basso per bieco opportunismo.
Quelli che ti dicono “scrivi facile, venderai di più”, “passa rasoterra al compagno più vicino”, “non cercare la finezza”.
Quelli che scrivono la propria autobiografia dopo tre passaggi televisivi o tre passaggi ben fatti durante la finale di una competizione magari di poco conto.
Quei portieri che urlano come forsennati senza motivo, o quei difensori che hanno ciccato la marcatura e, appena subiscono il goal, se la prendono con te dicendoti “dovevi rientrare!”.
Quelli che, consapevoli o meno, scrivono sempre le stesse cose camuffate da storie sempre diverse, quelli che tirano avanti sempre con la stessa finta.

7. Gianni Rivera s'inimicò Brera una volta che gli disse:
"E' più facile scrivere che giocare a pallone". Aveva ragione?

Sì, se si riferiva ad un attempato ottantenne.

Sì, se pensiamo ai tempi di esecuzione. Se hai un lampo di genio su carta che, poi, a ripensarci, si rivela un fiasco, hai sempre il tempo di riprendere la penna, aggiustare il tiro, cancellare.
In campo un colpo di tacco al volo a liberare la punta che si tramuta in contropiede subìto è una sciagura.
Il calcio, quindi, è metafora dell’irreversibilità del tempo. Della caducità umana, se vogliamo. La scrittura, di contro, è l’ambizione incontrollata di dominare il tempo, e, dunque, di scimmiottare Dio.

Pertanto lo scrittore-calciatore o è un pericoloso schizofrenico, che vive e vegeta nella scissione, o è un lucido amministratore di clessidre.

No, Rivera non aveva ragione se intendiamo il gioco del calcio come lo intende  Pippo Inzaghi.

 

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