MARCO BETTINI - RACCONTI

MIIULLER

In una qualsiasi altra giornata così l’unico pensiero sarebbe stato il mare, con tutte le sue promesse. Sole, caldo, tuffi, scherzi alle ragazze lungo gli scivoli dei Quattro Venti, la piscina di Giorgio Ghezzi. In una qualsiasi altra giornata così avremmo organizzato una trasferta in spiaggia, dodici chilometri più in là, con gruppi di motorini a quattro marce, cinquanta di cilindrata, dove si saliva in due anche se era vietato. Bastava aggirare le strade principali e schivare le pattuglie della stradale allungando il percorso in mezzo alla campagna. In una qualsiasi altra giornata così avremmo passato il tempo a cercare le tipe giuste per aggiustare una serata decente, non come di solito che tornavano a casa troppo presto.
Solo che quello era il pomeriggio della finale del campionato    del mondo di calcio 1974. I padroni di casa della Germania Ovest contro l’Olanda. E noi, ragazzi tra i 14 e i 16 anni, speravamo ancora di diventare, da vecchi, veri calciatori. Quel giorno non ci poteva essere niente di più importante della partita. Anche se l’Italia non giocava, anche se ci avevano sbattuto fuori, anche se dovevamo prendere in prestito gli eroi degli altri. Beckenbauer, Müller, Cruijff, Neeskens. Praticità e durezza tedesca contro corsa e tecnica olandese.
Di tutti i possibili posti dove guardare la finale preferivo  il bar del quartiere, perché aveva una tv molto grande e lì si poteva vivere il clima dello stadio, in mezzo al pubblico. Arrivai dieci minuti prima del fischio d’inizio. Fuori, sulle sedie bianche di plastica cotte dal sole, sedeva uno dei migliori intrattenitori del bar. Era un muratore sui 35 anni con fama di grande seduttore che gli aveva fatto guadagnare il soprannome inequivocabile di Maletta, poiché si identificava completamente con il suo sesso, di cui cantava le gesta con dovizia di particolari.
Davanti a un pubblico di ragazzi come me, ammiratori muti, stava spiegando quali locali notturni di Cesenatico meritavano una visita.
<Quelle del ‘Whiskey a Gogò’ ci stanno subito>, concesse  magnanimo, piegandosi in avanti sulla sedia in modo da rivolgere al pubblico uno sguardo da sotto in su che  voleva dire ci siamo capiti.
<Perché, cos’hanno di diverso da quelle del Barracuda?> chiese una voce nel gruppo.
<Intanto, caro il mio bel pataca, sono più grandi. Al Barracuda ci vanno le ragazzine come te.>
Dopo aver affossato l’obiezione dello scettico con questo argomento definitivo, Maletta aprì una generosa breccia sulle sue vaste competenze.
<Ciou, se ci sai fare vanno bene anche le ragazzine, ma bisogna lavorarci su. C’è caso che la prima volta vai in bianco. Invece, con le ventenni non c’è problema. E poi, caro il mio bel pataca, al ‘Whiskey a Gogò’ si spende di più, perciò ci trovi la donna che durante l’anno lavora, che sa cosa cerca e se trova l’uomo ben vestito, col  tono giusto, è fatta.>
Il mormorio che seguì lasciò intuire che la prossima serata al mare l’avremmo passata tutti al <Wiskey a gogò>, pieno di ventenni bionde in cerca di avventure con quattordicenni come noi.
Maletta, al momento, non era elegante. Indossava una camicia a quadrettini piccoli aperta sul petto, più rosso che abbronzato, al centro del quale si notavano i segni bianchi lasciati dalla canottiera. Pantaloni corti e ciabatte nei piedi nudi completavano il quadro. Come noi, si era preparato per guardare la partita al bar, tra uomini. L’ingresso alle donne non era vietato, ma nessuna ne aveva mai varcato la porta.
Mentre aspettavamo che Maletta ci fornisse qualche altro prezioso suggerimento, un piccione indolente svolazzò dal marciapiede verso la finestra del bar. Durante il percorso aereo sorvolò il muratore e gli mollò sopra un’enorme bovazza che si spiattellò su una gamba dei pantaloni.
Seguirono due secondi di silenzio. Qualcuno, forse lo scettico, avrebbe voluto ridere, ma l’atteggiamento dignitoso della vittima glielo impedì. Maletta scoccò uno sguardo di fuoco al cielo avverso, fulminò il piccione reo di tanto ardire e concluse la panoramica sui pantaloni corti, stupefatto dall’enormità della macchia. Infine, emise la sentenza.
<Quest l’era un condor.>
Dopodiché cominciò a ridere e noi fummo autorizzati ad  accompagnarlo con una  sghignazzata di gruppo. L’ilarità generale fu interrotta dall’arrivo del Foggiano. Aveva più di 40 anni, i capelli ancora neri tenuti fermi con la brillantina. Era arrivato dal Sud vent’anni prima ma non aveva mai perso l’accento pugliese. Siccome era uno straniero, per conquistarsi una certa credibilità, al bar, evitava di spararle grosse. La sua prudenza nelle conversazioni gli conferiva autorevolezza, nonostante le origini meridionali.
Il Foggiano si piazzò davanti a Maletta, occupato ad asciugare con un fazzoletto la macchia sui pantaloni.
<Dì, chi vince oggi?>
Di fatto, la domanda era una sfida. La seconda grande area  di competenza di Maletta era il calcio. Anche se tutti, al bar, si ritenevano intenditori del gioco, lui parlava come uno che ne sa di più. La fama di sciupafemmine, per proprietà transitiva, conferiva maggiore autorità ai suoi ragionamenti sul pallone. Il Foggiano, invece, era sposato e aveva un figlio.
<L’Olanda facile. _ rispose Maletta _ Crujiff e Neeskens ai crucchi gli fanno un culo così.>
Il procedimento logico di Maletta era chiaro. Nel calcio, come nella vita, vince il più sburone. Tra la brillantezza dell’Olanda, che aveva dominato ogni avversario, e la micragnosa tigna della Germania Ovest, che aveva sofferto e perso contro i cugini dell’Est, non c’era gara. Un sorriso si allargò sul viso del Foggiano.
<Cazzate. Ti pare che i tedeschi perdono in casa?>
Il muratore guardò lo sfidante con aria di compatimento. Il Foggiano rilanciò.
<Scommetto che vince la Germania.>
Maletta ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma la conversazione si svolgeva davanti a un pubblico. Ne andava del prestigio personale.
<Quanto?>, chiese.
<Cinquantamila.> lo addentò il Foggiano.
Maletta deglutì. La cifra era importante.
<Va bene. Garante il barista.> aggiunse.
<I miei soldi sono qua.> rispose il Foggiano estraendo il portafoglio.
A quel punto non restava che trasferirsi nella saletta interna. Passando davanti al bancone, i duellanti lasciarono nelle mani del barista la cifra concordata.
Ci sedemmo tutti di fronte al televisore. Il Foggiano in prima fila accanto a Maletta con la sua macchia sui pantaloni. Per ultimi arrivarono anche due anziani del bar, un impiegato comunale, detto Cultura per la dimestichezza con i certificati, e un ragioniere che di cognome faceva Senni e quindi lo chiamavano tutti Genio. Un tipo silenzioso, si poteva sempre contare sulla sua discrezione. Entrambi erano accaniti giocatori di carte e compagni di sfide a marafone sia del Foggiano che di Maletta. Cultura e Genio si sistemarono in ultima fila.
 
Calcio d’inizio. Batte l’Olanda, tiene palla per due minuti senza che un solo giocatore tedesco riesca a toccarla, finché la prende Cruijff, che viene falciato in piena area. Calcio di rigore. Batte Neeskens. Gol. Olanda 1 Germania Ovest 0.

Il Foggiano sentì il bisogno di accendersi una sigaretta, Maletta di allungare le gambe appoggiando i talloni nudi sulle piastrelle lisce e gettare al rivale uno sguardo compiaciuto. Ma dopo venti minuti la Germania pareggiò.
 
Holzenbein entra in area, Jansen lo stende. Rigore. Batte  Breitner. Gol. Uno a uno.

Maletta non si scompose e conservò un ammirevole  autocontrollo. Il Foggiano lo puntò con un ringhio. La partita si trascinò per altri venti minuti. A un certo punto, dal fondo, si sentì la voce delusa di Genio in lotta con la  dieresi.
<Ma Miiuller dov’è?>.

In effetti il capocannoniere di Mexico ’70 finora non ha fatto grandi cose. Nel Mondiale di casa, in sei partite, ha messo a segno solo tre gol. Per tutto il primo tempo della finale ha vagato in mezzo a marcantoni olandesi che lo sovrastano. Eppure lui è Gerd Müller, il bomber. Il più grande opportunista dell’area di rigore. Se la Germania è pragmatica, lui è il cinismo reso centravanti. Uno che lo vedi solo quando ormai ti ha fregato.
Tutti lo considerano un bassotto tarchiato. Eppure è alto un metro e settantaquattro e pesa settantuno chili. Le stesse misure, per dire, di Boninsegna. Però Boninsegna è maestoso, segna in tuffo di testa, in rovesciata, di potenza da fuori area. Per i tifosi è un guerriero gagliardo.
Müller no. Il suo regno è l’area di rigore. Lui viaggia a pelo d’erba e colpisce come un cobra. L’estetica non gli interessa, anzi. Segna con la fronte, ma anche di nuca, usa il piede e il polpaccio, l’anca e la coscia. Ogni parte del corpo è buona per indirizzare la palla in rete. Pur di riuscirci, Müller gioca a farsi sottovalutare. In campo indossa braghe che gli arrivano fino al ginocchio e gli accorciano le gambe in modo quasi ridicolo. Si traveste da nano vagolante per scomparire meglio.
Adesso mancano due minuti alla fine del primo tempo, e Müller emerge dal nascondiglio. Il pallone viaggia sulla fascia destra, e arriva a Bonhof che si trova a metà strada tra il vertice dell’area olandese e la riga di fondo. Bonhof quasi si ferma. Vorrebbe darla in mezzo ma non vede  nessuno. Due difensori avversari gli chiudono la strada, e il mediano  tedesco non sa che fare. Finché compare una maglia bianca. E’ Müller. Prima corre incontro a Bonhof, poi fa un’inversione a u e si dirige verso il centro dell’area. Parte il cross rasoterra, che raggiunge Müller all’altezza del palo più vicino, tra la riga dell’area piccola e il dischetto del rigore. Il cobra è pronto a colpire. Lo capiscono tutti. Bonhof che gli ha passato la palla sperando in un tiro al volo, il portiere Jongbloed che si avvicina al palo alla sua sinistra per coprirlo meglio e Krol che ha seguito Müller in mezzo all’area.
Krol è molto più alto dell’avversario e il suo recupero è imperioso. Da autentico fuoriclasse, legge bene il pericolo e piazza una delle lunghe gambe davanti a quelle del centravanti tedesco. Müller non può più calciare al volo, la via della rete è chiusa. E allora il bomber è costretto a lavorare di fantasia. La sua si accende solo in area, ma lì dentro è la più immaginifica di tutte. Perciò fa l’unica cosa che nessuno si aspetta. Frena, proprio mentre la palla gli sta arrivando addosso. Comincia a costruire il suo spazio.
Anche Krol frena, ma una frazione di secondo più tardi.  Adesso Müller si trova mezzo metro dietro di lui. La porta è ancora protetta, ma quei cinquanta centimetri preoccupano il difensore olandese. Müller, in piena frenata, tiene il corpo parallelo alle due linee verticali dell’area di rigore. Ferma la palla mandandola mezzo metro all’indietro, verso il dischetto del rigore, in una zona vuota. Tra i piedi di Krol e il pallone ora c’è un buco di un metro. Una voragine. Müller gli ha mangiato bocconi di campo e briciole di secondo. Con mezzo passo il bomber ritrova la distanza necessaria, compie una giravolta usando la gamba sinistra come un perno e con l’altra calcia verso la porta, mirando al palo più lontano, alla destra del portiere. Krol tenta il recupero in spaccata per fermare il tiro, che invece gli  passa sotto le gambe aperte.
Jongbloed rimane di sale. La  palla non è molto angolata, ma gli scorre di fianco e si infila in rete mentre lui, immobile, la guarda stranito. Non era un gran  tiro, non era irresistibile, il pallone non viaggiava forte e non rotolava neanche troppo lontano dalle mani del portiere, ma quel rasoterra, concepito  in quel modo, dopo uno stop all’indietro e una piroetta in avanti, era sconcertante, lontanissimo dai pensieri di Jongbloed. Imparabile per difetto di immaginazione. Un gol alla Müller.

Al vantaggio della Germania ci alzammo tutti in piedi. Stranamente, i più contenuti nel manifestare la soddisfazione e il disappunto furono il Foggiano e Maletta. La partita li aveva avvicinati. Di lì a un minuto finì il primo tempo e ci trasferimmo al bancone del bar discutendo se la rete dei tedeschi fosse dovuta o meno a una cappella del portiere. La maggioranza propendeva per questa tesi. Era sempre così, quando segnava Müller, ma lui faceva gol chiunque si trovasse davanti.
Maletta si sedette al bancone con il Foggiano alle calcagna. Il barista, depositario dei soldi, cercò di confortarlo.
<Bevi qualcosa?>
<Una gazzosa.>
Il vino era per quando si giocava a carte, la sera. Metteva in moto i circuiti cerebrali necessari a fronteggiare Genio e Cultura. Per le mollezze della partita meglio le bollicine dolci. Il Foggiano non rinunciò a punzecchiare.
<Forte l’Olanda, però.>
<Ah mo, possiamo ancora vincere.> tenne duro Maletta.
<Sai cosa vincete? _ ghignò il Foggiano nell’imitazione di un romagnolo verace _ ‘Sti du’ quaion.>
Maletta finì di sorseggiare la gazzosa con l’espressione di uno che avrebbe preferito trovarsi al <Whiskey a Gogò>. Tornammo tutti nella saletta per il secondo tempo.
L’Olanda attaccò, tentò di pareggiare ma i tedeschi erano duri, forti, determinati, col pubblico dalla loro parte.  Maier parò bene, Rensenbrink, Cruijff e Neskeens non centrarono la porta, Müller si fece vedere solo in difesa. Alla fine, Beckenbauer sollevò la coppa.
Il Foggiano si alzò, guardò trionfante Maletta e aspettò che spostasse la sedia.
<Se non ti dispiace…> lo provocò.
Maletta si fece da parte, e il Foggiano andò a riscuotere la  vincita. Il gruppo si sciolse nei diversi locali. I più giovani nell’ingresso a discutere di calcio, gli altri divisi tra il tavolo da biliardo e la pista per le bocce.
Io bighellonai di qua e di là. Siccome non abitavo più in Romagna e ci tornavo solo d’estate, mi piaceva ascoltare i discorsi, le battute, sentire i suoni del dialetto quando la gente parlava. Prima di cena, col bar quasi vuoto, mi sedetti a un tavolino davanti alla pista delle bocce. Il Foggiano e Genio stavano giocando e mi davano le spalle. Dall’altra parte della pista, Maletta e Cultura discutevano ancora della partita.
Sembrava che Maletta non volesse proprio rassegnarsi. Del resto, lo capivo. Aveva scelto l’Olanda, il Brasile europeo, la nazionale spettacolo, piena di fuoriclasse. Invece aveva trionfato la squadra più determinata a vincere. La volontà aveva sconfitto la fantasia e la scelta istintiva di Maletta gli aveva fatto perdere la scommessa. Ma la cosa che gli dava più fastidio era il colpo inferto alla sua supremazia tecnica in materia di pallone. Ferita che rischiava di aprire pericolose crepe anche sulla sua reputazione da erotomane.
Lo vedevo animarsi, anche se non capivo le parole perché si stava accalorando sottovoce. Finché, con stupore, colsi un gesto furtivo di Cultura che fece strisciare sul tavolo una banconota bella grossa, avrei giurato da cinquantamila lire, e la passò a Maletta. Il quale, incassato il dovuto, si girò per assicurarsi che il Foggiano non avesse visto e poi mi piantò gli occhi addosso. Ci mise poco più di un secondo a decidere che, in quanto frequentatore occasionale del bar, non costituivo un pericolo, sempre che avessi notato qualcosa che non dovevo. Si alzò e se ne andò sorridendo a nessuno in particolare. Soddisfatto di come si era giocato la cosa. Obbligato a raccogliere la sfida, aveva fatto in modo di non restare a tasche vuote.
Cultura lo seguì con la faccia ingrugnita. Puntando sull’Olanda ci aveva solo rimesso e non era ansioso di farlo sapere a tutti. Gli servivano almeno tre serate per rifarsi con le carte.
Nell’area del campo di bocce eravamo rimasti solo io, il Foggiano e Genio, che continuavano a giocare. Da quando ero lì il Foggiano aveva vinto tre volte di fila. Una giornata decisamente fortunata, la sua. La partita finì quando piazzò quattro punti intorno al pallino spostando la boccia di Genio. Entrambi percorsero la pista per recuperare le bocce e rimasero a parlare in fondo, lontano da me.
Alla fine del conciliabolo ci fu una stretta di mano, seguita, mi sembrò, da un passaggio di banconote. Non so se fu la distanza a condizionarmi, o la scena a cui avevo assistito tra Maletta e Cultura. Vidi il Foggiano passare i soldi a Genio. Una banconota da cinquantamila lire.
Di sicuro, la scommessa tra loro non riguardava le bocce, visto che lì, sul campo, c’era stato un solo vincitore. Immaginai che la sfida tra Maletta e il Foggiano sulla finale del campionato del mondo fosse stata una specie di polizza a somma zero. Entrambi avevano stipulato un’assicurazione, facendo la scommessa inversa con Cultura e Genio. Comunque fosse finita la partita, non potevano perdere e non potevano vincere.  
Tornai a casa pensando all’Olanda spumeggiante  e sconfitta, alla Germania essenziale e trionfante, al gol impossibile di Müller, a Maletta e al Foggiano, a Genio e Cultura, alle parole che avevo ascoltato, al giro di banconote che ne era seguito.
Intuivo che nel mezzo si nascondeva una cosa importante, ma non riuscivo ad afferrarla.

Torna alla pagina di Marco Bettini